Stelle e strisce: soprattutto stelle per la verità. Gli Stati Uniti, potenza commerciale per eccellenza, hanno scoperto prima di altri nello sport uno strumento di marketing formidabile che ha portato anche al successo industriale. E l’ha sfruttato come nessun altro: negli sport di tipica cultura americana, hockey, football e basket professionistico questo è sempre accaduto, in modo anche più invadente nel corso degli ultimi anni.
In altri sport l'impero americano si sta scoprendo sempre più pronto a un'egemonia che dà quasi l'impressione di essere un'autentica invasione. E quando il fenomeno non c'è gli americani sono in grado di crearlo: con un massiccio investimento promozionale su semisconosciuti che diventano aspiranti fenomeni. E' il caso di Floyd Landis, 30 anni che probabilmente chiuderà la carriera con il successo del tour. Allevato senza alcun lusso dai genitori, aderenti alla congregazione dei mennoniti, che ritenevano la bicicletta un divertimento da evitare, Floyd si è allenato da solo, di nascosto, arrivando al professionismo nonostante una gravissima malattia che ora lo costringerà all'ospedale dove a settembre gli impianteranno un'anca artificiale. Gli sponsor si sono innamorati di lui: gli americani anche e sono pronti a spingerlo di nuovo in bici per vederlo anche solo pedalare al prossimo tour. Lo hanno ribattezzato DisneyLandis, un eroe da fumetto per un'impresa da film epico.
Nicky Hayden invece non è mai stato preso troppo sul serio: aveva sempre qualcosa di troppo per essere un vero campione della MotoGp. Troppo distratto, troppo incostante, troppo giovane, troppo individualista, persino troppo bello. Il suo volto da fotomodello non stava bene protetto dietro al casco, ma faceva vendere più moto quando campeggiava vicino alla scritta della casa produttrice. E quando la Honda lo assunse molti dissero che avevano trovato il testimonial perfetto: peccato non avrebbe mai vinto. Ora sta vincendo, complice la sfortuna che si è accanita sul dottor Rossi. Nicky il bello è anche vincente: per lui pronta la sceneggiatura di un film e il rinnovo del contratto. Guadagnerà il doppio di quest'anno.
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Tiger Woods invece quei soldi li guadagna da sempre: è uno degli uomini sportivi più ricchi del modo. Le aziende si picchiano per rappresentarlo. Il suo agente guadagna quanto un'azienda di media grandezza in Italia: ora, con undici troferi slam in bacheca e l'ennesimo contratto firmato Woods si scopre anche umano. Perché fino a oggi è stato un mostro, inattaccabile, persino un po' antipatico con tutta quella sua perfezione. Quando lo scorso anno ha cominciato a perdere qualche colpo il mondo tirò un sospiro di sollievo: Tiger è umano, sbaglia. E invece no: il padre, malato, lo stava lasciando. E quando Tiger decise di lasciare per un po' le competizioni per dedicarsi al papà, l'antipatia, o magari invidia che provavamo per lui, ha lasciato posto a una grande tenerezza. Ora che papà non c'è più e Tiger infila una buca da 410 yarde in due colpi vincendo l'undicesimo slam, vederlo piangere lo ha reso simpatico. Gli sponsor lo amavano già, con la sua faccia che vale 30 milioni di dollari a campagna promozionale: a noi, gente normale con problemi normali, fa piacere scoprire che anche lui è umano, vincente, ma umano.
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