Una delle più semplici frasi che gli appassionati utilizzano per definire la boxe, è che tale disciplina consista semplicemente in una discussione tra gentiluomini: nessuna parola, solo pugni. Questo modo di inquadrare il pugilato come un autorevole regolamento di conti, come violenza necessaria, è spesso servito a legittimarne la brutale efferatezza, e ad evidenziare i rari sprazzi di sportività tra gli avversari. Ma se ragioniamo attentamente, le storie dei pugili di maggior successo sono state scritte veramente dalla violenza necessaria. Una violenza che non nasce quasi mai direttamente dal ring, ma dalla quotidianità, dall’infanzia, dalle vite di periferia, dal degrado sociale. È lì che il regolamento di conti diventa quasi contrattualizzato, che i pugni e le risse rappresentano il giusto, regolare scorrere dei giorni.

mike Tyson

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Poi, per i più perseveranti, i pugni vengono passati al setaccio, cambiano forma col loro continuo percuotersi sulla pelle altrui, vengono puliti e raffinati da mani esperte all’interno di palestre. Alla fine il contratto di carta arriva veramente, ed è ora di salire sul ring. Questa è la storia dei Grandi della boxe. Uomini che non hanno mai saputo indossare una maschera diversa da dentro o fuori la competizione. Mike Tyson è sempre stato così, una macchina da guerra addestrata a essere feroce per necessità, per proteggersi. Ma durante il consueto appuntamento del suo podcast 'Hotboxin’, un indolenzito Tyson non riesce a trattenere le lacrime; la voce diventa rauca fino a un punto di non ritorno, parla a sospiri:
Pugilato
Fury demolisce Wilder ed è campione del mondo WBC dei pesi massimi
23/02/2020 ALLE 07:26
I migliori anni sono passati. Mi sento vuoto.
Spesso quando figure considerate incrollabili come “Iron Mike” collassano in preda ai sentimenti, la gente si aspetta uno smascheramento. Ma la verità si è rivelata essere un’altra: la maschera non c’è. E forse è questo ciò che tedia Mike al giorno d’oggi: la paura di non riuscire ad essere altro oltre a un istintivo tirapugni. La boxe si è infiltrata patologicamente nell’identità di Tyson sin da giovane, fino a plasmarlo, a monopolizzare la sua essenza.
Ecco perché sto piangendo, perché non sono più quella persona. E quella persona mi manca.
Il 53enne Mike Tyson di oggi ha cercato di ricostruirsi una vita diversa, provando ad accartocciare dentro sé l’irruenza di un giovane letale e sregolato, fino a dimenticarla. Ma ogni tanto gli echi di quel mondo spietato ritornano, e Mike vorrebbe tornare a quelle vecchie discussioni di una volta, fatte di soli pugni e nessuna parola. Perchè in fondo sa che i mondi della retorica digitale, dei salotti impregnati di nostalgiche memorie, gli stanno stretti; ma Mike resiste, ingoia nel punto più profondo di sé questo suo vecchio ricordo costringendolo agli angoli della sua memoria, pur consapevole che "The Baddest Man on the Planet" non si trattava di un’innocua macchietta, di una temporanea parentesi nella sua vita. Ma questa volta vuole riuscirci, vuole essere un gentiluomo.

Dal bullismo alla vendetta: un passato complicato

Mi sto impegnando nell’arte dell’umiltà.
E di umiltà, “Iron Mike” ne ha assaggiata tanta durante la sua infanzia. I problemi di alcool di sua madre lo avevano trascinato in uno dei quartieri più deplorevoli di Brooklyn; le case erano assediate da armi e droga, le vite dei ragazzi erano segnate da stupri e silenzi. E tale umiltà costò molto a Mike, fino a diventare radice della sua necessaria spietatezza e del suo scontato successo con i guanti addosso. In un articolo scritto per New York Magazine, l’ex-pugile ha scritto che il suo aspetto da giovane non gli faceva nessun favore: era grassoccio, portava degli occhiali, e aveva da tempo sviluppato quel difetto di pronuncia che lo avrebbe segnato per tutta la vita. Alla rivista l’ex pugile ha rivelato di essere stato bullizzato più volte dai ragazzi del posto. Ai tempi c’era solo da incassare l’umiliazione e stare in silenzio, accettare di essere messi alle corde e cercare di resistere, di respirare.
Forse le leggende della boxe nascono così; una volta che si è costretti a scendere nel baratro più irrimediabile della sofferenza, ad accettarla senza scappare, fino ad assaporarla e memorizzarla… Ci si scopre Grandi. La mente, come i muscoli, diventa sorda al dolore, diventa ambiziosa per ipertrofia. Si scopre che la violenza di ieri non porta più paura, e che si è pronti ad utilizzarla per i propri fini. Ci si sente pronti a regolare i conti. È per questo che Mike Tyson non è mai riuscito a separare i pugni del ring da quelli della vita, non è mai riuscito ad indossare quella maschera attoriale che gli avrebbe reso la vita più facile durante la vecchiaia. Infatti l’ex campione del mondo rivela che durante i suoi anni d’oro andava a caccia dei suoi bulli d’infanzia, picchiandoli per le strade, senza alcuna pretesa di essere gentiluomo.

La stima per Muhammad Ali

Forse, per quanto crudo possa sembrare, c’è una benedizione nel resistere alle corde, nel subire il male gratuito. Incontrando la violenza si incontra anche la fatica, che è la chiave per essere ricordati. È l’inizio della storia di Mike, picchiato e stuprato in tenera età da parte di veri e propri criminali; è la storia di Tyson Fury oggi campione del mondo WBC dei pesi massimi, che pervaso dalla depressione accettava di farsi demolire dai pugni dei propri compagni di allenamento, fino a non sentire più nulla; è la fine della storia di Muhammad Ali, che non accettò di prostrarsi al più giovane ed esplosivo Larry Holmes incassando una dose inquietante di pugni, che probabilmente si rivelarono letali per la sua stessa vita, smorzata dalla sindrome di Parkinson. Proprio per lui, in un podcast condotto da Michael Rapaport, Iron Mike aveva dedicato lacrime di stima e affetto:
Mentre tutti lo guardavamo essere demolito come un vecchio, lui non mollava. Dovevi ucciderlo. Era stato costretto a resistere lì e prendere botte fino alla fine. Per questo lo rispetto tantissimo.
Tale compassione per una figura sacra come quella di Ali è giustificata anche dalla storia di Tyson; perchè Mike da oggi ha cominciato a guardarsi dentro, a far visita a quel bulletto giovane e letale che è sempre stato, e che ora tiene assediato in un agolo del ring. Da veterano intontito dai colpi del tempo, ha maturato la consapevolezza che la fine di un pugile corrisponde alla sua partenza: dalle corde. E non parliamo delle corde di un ring.
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