Alla tradizione. Real Madrid. La banalità dell’anormale. Superlega o non Superlega, Var o non Var, dal cinque su cinque del periodo 1956-1960 al cinque su nove dell’ultimo scorcio. In tutto, 14. Una dittatura: secondo il Milan con 7, terzi il Bayern e il Liverpool con 6.
Al calcio all’italiana. Carlo Ancelotti e José Mourinho. Vincere di «corto muso» non è un’onta. Dipende come, dove e contro chi. Arrigo Sacchi, nel chiosare l’impresa del figlioccio, ha parlato di «capolavoro», di «umiltà». Favoriti, seppur di poco, erano i Reds. Se da tecnico arrivi a vincerne quattro, di Champions, significa che sei bravo: non solo fortunato. Come ha riconosciuto Jurgen Klopp, già beffato in Premier da un altro dei nostri, Antonio Conte: l’1-1 del suo Tottenham gli è costato il titolo. Ricapitolando: sprangarsi in casa non sarà mai un «reato». A meno di non buttare via le chiavi. E il Real col cavolo che le getta. Stesso discorso per Mou: mordi e fuggi, fuggi e mordi. Al Feyenoord il centro del ring, alla Roma il gancio sinistro di Nicolò Zaniolo e i guantoni di Rui Patricio.
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Champions League
Caos Liverpool-Real, la UEFA si scusa: "Non deve succedere più"
03/06/2022 A 19:20
Alla rivelazione. Il Villarreal di Unai Emery. Ha licenziato la Juventus e il Bayern; e per un tempo, in semifinale, aveva rimontato addirittura lo 0-2 di Anfield, salvo poi arrendersi agli errori del portiere, Geronimo Rulli, e ai cazziatoni di Klopp. Bilancio sostenibile, il Sottomarino giallo, e un tipo di football, posso?, molto italiano. La prima mossa non sarà mai un chiodo fisso. Questione di gusti, e non semplicemente di paura.
Al portiere. Thibaut Courtois. Monumentale. Al Parco aveva murato un rigore di Leo Messi. Allo Stade de France ha disarmato Sadio Mané e Mohamed Salah. Le ultime Champions del Liverpool sono storie di portieri. A Kiev, nel 2018, le papere di Loris Karius l’avevano indirizzata verso il Real di Zinedine Zidane; a Parigi, sono state le prodezze del numero uno avversario a scolpirla.
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Alla memoria. Fatte le debite proporzioni, la marcia del Real ancelottiano mi ha rammentato la cavalcata dell’Italia bearzottiana dell’82. Fuori il Paris Saint-Germain/Argentina, fuori il Chelsea/Brasile, fuori il Manchester City/Polonia e, in finale, fuori il Liverpool/Germania Ovest.
Alla delusione. Il Bayern. Decima Bundesliga consecutiva, ma kaputt già nei quarti per mano del Villarreal. Julian Nagelsmann è uno scienziato che vorrebbe trasformare i crani dei giocatori in piccoli laboratori ambulanti. Sarebbe il caso di dirgli che il calcio è metà arte e metà riffa. O forse gliel’ha già detto Emery.
Al migliore. Karim the dream Benzema. Prima di lasciare il palco a Courtois, ha raccolto e trasportato, di peso, il Real: tripletta al Paris, tripletta e gol al Chelsea, 2 reti all’andata e 1 al ritorno al City. C’era una volta lo sherpa di Cristiano Ronaldo. Oggi, a 34 anni, il nuovo capo è lui.

Ancelotti su Benzema: "Come il vino, invecchiando migliora"

Ai ricordi. Cristiano, 37 anni suonati, eliminato negli ottavi con il Manchester United. Leo Messi, 35 anni a giugno, cacciato negli ottavi con il Paris. L’autunno dei patriarchi trasmette malinconia, nostalgia. Cierre era passato dalla Juventus a Old Trafford. La Pulce aveva lasciato Barcellona dopo una vita. La storia non li ha aspettati. Proprio loro, i più grandi di questo decennio. In Qatar, fra novembre e dicembre, il Mondiale della staffa.
Al miglior difensore. Virgil Van Dijk. Trentenne, olandese, corazza e scudo del Liverpool. Ha registrato il reparto, ha dato sicurezza a Joel Matip e Ibrahima Konaté (classe 1999, stopper emergente). Nel suo genere, e nel suo ruolo, un leader.
Al miglior «falso nueve». Kevin De Bruyne. Diavolo nel City di Pep Guardiola, acqua santa nel Belgio. Un «tuttocampista» che accoppia il talento al fisico. Sarà un caso, ma la sua uscita al Bernabeu comportò l’ennesimo harakiri del guru catalano. Che in Europa, lontano da Messi, sembra un po’ meno guru.
Al miglior giovane. Vinicius Junior. Ventidue anni a luglio, spalla di Benzema, un’ala che la modernità ha trasformato in punta esterna, a tutta fascia. Veloce e attratto dal dribbling - se no, che brasiliano sarebbe? - ha risolto, d’astuzia, la «bella» di Parigi. Benzema gliel’aveva giurata, Ancelotti ha sopito e troncato, troncato e sopito. Morale: una coppia, non più una rissa.
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Alla nuova regola. Promossa l’abolizione del valore doppio dei gol in trasferta (a parità di reti). Ha liberato i duellanti, ha contribuito ad alzare il livello emotivo delle sfide.
Alla gaffe. Mercoledì 29 maggio 1985 il mondo assisteva, inorridito, alla tragedia dell’Heysel: 39 morti sotto la carica degli hooligans del Liverpool e l’ignavia delle autorità preposte (del Belgio, dell’Uefa). Sabato 28 maggio 2022, la finale di Champions tra Liverpool e Real è cominciata con 36’ di ritardo per problemi di ordine pubblico. Protagonisti, sempre i soliti: i tifosi inglesi, la polizia (francese) e gli organizzatori (dell’Uefa). Per fortuna, questa volta, solo brividi e nessun lutto. Possibile che, a 37 anni di distanza, gli impresari del Circo, e alcuni «clienti», non abbiano ancora colto il messaggio? Il mazzo di fiori deposto da Kenny Dalglish a Saint-Denis stride con la parata cittadina dei vice campioni: attendere almeno lunedì, no?

Liverpool-Real, lacrimogeni, placcaggi e disordini: il caos fuori dallo Stade de France


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