Qualche settimana fa, da queste pagine, ci eravamo “lasciati” sottolineando la particolare varianza che nella prima parte di questo 2019 il tennis professionistico aveva messo in luce. Una caratteristica che non è cambiata nemmeno nel torneo di Miami, da sempre appuntamento che manda in archivio il cemento fino al prossimo agosto, per lasciare spazio a terraioli – tanti – ed erbivori – assai meno. Il successo di Ashleigh Barty nel torneo femminile ha confermato il discorso già aperto – con 14 vincitrici diverse per 14 tornei – così come da un certo punto di vista l’ha fatto anche quello di Roger Federer.
Il fenomeno di Basilea, della cui mistica ormai si è raccontato tutto il raccontabile, è diventato il primo a riuscire a vincere 2 titoli differenti in questa strana prima parte di stagione. E l’ha fatto confermando un livello per tutti ancora troppo lontano. E’ stato e continua a essere un discorso a parte quello di Federer, che escluso il piccolo scivolone con Thiem a Indian Wells, continua a dare la sensazione, quando supportato dal suo fisico, di praticare una disciplina a cui solo Rafa e Nole hanno avuto il privilegio di innalzarsi, regalandoci scontri mitici.
Tennis
Oltre Federer, Djokovic e Nadal: il 2019 democratico del tennis
18/03/2019 ALLE 14:53
La supremazia di Federer in quel di Miami è stata a tratti imbarazzante. Radu Albot escluso, Federer ha veleggiato verso il successo, mettendo in luce un timing sublime nell’anticipare gli impatti contro due bombardiari come Anderson (quarti) e Isner (finale); e tutte le lacune di giovanotti dal futuro promettente la cui unica fortuna rispetto a quelli del passato è però nel non doversi scontare, ancora per troppo, contro i 3 superuomini sopra citati.
Un futuro che gente come Shapovalov e Auger-Alissime, al di là delle dichiarazioni di facciata, speri arrivi presto. Ma che per ora continua a essere rimandato. Affacciandoci alla stagione sul rosso nell’attesa di capire come starà il padrone di casa Nadal, il cemento al di là della complessiva varianza ha parlato piuttosto chiaro: a Novak Djokovic uno slam; a Roger Federer quasi tutto il resto. Lo svizzero ha centrato una finale e un titolo nei due tornei più importanti (Masters 1000 Indian Wells-Miami); oltre che il sigillo in uno dei 500 più prestigiosi – per prize money e tabellone di partecipazione – come Dubai. Ma al di là di questo, compresa la Hopman-Cup, Federer è 22-2 in tutto il 2019 (suo miglior risultato degli ultimi anni); ha agguantato 101 titoli (mettendo seriamente nel mirino il record 109 di Connors); e soprattutto è #1 della Race. Serve altro? Ve lo serviamo.
Oltre a questo Federer ha dato infatti la sensazione di chiudere in crescendo a Miami, dove ha probabilmente giocato il suo miglior tennis dal successo a Wimbledon 2017. Ed è questa la notizia migliore per i milioni di fan che lo svizzero raccoglie in giro per il mondo (impressionante come anche a Miami la maggioranza del pubblico non fosse con l’atleta di casa). Il riaffacciarsi sul rosso dell’elvetico arriva nel miglior momento possibile. A quasi 3 anni di distanza da quel maggio 2016 quando in un pomeriggio romano Federer giocò la sua ultima partita su questa superficie (ottavi di finale con Thiem), Federer si ripresenta non solo in una grande condizione fisica e mentale, ma con la consapevolezza di avere il vantaggio di un evidente paradosso: quello di non dover fare per forza risultati. Qui l’attesa, infatti, è tutta per Nadal. E senza pretesa di vittorie ‘obbligate’ – macigno che Federer si porta dietro da una vita – avrà probabilmente davvero spazio per provare a divertirsi.

L'ultima partita di Roger Federer sul rosso: ottavi di finale degli Internazionali d'Italia del 2016 contro Dominic Thiem

Credit Foto Getty Images

Uno scenario che rende ancora più interessante l’arrivo sulla terra rossa, destinato a sparigliare le carte dei tanti specialisti – in cui mettiamo anche il nostro Marco Cecchinato, che in Argentina su questa superficie ha tra l’altro già vinto spiegandola su a un signore come Schwartzman – e che ci proietta nella seconda parte di stagione col miglior quadro possibile: alcuni giovani che spingono, alcune certezze che restano, un più generale livellamento e qualche fenomeno pronto a farci divertire. Il resto saranno topponi, scivolate e lunghe trame dal fondo; con tre Masters 1000 a lanciarci verso Parigi che certamente contribuiranno a riscrivere una classifica ATP mai come prima in tempi recenti così in subbuglio.
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