Cinque anni fa, il 22 febbraio 2016, Vice.com pubblicava un pezzo dal titolo: "I trentenni italiani vengono considerati dei bambini, ma in realtà sono vecchi". Nelle pieghe dell’articolo, Tommaso Naccari - l’autore - parlava di una condizione sociale che, se avete ascoltato le ultime conferenze di Massimiliano Allegri, potete traslare anche al calcio. "In Italia chi ha trent'anni è considerato poco più che un adolescente, un individuo privo delle facoltà che gli permettono di affrancarsi dalla precarietà (non intesa soltanto come condizione economica), ancora immerso in quella prova generale della vita che dall'università si diluisce in altra università, stage, in un processo lunghissimo che può durare anche dieci anni dalla fine del liceo".
de Ligt ha 22 anni, è molto bravo. Quando è arrivato alla Juve hanno detto che era il futuro Pallone d’Oro. Ci vuole calma, la maglia della Juve pesa
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Il tecnico juventino, prima del pareggio contro il Milan - preso dall’onnipotenza che la società gli ha concesso e continua a concedergli - aveva proprio parlato di questo, indirettamente. Nel suo confronto tra Matthijs de Ligt e Giorgio Chiellini, aveva confermato come nella sua testa un giocatore possa arrivare al massimo delle sue capacità intorno ai 27/28 anni, ovvero quando la carriera tocca lo zenit e scende rapidamente verso sud.
"de Ligt ha 22 anni, è molto bravo. Quando è arrivato alla Juve hanno detto che era il futuro Pallone d’Oro. Ci vuole calma, la maglia della Juve pesa. Ha qualità importanti ma deve migliorare. Chiellini a 28 anni è diventato un calciatore serio. C’è un percorso, nessuno nasce imparato. Poi c’è l’eccezione, ma è una". Provocazione o realtà?
Ieri sera, nella gara contro lo Spezia vinta per 2-3 dalla Juventus (prima vittoria in campionato), i bianconeri erano sotto ad un treno. Janis Antiste, attaccante 19enne, dopo aver condotto e concluso alla perfezione il contropiede del 2-1, ha avuto sui piedi la palla del KO tecnico. Un miracolo di Locatelli ha salvato il salvabile, e pochi minuti dopo la squadra bianconera è stata capace di ribaltare la partita con le reti di Federico Chiesa e Matthijs de Ligt. In molti, al termine della gara, hanno applaudito Allegri per il modo in cui ha saputo "svegliare" proprio i ragazzi più giovani, che aveva bacchettato prima e dopo il Milan. Altri, invece, hanno attaccato il tecnico per colpa della poca fiducia nei ragazzi che, senza mezzi termini, gli hanno salvato la faccia. La verità, in questo caso, non è da ricerca in una via di mezzo, ma altrove.
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Le insicurezze e de Ligt

Le parole di Massimiliano Allegri contro i ragazzi più giovani, che molti hanno etichettato come provocazione ma lo sfogo post-Milan mi è sembrato tutto tranne che una provocazione, in realtà, nascondono un sottobosco fatto di insicurezze e paure. Fatto di timore, di auto-protezione e di bullismo verso i più deboli, perché sulla carta quelli più indifesi e sacrificabili. Sempre dal pezzo di Vice.com, Naccari dice: "in posti che non sono l'Italia, un ventenne non è più un ragazzino né a livello mentale né biologico: il più delle volte ha completato lo sviluppo psicofisico, per cui può avere delle responsabilità, può svolgere un lavoro normale e, addirittura, ambire a essere indipendente".
Matthijs de Ligt, crescendo in una terra come l’Olanda, che lo ha trattato da subito come un predestinato, ha sviluppato una leadership fuori dal comune. In campo è un padrone. Lo vedi da come si atteggia, da come cammina e da come si impettisce dopo aver distrutto fisicamente un avversario. L’eccezione di cui tanto parla Allegri ce l’ha davanti agli occhi, ed è incredibile come si rifiuti di vederla per rimanere fedele ad un personaggio che non si addice nemmeno più alla Serie A. Se anche José Mourinho ha sentito il dovere di cambiare, mi sembra assurdo come il tecnico di Livorno possa andare avanti con questo teatrino.
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Il campo e le spaccature

Poi, al termine di questa disamina filosofica, ci sarebbe anche il campo. Sotto 2-1 contro lo Spezia, la Juventus è riuscita a ribaltare la partita solo grazie alla forza bruta di Federico Chiesa. Il classe 1997, preso dalle contingenze del momento, è tornato quello della "Hero-ball" di Firenze, creando il gol 2-2 e provocando l’angolo del 2-3. Le sue giocate, unite alla parata di Szczesny su Maggiore (in ripresa dopo un avvio da incubo), hanno "nascosto" un’altra prestazione troppo brutta per essere vera. Un passo indietro importante a livello di gioco e di ritmo rispetto all’1-1 contro il Milan, che certifica tutti i problemi dell’Allegri-bis.
La sensazione, da fuori, è che per quanto questa squadra possa impegnarsi sul campo - e secondo me lo sta facendo -, l’immagine che ne esce è sempre quella di un gruppo letteralmente spaccato in due. Chiesa, dopo aver segnato il gol 2-2, ha lanciato un’occhiataccia verso la panchina; de Ligt, dopo aver segnato il 2-3, ha portato il dito all’orecchio come a dire: "non vi sento". Leonardo Bonucci, da sempre uno dei primi ad abbracciare i compagni dopo i gol, ieri non sembrava così coinvolto. Sembra che le due anime (quella conservatrice e quella rivoluzionaria) stiano facendo a botte.
Sembra una squadra poco coesa, che vorrebbe essere di più (altrimenti Cherubini non avrebbe detto espressamente di puntare sui giovani) ma non ce la fa perché spezzata. E per quanto i giovani possano camminare in una direzione, ci sarà sempre qualcuno che camminerà nell’altra. La realtà, però, è che se i giovani non sono ancora pronti, come dice Allegri, la strada per uscire da questo stallo alla messicana è univoca: allenarli, supportarli, fonderli al blocco già esistente e aiutarli. E allenarli vuol dire fargli imparare qualcosa: una qualsiasi cosa che possa essere utile a loro e alla squadra. Gli sfoghi e i confronti possono starci, ma diventano utili solo se hanno un seguito a livello tecnico, tattico, fisico e mentale. La Juve di oggi, dopo le provocazioni, non ha avuto alcuno sfogo tecnico, tattico e fisico. Lo ha avuto solo a livello mentale, ma senza il resto non si va da nessuna parte.

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