Poche ore fa, al termine Milan-Udinese 1-1, Simone Tiribocchi di DAZN ha detto: "Questo campionato è incredibile, ci sono almeno 5-6 squadre che possono vincere lo scudetto". Nei tanti post partita su Sky Sport, soprattutto quelli che vanno in onda alla domenica sera, è tornata di moda l’espressione sette sorelle. La convinzione di tutti quanti è che l’Italia stia tornando ad essere un campionato combattuto, proprio come negli anni ’90, ed è difficile dare torto a questo entusiasmo: la stagione 2020-21 è finora una delle più avvincenti ed incerte dell’ultimo decennio.
Utilizzare l’espressione sette sorelle, però, ci riporta indietro al periodo d’oro del calcio italiano: dal 1990 fino ai primi 2000. La Serie A era il campionato dalle uova d’oro, e alcuni dei migliori giocatori di sempre lo hanno illuminato. C’era una sorta di regola non scritta: se volevi dimostrare il tuo valore dovevi venire a giocare in Italia. Attenzione al verbo: dovevi.
Con lo scorrere del tempo questo dominio è venuto meno, e negli anni ci sono stati altri paesi che hanno preso lo scettro. Dalla padronanza inglese di Chelsea, Arsenal e Man Utd, alla sovraesposizione spagnola di Messi e CR7. Dalla Bundesliga di Bayern e Borussia Dortmund, alla nuova Premier League di Liverpool e Manchester City. Ad oggi, nel 2021, è abbastanza lampante che il campionato inglese sia la miglior lega del mondo. Tra la potenza d’acquisto, le contaminazioni e lo sviluppo verticale, in Inghilterra hanno accelerato di brutto.
Premier League
Il Manchester City fa 21 di fila: 4-1 al Wolverhampton
02/03/2021 A 19:55
E lo hanno fatto seguendo due principi: una buona dose manager stranieri (55%) e un marketing pressoché perfetto. Mattocino dopo mattoncino hanno superato la crisi e si sono rilanciati come prima potenza mondiale. Guardare una partita del campionato inglese (prima dell'era covid) è oggettivamente appagante. C’è atmosfera, c’è divertimento, c’è tattica e c’è velocità. Un mix perfetto.

Josep Guardiola

Credit Foto Getty Images

La bellezza è nell'occhio di chi guarda

Esplorando la classifica all'alba di marzo 2021, però, probabilmente vi starete chiedendo che senso abbia avuto il paragrafo precedente. Vedere il Manchester City con 14 punti di vantaggio sulla seconda non ci fa pensare a qualcosa di molto combattuto. Logicamente, come ci ha spiegato Marcus Foley di Eurosport UK, gli infortuni che hanno perseguitato il Liverpool sono stati un grosso vantaggio per i Citizens, tuttavia, 21 vittorie consecutive non sono roba da tutti giorni.
Citando Claudio Pellecchia su Rivista Undici, "passare un pomeriggio a guardare i video degli assist di Kevin De Bruyne, alla ricerca di un pattern che permetta di inquadrarlo come il miglior assistman dell’era moderna, rischia di diventare noioso. Per quanto sia un giocatore bello da vedere dal punto di vista estetico, tecnico e tattico, la ripetitività delle compilation di passing skills presenti su YouTube finisce quasi per ridimensionarlo". Però, "tutto cambia se ci si focalizza su chi sta intorno a De Bruyne. Si tratta di un’estensione ulteriore del concetto di rischio di cui parlava Cantona e che accomuna il belga a tutti i grandi giocatori cerebrali e di visione". Ecco, prendete questo maxi-concetto e applicatelo alla stagione del City.

Più difesa, più attacco

Quello che ha sempre caratterizzato la carriera del nativo di Santpedor è stato il cosiddetto gioco di posizione. Il controllo ossessivo compulsivo del pallone che, nel 2019-2020, ha permesso agli skyblues di segnare qualcosa come 102 gol nel solo campionato. Tuttavia, dopo aver perso il titolo nella corsa contro il Liverpool, Pep ha deciso di ricostruire la squadra in maniera decisamente più equilibrata e meno esposta alle ventate dei turnovers. L'idea era quella di avere più stabilità e meno transizioni negative, ma in pratica la sua squadra è andata sotto ritmo. "Per come gestiva il possesso a un certo punto della stagione il City non sembrava nemmeno una squadra di Guardiola", ha detto Federico Aquè di Ultimo Uomo.

Guardiola affranto: "Non riusciamo a segnare come prima"

Arrivati in una fase di blocco creativo - in cui accettare questa afasia offensiva sarebbe stato controproducente - Pep ha alzato la voce. "Potevamo anche vincere contro WBA e Tottenham, ma la situazione non mi stava piacendo. Ho parlato con Juanma [Lillo], Rodolfo [Borrell], Manel [Estiarte], Txiki [Begiristain] e gli ho detto che dovevamo ritrovare i nostri principi di gioco. Da quel giorno, abbiamo ricostruito la squadra".
Come primo intervento, Guardiola ha ristrutturato la fase di possesso. Dopo alcune partite con una proposta di buildup piuttosto eterogenea - 3+3 contro il Leicester, con l’utilizzo di Walker o Fernandinho in fase di prima costruzione, o 4+2 con Rodri e Gundogan davanti alla difesa - le gare con Newcastle e Southampton sono state decisive, e due giocatori sono diventati cruciali: Zinchenko e Joao Cancelo.
L'ucraino (1° per plus/minus p90 in Premier) ha messo in luce le sue qualità di jolly, accoppiandosi a Rodri in mezzo al campo o posizionandosi come braccetto di sinistra in fase di prima costruzione. Il portoghese, invece, partendo dalla posizione di terzino, si alzava a centrocampo e diventava un vero e proprio tuttocampista - come Philipp Lahm nel Bayern Monaco. La partita contro il Liverpoolvinta per 4-1 è stata una sorta di manifesto di questo cambiamento, con Stones-Dias-Zinchenko nei tre dietro e Rodri-Cancelo come duo di centrocampo.

Gundogan più prolifico

Cavalcando quest'idea di costruzione a 3+2 (che Pirlo, in Italia, sta provando ad emulare con risultati alterni), il City ha ritrovato ritmo, fluidità e pericolosità. Con le ali a garantire ampiezza, la circolazione a riprendere ritmo e le ritrovate linee di passaggio, i ragazzi di Pep hanno incominciato ad accerchiare e dominare le partite - come un Boa che avvolge la sua preda.
Proprio da questa nuova impronta tattica è nato anche il nuovo Gundogan. "Ho sempre immaginato Gundogan come falso nueve, ma quando lo dicevo la gente mi rideva dietro", ha detto Pep. Come in un rapporto di causa-effetto, questo avanzamento di Cancelo (o Zinchenko) ha permesso al tedesco di pensare ad un calcio più offensivo e avanzare il raggio d’azione "closer to the box". Nel periodo senza KDB (20 gen-16 feb), "Gundo" è stato fenomenale. Muovendosi verso la zona di rifinitura e tagliando in area come un centravanti - garantendo qualità in entrambe le situazioni - il tedesco è diventato un giocatore super decisivo (11 gol, top scorer del City).

Ilkay Gündogan

Credit Foto Getty Images

La difesa

Un altro giocatore fondamentale in questo cambiamento è stato Ruben Dias. "Non è solamente un giocatore che gioca bene, fa giocare bene tutti quanti", ha detto Guardiola. Il centrale portoghese, comprato dal Benfica in estate, è subito diventato un titolare inamovibile nello scacchiere del City (1° per minutaggio tra i giocatori di movimento). Dalla sua partnership con Stones Pep ha ottenuto una coppia completa. Abili ad aggredire l’attaccante avversario a centrocampo (cfr. Romero dell’Atalanta), ma altrettanto bravi nel difendere in maniera posizionale offrendo il corpo alle ribattute e ai salvataggi. Dias, poi, ha dimostrato delle grandi doti anche per coprire gli spazi più ampi sfruttando le lunghe corse trasversali (o verticali) e dei tackle chirurgici.
Il 3-2-5 in fase di possesso ha aiutato anche il loro modo di giocare, garantendo un balance che gli ha permesso di tamponare le lunghe transizioni negative a cui il gioco di Guardiola si espone. Tra Rodri, il terzo centrale di riferimento e l'altro terzino, pedalare all’indietro per coprire la propria porta non è più un problema.

Bernardo Silva

Inoltre, se il City subisce così pochi gol, il merito è anche degli attaccanti. "Se concediamo una sola occasione da rete, vuol dire che gli attaccanti hanno lavorato molto bene", ha detto Pep dopo il 2-0 contro il Borussia M’Gladbach.
Uno tra i più insospettabili ad essersi adattato a questa difesa accelerata è stato Bernardo Silva. Se Kevin De Bruyne è forse il simbolo di cosa possa essere un giocatore completo, un po’ alla Wayne Rooney, Bernardo ha sicuramente molti più link con l’idea calcistica di Pep Guardiola. Uno non esclude l’altro, ma il fatto che il portoghese sia riuscito a pareggiare i numeri difensivi del belga in fatto di tackles, intercetti e percentuale di duelli vinti, vi fa capire quanto il sistema lo stiano aiutando. Bernardo è un artista con il pallone, ma vederlo così attivo in fase di non possesso è certamente preoccupante (per gli altri).

Abbattere tutti i record

Con 21 vittorie consecutive, ora il City di Guardiola punta dritto ad entrare nell’immortalità calcistica. Lo stesso Pep, pochi giorni fa, ha detto che "non bisogna assolutamente rilassarsi". Con il campionato già praticamente vinto, gli obiettivi continueranno a perseguitarlo. Il più immediato è quello di costruire la striscia più lunga di sempre, battendo i 27 successi consecutivi dei The New Saints (stagione 2016/2017), mentre quello più ossessivo è trionfare in Champions League
Marcus Foley di Eurosport UK ci ha detto questo. "Nel corso degli anni, Guardiola è sempre stato vittima dell'overthinking sulle situazioni difensive, lasciando i propri giocatori esposti ai pericoli. Quest'anno, da quando Stones e Dias hanno formato la coppia titolare, il City è sembrato molto più stabile anche nelle situazioni di 1 contro 1. Questo cambiamento potrebbe essere cruciale per raggiungere l'obiettivo". Sarebbe qualcosa di epocale, e Pep - per tutti i motivi elencati sopra - ce la può fare.

Mourinho: "Guardiola? Quando è morto mio padre mi ha chiamato”

Calciomercato 2020-2021
Le 5 trattative che vi siete persi oggi (10/07)
10/07/2021 A 18:18
Euro 2020
La rosa del Belgio vale meno di quella dell’Italia, ma sugli 11 titolari...
02/07/2021 A 14:08