Caos Nazionale: Gattuso o chi per lui, il CT è diventato l’ultimo dei problemi
Pubblicato 13/06/2025 alle 08:10 GMT+2
CALCIO - Nel caos che attanaglia la Nazionale, il CT è diventato l'ultimo dei problemi. Gattuso sempre favorito per succedere a Spalletti, Cannavaro e De Rossi per ora più defilati. Ma i problemi restano lo stesso: bacino d'utenza più ristretto quanto a convocabili, problemi nel gioco e non solo. Insomma, il nuovo CT non sarà mai la soluzione. L'editoriale a cura di Roberto Beccantini.
Raspadori: "Via Spalletti? In campo ci andiamo noi, dobbiamo dare di più"
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Va di moda il «Preferisco di no» caro allo scrivano Bartleby di Herman Melville. Antonio Conte e Gian Piero Gasperini lo hanno detto alla Juventus, Claudio Ranieri lo ha scritto a Gabriele Gravina: letteralmente, «Non me la sento». Ma non è che cambi molto. La differenza è che la Juventus fa parte della Nazione, mentre il presidente Slavina è «la» Nazione. E se nel primo caso non pochi hanno brindato, nell’altro ci si interroga smarriti, dal momento che persino Stefano Pioli, contattato, ha sterzato verso Firenze.
Possibile rifiutare la chiamata della patria? Per la verità, lo aveva già fatto Francesco Acerbi, suscitando l’ira funesta di Luciano Spalletti, l’unico ct al mondo lasciato in pista per un ultimo valzer dopo l’esonero. I tribuni e i tribunali del Web lavorano giorno e notte. La marcia indietro del sor Claudio ha spiazzato fior di redazioni, ma evidentemente la famiglia Friedkin, senza evocare Guantanamo, gli avrà sussurrato che bé, insomma, Roma caput mundi non è farina americana. E per quanto il conflitto di interessi, tra consulente e commissario, fosse un «conflittino», amen.
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Spalletti: "Al mio successore non consegno una grande Nazionale"
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Non c’è pulpito che non spari sentenze, e dal loggione piove di tutto. Addirittura Roberto Mancini, l’eroe di Wembley 2021 e il traditore dell’estate 2023, dopo la seconda eliminazione consecutiva alla fase finale di un Mondiale. Litigò con il boss e si fece arabo, dimenticato tra dollari e sabbie immobili. Se il calendario offre margini, la procedura del «casting» moltiplica gli imbarazzi. La parabola di Spalletti - dallo scudetto della Grande bellezza napoletana allo scorno dell’Europeo e ai tre schiaffi di Oslo - ha ribadito che non esiste un profilo ideale. C’erano una volta i tecnici federali che Enzo Bearzot innalzò al rango di immortali Geppetti. Con Arrigo Sacchi, in compenso, Antonio Matarrese spalancò il ruolo ai «migliori» del reame.
E adesso? Il bacino di pesca si è ristretto terribilmente, la sentenza Bosman del 15 dicembre 1995 ha contaminato le scuole fino a mischiarne gli stili (esplosa, quella spagnola; implosa, la nostra). La panchina del ct non è più in cima al podio. Gravina non sa che «progetto» pigliare. Ha virato sugli ex. In ordine di preferenza, Gennaro «Rino» Gattuso, poi Fabio Cannavaro e Daniele De Rossi. Fresco di rescissione con l’Hajduk Spalato, Gattuso sarebbe il medianaccio che ringhia addosso ai fannulloni, simbolo di sudore ed enricototismo (la gruccia oltre il nemico), una botta di adrenalina in una camerata di reclute supponenti e dormienti.
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Spalletti: "Chi rifiuta la Nazionale non dovrebbe poterci tornare più"
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Da allenatore del Napoli strappò la Coppa Italia 2019-2020 alla Juventus di Maurizio Sarri, in pieno Covid. Né giochista né risultatista, legato a un football di corsa e rincorsa, più che di corsi e ricorsi. Ma siamo sempre lì: i giocatori? L’indotto? Chi avrà sopra e chi di fianco (le società, fameliche come squali)? Sono lontani i tempi in cui Gigi Riva sacrificava le gambe all’Italia, contro portoghesi e austriaci. Vero, beccarne tre in Norvegia costituisce un’onta, ma occhio: il 5 giugno 1991, nell’ambito delle qualificazioni europee, perdeva 2-1 anche lo squadrone di Franco Baresi e Paolo Maldini, di Gianluca Vialli e del Mancio. Al timone, Azeglio Vicini: il selezionatore delle notti magiche meno una.
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Orsolini: "La Nazionale è una cosa seria: le qualità ci sono, manca un po' di personalità"
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Si invoca un manager di raccordo più carismatico di Gigi Buffon. Nel 1970, in Messico, Walter Mandelli non evitò il caos della staffetta tra Sandro Mazzola e Gianni Rivera: ma fu Italia-Germania 4-3. Nel 1974, a Stoccarda, Italo Allodi non scongiurò l’azzurro tenebra che ci escluse fin dalla fase a gironi. Si rimpiangono i silenzi fumanti (e non fumosi) di Riva e le orazioni «picciole» di Vialli. Il mercato e il Mondiale per club «Getta e Usa» accerchiano il fortino di Coverciano in attesa che riapra a settembre. Con chi al comando, è la domanda più gettonata. Patti chiari: il prescelto, ammesso che riesca a mascherare il problema, non sarà mai la soluzione.
Per commentare o fare domande potete inviare una mail a roberto.beccantini@fastwebnet.it o visitare il blog di Roberto Beccantini http://www.beckisback.it.
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“Ti senti tradito?”: Spalletti lascia la conferenza in lacrime dopo questa domanda
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