E’ possibile stimare l’età di una persona osservando il suo rapporto con la Nazionale Tedesca e la poesia. La generazione X, cresciuta al fianco dei rapaci e macchinosi squadroni degli anni ’80 e ’90, non può scendere fino alla vera radice di questo accostamento. I Millennials invece, che si sono lustrati gli occhi davanti alle gesta dei vari Ozil, Reus e degli altri eroi che hanno ricostruito il calcio tedesco negli ultimi 15 anni, hanno una sensibilità totalmente differente. I Baby Boomers affermeranno che il prototipo di una nazionale tedesca ispirata, che si diverte e fa divertire, non è affatto un concetto distante anni luce. E’ tutta una questione di poesia, e di quanto siamo disposti ad accoglierla nelle nostre vite. I nostri nonni ricordano bene quella particolare estetica, che permise a una Nazione spaccata in due di ergersi sopra il panorama europeo. Si chiamava Ramba-Zamba Fußball, e fu la filosofia calcistica che plasmò una delle squadre più forti del mondo durante i primi anni ’70. Quel modo di giocare riuscì a spezzare catene e catenacci del calcio difensivista e arroccato allora diffuso in gran parte dell’Europa. La Germania dell’Ovest di quegli anni era il fiore all’occhiello del calcio internazionale; l’Equipe battezzò quell’utopia come “il calcio da sogno degli anni 2000”. Tutti, dopo che la Germania Ovest vinse l’Europeo, si convertirono a questa vibrante, nuova poetica.
“Sono un piacere per gli occhi” scriveva Geoffrey Green sul Times. Era un gioco “elegante, fantasioso, vario; calciano la palla da un’infinità di angoli e traiettorie, sia a terra che in aria. E’ come una luce moltiplicata da un prisma”.
La Germania Ovest era sorretta da due inflessibili tiranti: davanti alla porta Beckenbauer in qualità di libero, e a sigillare la catena tedesca dall’altra estremità c’era l’insaziabile bomber Gerd Muller. Ma il punto di raccordo tra i due alberi maestri, si chiamava Gunter Netzer. E proprio come i due leader, lui trascinava con sé una certa altezzosità, alimentata non tanto da insicurezze sottese, ma da una profonda consapevolezza del proprio strapotere. “La fiducia in me stesso era incommensurabile”, dichiarò un giorno il playmaker tedesco. Alla vigilia della finale con l’Unione Sovietica del ‘72, Beckenbauer ribadì spocchiosamente che sì, la Germania Ovest avrebbe trionfato senza troppe tribolazioni. Un’arroganza che la storia designò come legittima e giustificata.
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La vittoria più importante nella storia calcistica tedesca

Al tempo, il Campionato Europeo era ben diverso dal format che conosciamo oggi: il torneo iniziava e si risolveva in poco meno di una settimana. Dal 1960 al 1976, l’Europeo consisteva in una sorta di playoff a eliminazione diretta, simile a un quarto di finale. Poche squadre partecipavano, e ancora meno erano quelle in grado di ambire alla vittoria finale. Due di queste erano sicuramente Germania Ovest e Inghilterra. La rivalità si infiammò proprio nell’edizione del ’72, quando i tedeschi surclassarono gli inglesi per 3-1 nei quarti di finale, avviando una marcia che li avrebbe portati sul tetto d’Europa. Quella vittoria rovesciò lo storico asse della competitività tra le due nazioni: nel decennio precedente gli inglesi erano stati capaci di collezionare 7 vittorie consecutive sui tedeschi; il dominio anglosassone era culminato nella vittoria in finale di Coppa del Mondo 1966. Ma dal 1970, i tedeschi cominciarono a spodestare la nazionale inglese dai troni conquistati nel decennio precedente: in Messico ribaltarono un 2-0 ed eliminarono i rivali dalla Coppa del Mondo ai supplementari. Ma una vittoria in acque internazionali, per un gruppo di quel talento, non bastava più. Era necessario conquistare la fortezza che nessuno aveva mai osato espugnare: Wembley. Vincere in casa degli inglesi sarebbe stata un’impresa storica, dato che nessuna delle compagini dell’Europa continentale era mai riuscita a vincere su quel campo. A Wembley i tedeschi si consacrarono non solo come squadra, ma anche come poetica, stile, estetica, filosofia calcistica basata su una frizzante joie de vivre.

Franz Beckenbauer, Wembley

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Quello che fu un match serrato e aperto ad ogni risultato fino all’ultimo, si sedimentò nell’immaginario collettivo come una delle imprese calcistiche più importanti della storia tedesca. La narrazione mitologica ed edulcorata si intersecò a realtà e numeri del match, dando vita a un’illusoria e fantasticata landa di mezzo. Sebbene le squadre crearono un simile numero di occasioni, la differenza sostanziale la segnò il campo: osservando le due squadre giocare, pareva evidente la macchinosità della manovra inglese, che si rendeva pericolosa sotto porta attraverso sudore e fatica. I tedeschi invece erano sciolti in un gioco armonioso e simbiotico, foraggiato da fraseggi ritmici.
Guardandoli giocare, era possibile estrapolare un senso di leggerezza dal loro calcio, dall’aura che si sprigionava e si rifletteva tramite i loro tocchi educati. Questo divario di classe era ben evidente prima del gol di Uli Hoeness: l’attaccante tedesco sbloccò la partita al 27° minuto di gioco. “Sono stati i migliori tecnicamente; una combinazione infinitamente superiore di fantasia”, osservò il match report del Times. “colpirono l’Inghilterra al livello dell’intelletto”.
Fu proprio questa gara che portò l’Equipe a battezzare la prestazione ella Germania dell’Ovest come “calcio proveniente dagli anni 2000”. La Germania Ovest non tremò nemmeno al momento del pareggio inglese, firmato da Francis Lee. Un rigore concretizzato da Netzer e una poderosa finalizzazione di Muller sigillarono il risultato sul 3-1. In virtù di tale batosta, l’Inghilterra era caduta in un baratro smarrendo quella gloriosa memoria che ne aveva contraddistinto il decennio precedente: in molti rievocarono la vittoria dell’Ungheria per 6-3 a Wembley nel 1953; quello era l’unico episodio comparabile all’umiliazione consumatasi in quei maledetti quarti d’Europeo.
Il vero traino dell’ingranaggio tedesco si localizzava a centrocampo: impiegavano due registi nel cuore di un modulo riassumibile come 1-3-3-3: Beckenbauer agiva come libero e Netzer più avanti, ad amministrare il centrocampo. I due si cambiavano di posizione più volte nel corso del match: Netzer arretrava, sguinzagliando così le sgroppate di Beckenbauer a centrocampo. Le difese avversarie venivano investite da improvvise incursioni centrali capitanate dal poderoso fuoriclasse tedesco; le retroguardie perdevano così ogni punto di riferimento, si sfilacciavano in balìa delle discese del Kaiser. Si trattava di una tattica integrata proprio da Netzer, che l’aveva messa in pratica ai tempi del Mönchengladbach. Tale sfrontatezza tattica non creò chissà quanti grattacapi all’allenatore della nazionale Helmut Schon: quando Franz e Gunter gli proposero questa idea, lui accennò un sardonico sorriso: “Fate come volete, mi sta bene”.

Helmut Schon, Gunter Netzer

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Fu il tabloid tedesco Bild a coniare il termine “Ramba-Zamba” per etichettare il gioco espresso dalla Germania Ovest, e in particolare la sinergia Netzer-Beckenbauer. Ramba-Zamba è una forma gergale, non trova alcuna traduzione letterale, è un colloquialismo che riassume un umore, una vibrazione, un modo di ascoltare e percepire. Si avvicina a razzmatazz, hullabaloo, espressioni sonore roboanti, a indicare una certa forma di clamore, tumulto, fracasso festoso.
"Non si trattava solo di tattiche", afferma Uli Hesse, autore del libro Tor!, sulla storia della Nazionale tedesca. “Si era creata una certa sensibilità attorno alla squadra, siccome erano così votati all’attacco. È stato divertente. Si stavano divertendo. E’ ciò che associo a quel gruppo: una spensieratezza che prima non c'era e che dopo mancò per molto tempo ".
Beckenbauer e Netzer in particolare, sembravano giocare in pantofole. Qualsiasi frammento audiovisivo della loro performance a Wembley andrebbe condita con un assolo jazzistico da soft porn. Ai posteri consegnarono la certezza che il gioco del calcio non andasse dominato, bensì accompagnato. E i piedi fini di Netzer, che con un’abilità simile a quella di Xavi amministrava fluidamente i momenti della gara, erano stati educati proprio per questo. Era un assistman preciso, puntuale e penetrante. Poteva infiammare o congelare il gioco disegnando geometrie intuitive, essenziali: passaggi corti oppure traversoni chirurgici di 40 metri. Era come se Netzer si fosse intascato le lancette dell’orologio calcistico, e avesse cominciato a distribuire palloni secondo una temporalità tutta sua. Non c’era fretta, o concitazione.
L’unica pecca di un giocatore così anticonformista era la continuità. Wolfgang Overath, che gli faceva concorrenza per il ruolo di playmaker nello schieramento tedesco, si ritagliò il suo spazio sfruttando proprio questa lacuna. Ma Netzer era tutt’altro che un barocchismo per quella Nazionale o per i club in cui militò: alzò 4 titoli nazionali da protagonista, due con il Borussia Mönchengladbach – che inaugurarono l’albo d’oro della squadra – e due col Real Madrid, conditi da tre coppe. Fu il primo giocatore della Germania Ovest a vincere due titoli di giocatore dell’anno consecutivamente e apparì nella squadra dell’anno di Bundesliga per 7 anni di fila. Non era solamente materia viva per i flash dei fotografi, era un assioma rivoluzionario.

"Gli inglesi mi autografarono la gamba"

A Wembley, la meticolosa organizzazione di entrambe le squadre aiutò Netzer. A centrocampo poteva contare sull’appoggio di Herbert Wimmer, suo compagno al Borussia Mönchengladbach. Era Wimmer a fare il lavoro sporco, a bonificare le acque così che Netzer potesse camminarci sopra. Dall’altra parte del campo, l’Inghilterra non aveva schierato un’adeguata controparte: Sir Alf Ramsey scelse un centrocampo a 3 composto da centrocampisti di possesso, con la speranza di dominare il gioco da subito ed archiviare la pratica anzitempo. Una decisione che si rivelò catastrofica.

Horst Dieter Hottges lies injured as Norman Hunter and Gunter Netzer look on

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Al ritorno, Ramsey esagerò nella correzione del precedente errore: schierò due mastini come Norman Hunter e Peter Storey nel cuore del campo, col solo compito di braccare Netzer tramite falli o espedienti sporchi. Ma così facendo, gli inglesi persero trazione anteriore: finì 0-0, il colpo che avrebbe dovuto innescare la rimonta si inceppò in canna. Subito dopo la gara di ritorno, Netzer commentò così la direttiva macellaia degli inglesi sulle sue gambe: “Pare che la squadra inglese volesse autografarmi la gamba destra; in ordine discendente ho impressi i tacchetti di Summerbee, Hunter, Ball e Storey”.
Questo enunciato è solo un antipasto della verve con cui Netzer si presentava alla stampa. In molti lo paragonavano a George Best, per via di quella spigliatezza espressa sia a parole che a giocate. Dinoccolato, casual e ribelle: Netzer aveva bussato alla fabbrica del calcio al momento più opportuno: erano gli anni delle prime icone sportive, e il suo portamento aveva il potenziale per infiammare la controcultura. Eppure, se proprio volessimo comparare Netzer a Best, ne ricaveremmo due ritratti psicologici diametralmente opposti: Netzer non beveva, sessualmente poneva rigidi paletti, conduceva una vita sana ed equilibrata; e soprattutto, al contrario di Best, era a suo agio con l’idea di sé.
Perciò, potremmo inquadrare Netzer come un profilo individualista anziché idealista; non ribelle, ma talmente spigliato e sicuro di sé stesso da poter essere frainteso come anarchico. Aveva una patologica inclinazione a distinguersi dal gregge, fare le cose in maniera diversa: era il proprietario di un bar chiamato Lovers Lane, guidava macchinoni costosi e appariscenti, portava i capelli lunghi infischiandosene di ciò che la gente pensava. E per non farsi mancare nulla, prese parte al matrimonio della figlia di Frank Sinatra; le foto lo ritraggono seduto a un tavolo assieme a Neil Diamond e Sammy Davis Jr.

Netzer: il miglior giocatore al mondo

Avendo escluso gli Inglesi dalla competizione, la Germania Ovest era la gran favorita alla vigilia di Euro ’72. Un mese dopo la qualificazione ai playoff – e con la Bundesliga ancora aperta – la Germania Ovest fece tappa in Belgio per disputare, nell’arco di cinque giorni, le 4 partite del torneo Europeo. Al primo appuntamento, i tedeschi superarono di misura i padroni di casa 2-1. Netzer apparecchiò la tavola per entrambi i gol di Muller: per antipasto una scodellata di piede destro verso l’area di rigore, e per dessert un lancio da metà campo a trovare l’unico fazzoletto di terreno non coperto dalla retroguardia belga. Nel mezzo la solita spensieratezza palla al piede, il passo camminato e sciolto, il riposo del corpo prima di sferrare la fulminea rasoiata che solo lui poteva vedere. A Gerd Muller non restavano altro che due finalizzazioni semplici, garantite dalla calma di chi lo serviva. Una calma inspiegabile, mentre sugli spalti e fuori dallo stadio tutta Anversa brulicava d’irrequietezza: nel contempo della gara, il chiasso cittadino aveva raggiunto una soglia tale da coprire il suono della sega di un detenuto che tentava di spezzare le grate del carcere lì vicino.

Gunter Netzer

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La finale della competizione si prospettava più impegnativa: Netzer e compagni si trovarono davanti l’Unione Sovietica, fiera egemone del calcio europeo anni Sessanta. I Sovietici avevano dominato la competizione, alzando il trofeo nel 1960, arrivando in finale nel 1964 e uscendo alle semifinali nel 1968 per colpa di una monetina - lanciata dopo il pareggio 0-0 con l’Italia – che ne decretò la sconfitta.
Nonostante la stirpe calcistica sovietica raggelasse ancora il sangue di chiunque, i tedeschi restavano comunque i favoriti. Si erano imposti per 4-1 sugli avversari in un’amichevole giocata tre settimane prima, segnata dal poker dell’inestinguibile Gerd Muller. I tedeschi avevano aperto la prima crepa nella difesa sovietica, che da due anni non subiva più di un gol in una partita, e in Belgio erano tornati per completare la demolizione.
L’URSS aveva recuperato vigore battendo di misura l’Ungheria in semifinale, ma il Ramba-Zamba era una bestia differente, che nessuno era ancora riuscito né a decifrare, né a domare. La superiorità dei tedeschi fu ancora più schiacciante di quella osservata a Wembley. Una ragnatela di passaggi imbrigliò i muscoli dei sovietici da inizio gara. Netzer e compagni arrivarono a tessere azioni composte da 30 o più passaggi, un numero spropositato per le partite odierne, figuriamoci per quei tempi. La semplice e concreta geometria tedesca sfiancò i sovietici in un batter d’occhio: ad aprire e chiudere il tabellino fu il solito Muller, che trapassò le linee sovietiche con facilità inaudita. In mezzo il gol di Wimmer, a consacrare la Germania Ovest come squadra più forte del globo. Gerd Muller uscì dal torneo con 11 gol a referto: “Muller segnò di stinco, di ginocchio, di schiena e sì, qualche volta anche di piede”, scrive Uli Hesse. Un’altra prestazione extraterrestre per il giocatore che si congedò dalla Nazionale con 68 gol in 62 gare disputate.
Tre quarti della folla accalcata sugli spalti dello stadio a Bruxelles era tedesca. I tifosi avevano valicato io confine nazionale per celebrare il battesimo di uno dei collettivi più forti della storia calcistica. Subito dopo il fischio finale, le barriere degli spalti furono violate e la folla si riversò sul campo. Una fiumana di cori e carne si concentrava in una sentita celebrazione di una poetica, di un ritmo condiviso, palpitante: in poche sillabe, Ramba-Zamba.
In finale Netzer non fu decisivo come nelle gare precedenti, ma piazzò lo zampino comunque in un paio di azioni da gol. La sua traversa propiziò il primo gol di Muller, e sul gol di Wimmer iniziò l’azione con un passaggio facile per Heynckes. L’ultimo gol pareva un vero e proprio manifesto programmatico del Ramba-Zamba Fußball: Netzer ripiegò sulla linea della propria area di rigore assieme a Breitner, liberando un corridoio centrale per la progressione dello stopper Schwarzenbeck (anziché Beckenbauer, come da tradizione). La corsa di Schwarzenbeck innescò la letale combinazione Heynckes-Muller, che rotolarono in rete assieme al pallone.
Fu una fluidità di gioco mai vista fino ad allora a far pensare che il Ramba-Zamba fosse un dono proveniente dal futuro. Nei movimenti dei tedeschi si potevano scorgere tracce di Sistema, di Metodo, assieme a invenzioni estemporanee animate dalla forza d’attrazione della sfera. Spesso le ali si scambiavano posizione, Breitner - che in genere partiva come terzino sinistro – godeva di licenza per svariare in ogni zona del campo. Fu proprio una sua anarchica incursione a decidere la finale del Mondiale 1974 contro il Cile. Si intravedevano i primi squilli del Calcio Totale. Eppure non c’era alcuna esigenza di chiamarlo in quel modo. Alla gente del tempo piaceva la musicalità del termine Ramba-Zamba, c’era una sensibilità diversa, c’era un bisogno essenziale di poesia e movimento. Non era ancora il momento di incoronare Cruyff e il calcio olandese: era il momento di godere, danzare, occupare il proprio tempo in attesa di una liberazione, di un’unione che avrebbe sconfitto anche il Freddo. Dopo il Mondiale del ’74, l’Equipe elesse Netzer come miglior giocatore sulla Terra. Nelle votazioni per il Pallone d’Oro, lui e Muller completarono un podio tutto tedesco ai piedi del vincente Beckenbauer. Cruyff, già leader di un Ajax Campione d’Europa, arrivò quarto.

Un declino improvviso

E’ facile capire perché Hesse definisce Netzer come “il giocatore più intrigante nella storia del calcio tedesco”. Netzer prestò volto e capelli (lunghissimi) al calcio europeo di inizio anni ’70. Divenne copertina e volume di un disco che fece danzare le masse.

Gunter Netzer

Credit Foto Getty Images

Poi svanì, improvvisamente. Alla Coppa del Mondo 1974, giocò solo una ventina di minuti nella sconfitta contro la Germania Est nei gironi. Poi dei problemi fisici e un trasferimento in corso al Real Madrid lo fecero scivolare fuori dai radar della Nazionale. A rimpiazzarlo fu l’amico-nemico di sempre, Overath. Senza nemmeno accorgersene, la Germania Ovest aveva perso il suo Ramba-Zamba. La vittoria del Mondiale era attesa da tutti. Non c’era più sorpresa, solo un business da portare avanti e concludere. Alla spensieratezza molleggiata si sostituì la responsabilità calcolata. La Germania Ovest vinse senza il lume di Netzer, e in poco tempo perse anche la voglia di fare poesia.
La sua assenza non fece altro che coltivarne la leggenda. Certo, la Germania Ovest aveva vinto ancora, ma se avesse vinto con Netzer? Molti sportivi possiedono quell’allure capace di intrappolarsi oltre la nostra persistenza retinica e sedimentarsi nell’immaginario collettivo; ma la maggior parte di loro restituisce queste fantasticherie al mittente un attimo prima di ritirarsi, o perché vengono smascherati come un falso messia o perché ottengono più o meno ciò che ci aspettavamo da loro. Netzer era diverso; certo che lo era. Non è stata una sua scelta, ma ha ottenuto qualcosa che tutti gli artisti, poeti e sportivi bramano: ha lasciato il pubblico a desiderare qualcosa di più.
Scritto da: Rob Smyth (Eurosport UK)
Tradotto da: Lorenzo Rigamonti (Eurosport IT)

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