Gianmarco Tamberi ha un rapporto particolare con le Olimpiadi. Il saltatore azzurro ha ripercorso la sua storia olimpica in un”intervista alla Gazzetta dello Sport, partendo da quella gara di Bressanone prima di Londra 2012: “Era la mia ultimissima possibilità. Papà, il mio allenatore, mi disse che non sarebbe bastato il 2.28 minimo B, ma che doveva fare 2.31 di quello A. Fui l’ultimo dei 292 azzurri ammessi, tutti gli sport compresi”.

Una qualificazione quasi incredibile e inaspettata: “Non a caso reputo quel traguardo raggiunto come il più grande della mia carriera, figlio di un’esagerata voglia di sfondare. Sono sempre stato un uomo da ultimi tentativi, da dentro o fuori. Due mesi prima per andare agli Europei di Helsinki mi sarebbe servito un 2.26 e l’ottenni in extremis ai Tricolori giovanili di Misano”.

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Eppure le Olimpiadi non sono sempre stato il primo pensiero di Gimbo:“Ho cominciato a fare atletica solamente nel 2009, prima la mia vita girava intorno al basket. Giocavo ancora a Lignano quell’anno, quando vinsi gli Studenteschi. Da ragazzino più che i Giochi sognavo la NBA. I racconti di papà, legati all’esperienza in pedana a Mosca nel 1980, però, mi hanno sempre affascinato. La gente gli chiedeva di quell’esperienza, così ho capito il valore e il pedo di un’Olimpiade”.

Sull’esperienza di Londra: “Nessun rimpianto. Uscì in qualificazione con un 2.21, ma con un impatto emotivo indelebile. L’ingresso in quello stadio enorme, gli sguardi di migliaia di persone, i brividi nel segnare i riferimenti per la rincorsa, il boato per la finale dei 100 metri vinti da Bolt proprio in quel momento. Mai vissuta una cosa così”.

Poi la grande delusione di Rio, con quel maledetto infortunio che privò Tamberi dell’Olimpiade brasiliana: “Puntavo a una medaglia e a dominare le inevitabili emozioni del momento. Con il mio mental coach avevo visualizzato la situazione numerose volte. Da allora penso a Jury Chechi, che con la mia tempistica, dovette rinunciare ad un’Olimpiade in cui sarebbe stato l’uomo da battere. Abbiamo una storia uguale a metà, io ho già vissuto la parte brutta”.

Adesso c’è Tokyo e la grande voglia di Gimbo di essere protagonista:

Ho vissuto quattro anni in attesa del 2020. All’inizio è stato difficile accettare il posticipo, anche se il trauma non è stato mai paragonabile a quello di Rio. Ho scaricato molto per i Giochi giapponesi anche a livello personale. Ho rinviato il matrimonio, ho cambiato le abitudini del sonno. Ora sono di nuovo super concentrato. La voglia di esserci da protagonista è grande. Penso ora che il rinvio sia anche un’opportunità per aggiustare qualcosa dal punto di vista tecnico. Sono carichissimo

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