Chi lo dice che ci sono sport da uomini e sport da donne? Come si fa a definire un atleta indipendentemente dal sesso e a poterne analizzare le performance? Non si fa, teoricamente, eppure ancora oggi la disparità tra uomini e donne sul terreno di gioco è ancora troppo ampia. E chi considera certi sport non adatti alle donne, in qualche modo ne dà una connotazione negativa e sminuisce il valore dell’atleta stessa.
Solo qualche mese fa una campagna del Global Goals, #WhatIReallyReallyWant, denunciava la violenza sulle donne che si distaccava e si distacca dal solo pensiero fisico e si espande fino a toccare dinamiche più importanti, sulla disparità anche dal punto di vista sportivo.
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Le donne nei primi del ‘900 erano considerate solo le “madri di famiglia”, dame e compagne di vita eppure nel 1917 una certa Alfonsina Strada si è presentata al Giro di Lombardia con l’ambizione di battere tutti i colleghi uomini. Era la ciclista per eccellenza, quella che faceva scalpore più per il fatto di vestire pantaloncini aderenti al posto di una gonnella, che per pedalare su un velocipede (all’epoca si chiamava così).
Di strada, appunto, ne è stata fatta tanta dal 1917, perché ad oggi le donne sul tetto del mondo nello sport sono veramente tante. Basta guardarsi indietro anche solo a Rio 2016 quando la rappresentativa azzurra era composta da 142 donne e 155 uomini, e pensare che a Città del Messico nel ’68 le donne nella rassegna a cinque cerchi erano solo 15. Inutile stare ad elencare le medaglie vinte e i successi raggiunti ai giochi come nelle altre competizioni internazionali. Le “nostre” ragazze, piano piano, si sono fatte il largo nella storia dello sport di alto livello.
Come naturale conseguenza, anche il movimento femminile si è plasmato sui successi delle regine dello sport: oggi le ragazze non si pongono limiti relativi al pensiero comune, scelgono di tutto anche quello considerato “da maschiacci”. Non importa se lo stereotipo dell’atleta donna 2.0 sia quello di personaggio troppo sexy per gareggiare o troppo fragile per essere appaiata al gotha dei campioni di sesso maschile, parafrasando Ligabue: le donne lo sanno, pardon le donne lo Fanno.
Perché così non è e così non deve essere. Si pensi a quante atlete scavalcano il muro dei pregiudizi grazie ad un pallone, quante cambiano grazie a dei guantoni e quante riscrivono la propria vita con cuffia e occhialini. Le donne imparano ad amarsi con lo sport e ad accettare un corpo che cambia. Semplicemente crescono, come solo lo sport può insegnare a fare. E arrivano a vincere medaglie e siedono alle scrivanie di chi le medaglie, in qualche modo, le fa. Come è successo a Nathalie Boy de La Tour eletta presidente della lega calcio francese che è solo l’ultima, in ordine temporale, ad aver raggiunto un grande obiettivo battendo addirittura Raymond Domenech in qualcosa che, alla fine, riporta all’inizio e al Giro d’Italia di quella Alfonsina Strada che voleva battere gli uomini.
C’è da dire però che oggi nello sport non c’è ancora il girl power ma ne siamo certi: la strada è giusta, è tracciata molto bene ed è quello che the Girls Really Really Want.
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