Non si era fermato, Ambrogio Fogar. Un incidente nel Turkmenistan, durante il raid Parigi-Mosca-Pechino nel 1992, lo aveva condannato alla pena più difficile da sopportare. Bloccato in un letto, il grande esploratore non aveva smesso di viaggiare: solo, aveva cominciato a farlo soprattutto con la mente. Ora, anche con quella è giunto a destinazione.
Ambrogio Fogar si è spento nella notte a 64 anni nella sua casa di Milano, ultimo approdo della sua vita curiosa. Proprio questa curiosità l'aveva mosso fin dalla gioventù: prima sugli sci, poi in mare. Nel 1978, tentando la circumnavigazione dell'Antartide con il giornalista Mauro Mancini, la sua barca naufraga al largo delle Malvinas: dopo 74 giorni su una zattera perde il suo amico e un pezzo di sé.
Leggendaria diventa la spedizione al Polo Nord: con l'unica compagnia del cane Armaduk, Fogar prova a raggiungere a piedi il Polo.
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Dopo gli anni televisivi, a colpire Fogar è il fascino del deserto, ultima passione e grande maledizione. Tre Parigi-Dakar e tre Rally dei Faraoni, fino al fatale schianto il 12 settembre del 92. La sua auto si capovolge, lui si ritrova con una vertebra spezzata e il midollo spinale tranciato.
La tragedia non basta a placarne la fame di mondo: pur paralizzato, nel 97 riesce a compiere il giro d'Italia in barca a vela su una sedia a rotelle basculante. Più che le sue avventure, però, degli ultimi anni rimane il suo grande esempio: quello di un uomo che, nonostante tutto, ha continuato a lottare e a sognare.
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