Lo spazio che intercorre tra gli anni 30 di Herbert Chapman e Vittorio Pozzo e gli anni 50 è infatti troppo complesso per motivi non strettamente calcistici da rendere impossibile un nuovo balzo. Si continua in scia, con brevi divagazioni sul tema e timidi esperimenti come il “mezzo sistema” messo in campo dai Vigili del Fuoco di La Spezia che vincono il campionato dell’Alta Italia nel 1944. Sono gli anni 50 quelli che portano il calcio ancora un po’ più avanti.
Le varianti sul tema delle due barricate, Metodo e Sistema, fioriscono soprattutto a partire dal 1954, l’anno del Mondiale della grande Ungheria. Una squadra che proponeva una leggera modifica al Sistema, il cosiddetto modulo “MM”, un 3-2-3-2 in grado di accentuare ulteriormente il possesso palla e le raffinatezze tecniche. La novità è rappresentata dall’invenzione del ruolo di centravanti arretrato, che viene subito definito “alla Hidegkuti” dal cognome del numero nove magiaro che per primo interpretò il ruolo. Il suo compito? Quello di scardinare la marcatura a uomo prevista da Metodo e Sistema, facendo uscire lo stopper avversario dalla terza linea e creando spazio per i tagli centrali di Kocsis e Puskas. Perché sì. Se una volta era la regola del fuorigioco a limitare lo spettacolo, in questi anni sono marcature sempre più opprimenti a frenare l’inventiva. E, così, nasce la sperimentazione, il bisogno di cambiare leggermente le carte in tavola per sorprendere l’avversario e uscire dalla sua ragnatela difensiva.
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Serie A
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30 MINUTI FA
Il processo di irrobustimento del pacchetto arretrato iniziato nel 1925 procede a piccoli ma costanti passi. Specie dalle nostre parti, dove si accantona ben presto il Sistema proposto quasi in solitaria dal Grande Torino e si continua nell’evoluzione difensivista. Il filone a cui si legano gli allenatori italiani è quello che parte nella Svizzera degli anni 30 con Karl Rappan, il tecnico del Servette che rilegge in modo avveduto il Sistema. Leva un altro mediano e lo sposta dietro alla linea dei difensori, svincolandolo da compiti di marcatura e chiedendogli di supportare i compagni in fase di raddoppio. Nasce il ruolo di “libero” e con lui il “verrou”, ovvero il Catenaccio. Il termine tattico esportato dall’Italia nel mondo è, dunque, in realtà di origine straniera. A importarlo dalle nostre parti è la scuola di confine. Quella dei due triestini Marco Villini (allenatore dell’Alabarda e poi dei già citati pompieri spezzini) e Nereo Rocco, ma anche del trevigiano Gipo Viani.
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Nereo Rocco
Le reinterpretazioni del “verrou” in chiave italiana sono l’emblema della genialità dei nostri allenatori. Pensate alla Salernitana – una squadra più che limitata a livello tecnico - che ottenne la promozione dalla Serie B alla Serie A nel 1946-47. Ad allenarla era proprio Viani, che in quella stagione inventò uno stratagemma con notevole effetto sorpresa per gli avversari, il cosiddetto “vianema”. Eccolo spiegato. Il numero nove, schierato nella formazione iniziale da centravanti, appena iniziata la partita retrocede sino a marcare il centrattacco avversario, liberando così il proprio stopper dai compiti di marcatura. Via una punta, dentro un difensore. Per giunta a partita in corso, spiazzando la concorrenza in un’epoca nella quale lo scouting era soltanto un miraggio e si procedeva di marcatura in marcatura a seconda del numero di maglia dell'avversario. L’altra variante è invece quella proposta da Rocco sin dalla Triestina di fine anni 40. Il maestro italiano del Catenaccio mantiene due punte (un centravanti e un’ala offensiva) e quello che noi definiremmo trequartista (il numero dieci classico: da Humberto Rosa al Padova a Gianni Rivera al Milan), non sguarnendo però il centrocampo come nel tradizionale “verrou”. Lì, infatti, troviamo due mediani di rottura e un’ala tornante, buona per lanciare i contropiede ma anche per sfiancarsi in copertura.
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Aldo Foni si ispira a Rocco per costruire la sua Inter e nel 1952-53 diventa il primo allenatore a vincere lo scudetto con il Catenaccio, un modulo che tradotto in termini numerici corrisponderebbe a un nostro 1-3-3-3. Come intuisce Gianni Brera, è un sistema di gioco formidabile per i “poveri”, coloro che devono massimizzare le scarse risorse di cui dispongono per poter competere a buoni livelli. Un sistema che minimizza le tare atletiche degli italiani di un tempo, regala per la prima volta dagli anni 30 una solidità difensiva alle nostre squadre. E, quando approda alle big negli anni 60, l’effetto è dirompente. Parliamo del decennio del Milan di Rocco – la prima squadra italiana a vincere la Coppa dei Campioni nel 1963 - e della Grande Inter – due volte campione d’Europa. Ed è proprio con Helenio Herrera che il Catenaccio compie l’ultima evoluzione. Dopo due anni di adattamento al "clima rigido" della Serie A, il genio nerazzurro intuisce per primo l’importanza della preparazione atletica, ma ridisegna in una chiave ancora più duttile il canovaccio base italiano. Gli attaccanti, dai tre del “verrou” originale, diventano uno solo, cui molto spesso vengono delegati i compiti della boa offensiva (o dell’Hidegkuti). Il rischio di un eccessivo staticismo e di una mancata pericolosità offensiva, però, viene ovviato con l’ispirazione di un regista dai piedi fini come Luis Suarez, ma anche degli inserimenti nello spazio dei giocatori di movimento: Jair, Mazzola e Corso. E dell’altra intuizione, quella del terzino fluidificante, reso iconico dalla classe di Facchetti. Un giocatore che parte dalla retroguardia, non è privo di compiti in marcatura ma sa esaltarsi quando si lancia negli spazi e viene innescato dai lanci dei compagni. Un’arma impropria vista la statura del giocatore e i tempi in cui il con testo in cui viene proposto per la prima volta. Nasce una nuova interpretazione del Catenaccio. Quella dura e più legata al vecchio Metodo proposta da Rocco, quella raffinata e di derivazione “sistemica” voluta da Herrera. In ogni caso, si scrive la storia del calcio italiano.
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Gianni Rivera contro Giacinto Facchetti
Che diventa sinonimo di scuola calcistica difensiva, ma non rinuncia mai alla classe e alle giocate. Si definiscono nuovi ruoli come il libero (termine coniato da Brera per via delle proprie caratteristiche tattiche, l’equivalente del britannico “sweeper”: il filone genealogico parte con il pupillo di Rocco Blason e arriva sino a Franco Baresi passando per Picchi e Scirea), il terzino fluidificante (da Facchetti a Paolo Maldini, passando per Cabrini) e le ali: quella classica (l'ala destra, sublimata da Meroni, Claudio Sala, Causio e Conti) e quella tornante, di sacrificio. Poi ci sono i grandi numeri dieci, quelli che accendono il contropiede fungendo da registi avanzati, liberati da compiti difensivi (celebre il dualismo tra Rivera e Mazzola, divisivo anche a livello tattico per il ben diverso dinamismo dell’interista). Tutto è sorretto da una filosofia che pensa prima a non prenderle, ma sa anche come colpire in contropiede e deliziare il pubblico.
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La Serie A si fa ancor più impenetrabile alle influenze estere. Già, perché nel frattempo il corso del calcio continua a scorrere. Per un’Italia che ha massimo risultato la vittoria dell’Europeo 1968 e la finale Mondiale l’anno successivo, c’è infatti il Brasile dei tre titoli su quattro tra 1958 e 1970. Una squadra che incanta per il proprio calcio offensivo, tecnico e “bailado”. Qualcosa di incredibilmente distante dalle nostre latitudini, un 4-2-4 destinato a fare storia, il seme del calcio totale. Per la prima volta si gioca soltanto su tre linee: quella dei difensori (due centrali e due terzini), due centrocampisti (uno di copertura e uno di regia, Didì) e quattro attaccanti (due ali, Garrincha e Zagallo, e due punte, tra cui Pelé). La Seleçao ideata da Vicente Feola gioca a zona, mette da parte la marcatura a uomo e gestisce il pallone come mai era accaduto prima. Nel corso di dodici anni, i ritocchi sono minimi e portano all’edizione del 1970, forse la miglior squadra di sempre. Quattro anni dopo, tocca all’Olanda spingere il tutto all’estremo. Nasce il calcio totale propriamente detto, quello che Rinus Michels aveva costruito all’Ajax e aveva portato sino alla finale Mondiale con gli Oranje.
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Il modulo di base diventa un 4-3-3 (ma anche 3-4-3) sorretto da una preparazione fisica che si fa scientifica e si innesta sul telaio costituito da atleti polivalenti. Gli avversari non sanno come prenderne le misure, travolti dalla dirompenza dinamica, dal costante movimento dei giocatori e dalla persistente ricerca del gioco collettivo. Tutti difendono e, soprattutto, tutti attaccano (sin dal portiere Jongbloed, che eredita parte dei compiti del libero tradizionale). Due terzini di spinta (Suurbier a destra, Krol a sinistra) che si sovrappongono alle ali offensive Rep e Rensenbrink. E Cruijff al centro del mondo, l’evoluzione del centravanti alla “Hidegkuti”, l’uomo che arretra per creare gli inserimenti altrui e guidare le soluzioni offensive della propria squadra in virtù di tempi di gioco e intelligenza calcistica senza pari. L’Olanda (intesa come nazionale, a livello di club la storia è ben diversa) non vince nulla, ma segna il solco. Il calcio non sarà più lo stesso.
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Anche per le nostre squadre, le catenacciare. Dovendo affrontare squadre olandesi, infatti, le formazioni abituate a marcare a uomo faticano a trovare i riferimenti giusti. Le marcature saltano, i ruoli si confondono. È necessario adattarsi. La soluzione trovata è il canto del cigno della nostra scuola, la “zona mista”. Il regista diventa un mediano difensivo, ad alternarsi nel ruolo di seconda punta sono il numero dieci e un’ala a turno, resta un solo attaccante. La nostra declinazione del calcio totale prevede che anche gli “avanti”, adesso, aiutino costantemente la difesa, in modo da permettere di scalare le marcature con costanza. È il restyling che porta in cima la Juventus di Giovanni Trapattoni e l’Italia di Enzo Bearzot, quella del terzo posto al Mondiale 1978 e al primo quattro anni dopo. Ancora una volta ci siamo riadattati e siamo ripartiti, su un percorso che ci accompagnerà lungo tutti gli anni 80, mitigando l’impatto della prima modifica alla regola del fuorigioco dal 1925. Nel 1978-79 si stabilisce che l’attaccante viene rimesso in gioco anche da un tocco accidentale del difensore, non soltanto da un suo passaggio o da una sua giocata. L’impatto sugli equilibri di gioco può essere notevole, ma il “Catenaccio 2.0” si adatta in fretta e sopravvive a lungo.
Di Mattia FONTANA (Twitter: @mattiafontana83)
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