Era il lontano 2000. L’euro non era ancora moneta unica del vecchio continente e Partizio Bertelli dava il là alla sua prima campagna di Coppa America. Dopo un’emozionante battaglia contro “l’italiano” Paul Cayard, la neonata Luna Rossa andava dritta in finale di America’s Cup contro Black Magic del mago Russell Coutts. Sarebbe stato un impietoso 5-0. Ventuno anni dopo, nelle stesse acque e alla quinta partecipazione, lo stesso destino: i neozelandesi a far festa timonati da un Peter Burling che all’epoca della prima volta di Luna Rossa era solo un bambino. E un Patrizio Bertelli, con qualche capello bianco in più, a incassare una nuova sconfitta.

La prima Luna Rossa, timonata da Francesco De Angelis, in acqua in finale di America's Cup 2000, contro Black Magic di Russell Coutts

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Ventuno anni. Di sfide, di tecnologie, di formazione. Sicuramente anche di denari. Tanti, tantissimi, quelli che l’armatore Bertelli ha investito in Luna Rossa per provare ad accaparrarsi un sogno. Un arco temporale in cui gli scafi sono passati dal navigare a volare. Un periodo in cui, Luna Rossa, è stato il filo conduttore nella ‘Formula 1 della Vela’, definizione più che mai azzeccata, oggi, per dare un’idea immediata di che cos’è diventata, realmente, la Coppa America.
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Luna Rossa, che succede ora? Quando la rivedremo in acqua?
17/03/2021 A 11:07

Luna Rossa in azione durante la 36a America's Cup contro Team New Zealand

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Mai come in questa edizione però, forse, Luna Rossa, ha rappresentato l’Italia e gli italiani. Nella sua parte più bella, ovviamente. Se dalla prima campagna ad oggi il sogno Luna Rossa ha contribuito a tenere viva la formazione di uno sport che nel nostro Paese resta una nicchia, a questo giro, e non solo per quei caschetti tricolori a protezione delle menti e delle braccia a bordo della ‘barca volante’, l’equipaggio italiano ha impattato sul grande pubblico sportivo come solo la miglior nazionale, o la miglior Ferrari, hanno saputo fare. E non è una frase fatta. Ma sono i numeri alla mano degli ascolti televisivi, sono i clic che avete fatto agli articoli sul nostro sito.

Max Sirena e Patrizio Bertelli

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Una barca italiana e quasi interamente composta da italiani a bordo, che nello stesso arco temporale in cui Bertelli ha provato a dare l’assalto a quei 3 chili e mezzo d’argento destinato ai vincitori, sono passati dal diventare seconde scelte ad elite del mondo velistico, come ci ha raccontato in fondo questa finale. Dagli applausi di consolazione 21 anni fa per esserci arrivati; a quelli sinceri di chi a questo giro se l’è vista davvero brutta. E per vincere ha dovuto tirar fuori il meglio di sé. L’Italia della vela ha infatti mostrato al mondo intero di essere diventata sul serio competitiva, con timonieri, randisti, controllori di volo e grinder che hanno insidiato fino all’ultimo l’elite neozelandese. E l’Italia della piccola e media industria, in silenzio, dietro, a produrre il resto. Perché il gioco non è solo vincere in acqua. Certamente non lo è più oggi, con ingegneria, tecnologia e sviluppo a farla da padrona. E allora oltre alla parte sportiva c’è in qualche modo anche la parte politica, economica e sociale della cosa. Se davanti ci sono i denari del patron Bertelli e quelli di uno dei più grandi gruppi industriali del lusso al mondo, dietro c’è quella piccola e media impresa italiana che resta lo straordinario tessuto economico del nostro Paese. Già perché sono artigiani coloro i quali hanno reso possibile Luna Rossa. Tre su tutti: il cantiere Persico Marine di Nembro, in provincia di Bergamo. L’azienda Eligio Re Fraschini di Legnano, a metà tra Milano e Varese. E l’azienda Cariboni di Ronco Briantino (provincia di Monza Brianza). Persico Marine vanta 83 dipendenti e ha prodotto i due scafi per Luna Rossa e i foil per tutte le imbarcazioni di Coppa America. Re Fraschini ne fa 150 ed è leader mondiale nella fibra di carbonio: ha prodotto tutte le parti in carbonio per Luna Rossa (e fa la stessa cosa per la Ferrari). Cariboni, che è a conduzione familiare e di dipendenti addirittura ne ha solo 21 (più 5 liberi professionisti), ha invece fornito tutta la parte idraulica di Luna Rossa: l’impianto oleodinamico, cilindri, pompe, valvole, manifolds e parti meccaniche.
Insomma, l’eredità che lascia Luna Rossa è una di quelle importanti: una sorta di eccellenza delle eccellenze, di un’Italia che fatica ma resiste; di un Pease in qualche modo ancora in grado di arrivare davanti ai giganti. Perché prima di arrendersi ai neozelandesi, va ricordato e celebrato, a questa Italia di uomini di mare e di terra si sono inchinati gli americani e gli inglesi. Non esattamente i primi che passano. Ecco perché la valutazione del day after la sconfitta deve essere di più ampio respiro: quella di Luna Rossa è stata una vera e propria maratona di insidie tecniche e industriali, oltre che sportive, che l’Italia e la sua piccola industria bistrattata dalle politiche economiche neoliberiste ha saputo affrontare da gigante.

Il team di Luna Rossa alza la Prada Cup dopo la vittoria per 7-1 sugli inglesi di Team Ineos

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Italia e italiani sono state le parole più utilizzate in questa sorta di celebrazione complessiva. E forse non è un caso che il fato abbia voluto ricordarcelo così, con una sconfitta sportiva nel giorno dei 160 anni dell’Unità del nostro Paese - il 17 marzo - che sembra invitarci a resistere. Perché in fondo, Luna Rossa, è riuscita, anche questa volta, in qualcosa di non semplice in un Paese che convive tra eccellenze e disastri, tra unità e campanilismi, tra cialtroni e uomini straordinari: svegliarci la notte per farci sentire tutti un po’ più vicini, tutti un po’ più fieri di essere italiani. Ragion per cui, speriamo, Patrizio Bertelli, non voglia smettere di provarci.
Coraggio, ancora una volta!

Da "Siamo Italiani" a "Po-po-po": Luna Rossa tricolore

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