Cassano, il problema che nessuno ha mai risolto (anche perché era lui il primo a non volerlo)

Tra mille occasioni sprecate, eccocii all'ultimo atto di una storia fatta di tanti "peccato" per un talentuoso giocatore che avrebbe potuto essere molto di più.

Eurosport

Credit Foto Eurosport

E così, a 35 anni bruciacchiati, Vasco Cassano (o Antonio Rossi, a scelta), quello della carriera maleducata, di una vita che se ne frega di tutto (e di tutti), una vita che non è mai tardi, piena di guai, eccetera eccetera, torna in pista. Tocca all’Hellas Verona, l’ultima società in ordine di tempo e di rischio che ha deciso di portarsi in casa «il» problema. E risolverlo.
Il gordito di Bari ritroverà il «pazzo» Pazzini: insieme, all’epoca della Sampdoria, fecero scivolare lo scudetto dalle tasche della Roma in quelle dell’Inter del triplete. Ricapitolando: Bari, poi Roma, Real Madrid, Sampdoria (appunto), Milan, Inter, Parma, ancora Samp, Verona. Eugenio Fascetti, che lo lanciò a Bari, non vede l’ora. Cassano è Cassano, la variabile spericolata di ogni piano regolatore. Capace di troppo, un Aladino pieno di lampade che a volte dimentica e a volte nasconde, un invito allo spreco.
In bilico perenne fra il traditore e il tradito, si è divorato fior di occasioni, dalla Roma al Real, alle milanesi. Anche in Nazionale ha raccolto meno di quello che avrebbe potuto (e pure lì, in un’orgia di sperperi romanzeschi e non sempre romantici).
Gianfranco Zigoni, che ai giovani lettori dirà poco e invece a noi anziani continua a scandire le trasgressioni di un’età lontana ma felice, invita ad accettare Cassano per quello che è. Si piace così. Come Mario Balotelli, un altro che ha buttato via una buona dose di talenti, se non proprio di talento. Sono pochi, pochissimi, i sopravvissuti agli eccessi: Diego Maradona, eccone uno. E quanto a Zlatan Ibrahimovic, chi può giurare che la metà del «ballerino» ne avrebbe scolpito il torrenziale nomadismo senza la metà del «gangster»? Glielo chiesi ad Appiano Gentile. Sorrise.
Per molti, come genio selvaggio, Pietro Maiellaro se li mangiava tutti. Pietro Maiellaro. Il livello tecnico dell’attuale serie A è tale che persino il mezzo Cassano degli ultimi scorci potrebbe sbranare i luoghi comuni. Soprattutto, in relazione agli obiettivi spiccioli del club che lo paga, non certo da scudetto.
Ogni tanto, scrivendo di Antonio, mi scappa un banalissimo «peccato». Peccato per tutto quello che ha tolto a noi guardoni, e peccato per tutto quello che noi guardoni, fin troppo bacchettoni, gli abbiamo probabilmente inflitto. Il nocciolo della questione non sono le «cassanate». O se lo sono, non lo sono in misura determinante. Penso a quello che combinava Omar Sivori, e come avremmo reagito se, a quei tempi, ci fossero stati la tv e i social di oggi. Vero, in campo, Omar sventolava il sinistro come una bandiera, mentre Cassano è spesso prigioniero più dei numeri che dà che non dei numeri che fa. Il confine rimane questo.
E allora, nei panni di Fabio Pecchia, accenderei un cero a sant’Antonio, l’autentico. Nei panni di Cassano, viceversa, accetterei persino l’idea di una stagione «normale», l’aggettivo che più detesta. Fuori classe, fuori dalla classe (in senso scolastico). Siamo agli ultimi dribbling. C’è ancora tempo per le bevute al Roxy bar. A patto di andare (e non di lasciarsi andare). Il vostro parere?
Più di 3 milioni di utenti stanno già utilizzando l'app
Resta sempre aggiornato con le ultime notizie, risultati ed eventi live
Scaricala
Condividi questo articolo
Pubblicità
Pubblicità