Andiamo con ordine: la Juventus, a Napoli, aveva perso anche con Cristiano Ronaldo. Sotto Maurizio Sarri e Andrea Pirlo. Sempre giocando male. Molto male. Dov’è, allora, la notizia? Si nasconde, maliziosamente, nella non novità: un punto in tre partite, già due sconfitte, già due rimonte (a Udine, addirittura da 2-0) e una settimana d’alta tensione, martedì il Malmoe in Champions e domenica il Milan, un grande Milan, allo Stadium. Mentre presente e futuro si incrociano e bisticciano, c’è chi si rifugia nel tormentato avvio del campionato 2015-2016, 12 punti in 10 gare, a 11 dalla Roma capolista. Travagli che non impedirono a Massimiliano Allegri di condurre Madama all’ennesimo «scudo».
Occhio a non cadere in trappola. Era tutto diverso: la Juventus, la concorrenza. Tre nomi, uno per reparto: Gigi Buffon in porta, Paul Pogba a centrocampo, Mario Mandzukic in attacco. E comunque: qui è Rodi e qui bisogna saltare. Sabato mancava mezza squadra, che però non era mancata né in Friuli né con l’Empoli. Non c’è più Cristiano Ronaldo, chissà quante volte vi prometterò di non ripeterlo e chissà quante, viceversa, cederò. Se l’imbarazzante auto-incornata di Moise Kean appartiene al catalogo della Gialappa’s Band - un atto unico, per ora - le topiche di Wojciech Szczesny sono già tre. La «doppietta» alla Dacia Arena e il tuffetto sul più tenero tiro a giro mai calibrato da Lorenzo Insigne.
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Sono problemi enormi, là dove ripetitivi (il portiere), ma individuali: senza dimenticare il «concorso esterno» del Napoli attraverso la pennica di Kostas Manolas sullo 0-1 di Alvaro Morata. Poi c’è la qualità della manovra, il gusto del gioco, e qui siamo ancora indietro. Allegri resta, per me, più gestore che creatore e proprio per questo avrei confermato Sarri prima o non esonerato Pirlo poi. Non allenava da due anni, il calcio va di fretta. Se si difende a catenaccio, nessun dubbio che Leonardo Bonucci e Giorgio Chiellini saliranno sul podio, come è successo a Napoli; la qual cosa, in ogni caso, non garantisce il risultato. Specialmente se si concede un robusto mazzo di corner (13 a 1).
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Non è solo un momento, inoltre: è un periodo. Con la bufala della Superlega, Andrea Agnelli si è inimicato mezza Europa. John Elkann lo marca stretto. Maurizio «Arrivamaluccio» e Federico Cherubini sono nuovi, il primo deve potare, il secondo inventarsi un mercato senza soldi. Si dice che persino Matthijs De Ligt avrebbe i mesi contati. Ha fiutato il vento, piace, vuole andarsene e, visto l’inno al risparmio, la società potrebbe opporgli un fiero e sdegnato «sì». Bei tempi, i tempi di Beppe Marotta e Fabio Paratici. Per tacere delle storie tese di Allegri: l’alterco con Luciano Spalletti è una brutta spia. Tutti devono dare di più: i giocatori in testa, ma anche lui. La Juventus attuale trasmette una fragilità di carne, di spirito e di schemi che mette paura. L’assenza di Cierre (e dai!) ha liberato gli avversari da un incubo. Szczesny era l’ultimo dei problemi: dopo Porto, è diventato uno dei principali. La «mano» di Allegri è ferma al quarto d’ora di Udine e ai tre tiri di Federico Chiesa con l’Empoli. Troppo poco. Presto torneranno i titolari. Urge battezzare una formazione. Guarnire il centrocampo. Lucidare lo smalto atletico, fiacco assai. E parlare con Szczesny: c’è un limite a tutto. «Se sbaglio, mi corrigerete» diceva un altro polacco illustre, papa Karol Wojtyla.
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