Matteo Berrettini, nato a Roma il 12 aprile 1996, è un tennista in rapida evoluzione che un anno fa vinceva a Bergamo il suo secondo challenger e oggi, a Stoccarda, è diventato il secondo italiano dell'era Open (dopo Seppi nel 2011) ad alzare un trofeo su erba, superficie così poco adatta ai nostri. Sì perché l'elemento naturale del tennis italico è la terra rossa e anche Berrettini non sfugge alla lezione base: primo titolo ATP a Gstaad nel 2018 e prime vittorie slam (2) al Roland Garros; secondo successo quest'anno sulla terra battuta di Budapest 2019 e altra finale a Monaco di Baviera.

Sappiamo però che anche l'ultimo Challenger giocato e vinto sul cemento di Phoenix, molto famoso perché messo tra Indian Wells e Miami, non può essere minimizzato nonostante lo zero nei match vinti fra Australian e US Open. Del resto Matteo non può nascondersi sul veloce con queste nette attitudini, anzi altitudini da big-server e colpitore di dritto. Ciò che non ci aspettavamo, almeno non da subito, è invece la sua resa su erba perché, prima di Stoccarda, aveva vinto "solo" un match a Wimbledon con Jack Sock. Per due motivi: il movimento molto ampio del dritto (su erba c'è meno tempo di gioco) e le lunghe leve poco funzionali alla rete.

Tennis
Berrettini: "Non riesco a credere di aver vinto, è stato un torneo fantastico"
16/06/2019 A 16:04
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Ci sbagliavamo, meno male e non di poco, perché Matteo Berrettini ha bensì giocato un tennis fitto, bello e vincente per un'intera settimana di erba a Stoccarda. Battendo Kyrgios (specialista), Khachanov (numero 9 del ranking), Kudla, Struff e in finale Felix Auger-Aliassime senza cedere nemmeno un set, vincendo tutti i suoi 50 game al servizio, con 2 sole palle break concesse a Struff (nello stesso gioco) in tutto il torneo. Ha servito 39 ace e vinto l'89% dei punti con la prima, per un totale dell'80% dei punti giocati a Stoccarda. Cifre dominanti che non riguardano solo battuta e dritto, così spesso vincente già in uscita dal servizio, ma anche la nuova misura di un rovescio molto efficace sia in slice che d'attacco.

Come i due passanti di rovescio, lungolinea e incrociato, con cui Berrettini ha bucato Auger-Aliassime nel tie-break della finale. Oltre alle ottime letture e soluzioni tattiche come una seconda di servizio, o la risposta al corpo del giovane canadese (ne sentiremo parlare) o le variazioni di tocco, fra cui certe bellissime stop-volley. Un torneo sigillato dal punto più bello della Mercedes Cup quando, contro Kudla, ha tirato sulla riga un dritto in corsa spalle al campo. Così venga subito Halle e inizi presto Wimbledon.

È stato sorprendente anche il passaggio dal rosso all'erba perché fra Roma, battuto da Schwartzman che poi ha fatto sudare Djokovic, e il Roland Garros, fermato dal talentuoso Casper Ruud poi sconfitto da Federer, era stato molto autocritico. Poi eccolo qui, già concreto e vincente al primo appuntamento verde, fra spirito d'adattamento e capacità reattive. Merito di un'ottima tenuta mentale per i suoi 23 anni e del lavoro di un coach come Vincenzo Santopadre che, quanto aveva ragione, disse a inizio anno di non aver mai visto in Italia un talento così.

Sì perché Berrettini ha in mano, anzi nel manico, il futuro (molto) prossimo del tennis nostrano, al netto del miglior momento della carriera di Fognini. Perché Matteo è un giocatore completo che in poco più di un anno ha già vinto su tutte le superfici. Perché oggi è best ranking al numero 22 della classifica mondiale e a Wimbledon sarà testa di serie. Perché avanti così - se Federer Djokovic e Nadal non sono immortali, ma ci sorgono dubbi - lo vedremo alle ATP Finals di Torino.

Scommettiamo che - colmando altri margini di miglioramento, viene in mente un po' di footwork - se le giocherà coi prossimi Next Gen fra cui l'ultimo suo avversario, Felix Auger-Aliassime. Con Zverev (già battuto a Roma) e Thiem e Stefanos Tsitsipas che, eletto, sarà il numero 1 della prossima generazione. L'ha detto anche Adriano Panatta e oggi, in Italia, sembra d'esser tornati alla sua magnifica era.

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