Un miracolo nella Città degli Angeli. Qualcosa di vero, di marcatamente umano, ha finalmente colmato la sete dei Rams per un anello che pareva stregato dopo anni di inseguimenti, traslochi e trade. In uno dei posti più aridi e contraffatti d’America, in cui le cose non nascono mai spontaneamente, ma si assemblano seguendo le più disparate ed artificiose metodologie e simulazioni. In un posto dove, per esempio, fonti genuine d’acqua non esistono. Bisogna importarle dalle montagne del Nevada, dalle nevi sciolte, dall’acqua sprofondata nei laghetti, tramite tubi di centinaia e centinaia di chilometri, tutti diversi per materiali e percorsi, tutti destinati a raggiungere la città magica.

Stafford e gli altri: la fortuna dei Rams

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Anche le fonti che hanno portato al successo dei Los Angeles Rams, per forza di cose, sono state molteplici e frutto di percorsi differenti: Jalen Ramsey, acquistato dai fallimentari Jacksonville Jaguars, si è riconfermato uno dei migliori cornerback della lega. Aaron Donald, draftato nel primo round dalla franchigia che ancora reggeva il nome della città St Louis, è sempre stato uno dei giocatori più dominanti di questo sport.

Cooper Kupp (L) and Matthew Stafford of the Los Angeles Rams

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Poi Cooper Kupp, il ricevitore scelto nel secondo round e valorizzato fino al meritatissimo titolo di Offensive MVP con 16 touchdown e 1947 yard in ricezione. Senza dimenticare l’acquisto a peso d’oro del linebacker Von Miller a stagione in corso dalle alture dei Denver Broncos, o la firma del randagio Odell Beckham Jr., raccattato dalle strade dopo la fuga da Cleveland. Ci sono tanti modi per costruire un roster degno di un anello. Los Angeles li ha fatti confluire tutti in un solo progetto. La fonte capace di sgorgare più speranza tra i canali della Città degli Angeli è stata senza ombra di dubbio quella di Matthew Stafford.

Da Georgia alla Motor City

Il quarterback ex-Lions ha impiegato una sola stagione per alzare il secondo Lombardi Trophy nella storia dei Rams, il primo nella sua carriera. Ma la sua storia è tutto fuorchè un successo istantaneo. E’ una storia di attese, drammi, frustrazione. Una storia che non si può costruire con l’intenzionalità tipica dei tycoon californiani o dei visionari della Silicon Valley. E’ una storia forgiata e tenuta in vita da un carattere e un talento innati, senza prezzo. Un tragitto, il più contorto fra tutti quelli menzionati prima, che non poteva che partire dalla Motor City di Detroit. Nel 2009, Stafford si accasò ai Detroit Lions con la prima scelta assoluta del draft dopo delle stagioni trionfali al colllege di Georgia. Una scelta che, già al tempo, risuonava come una sentenza. Perché quei Detroit Lions non erano solamente la franchigia peggiore della passata stagione. Erano la peggiore franchigia della storia.

Matthew Stafford

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Avevano terminato la precedente stagione con l’umiliante record di 0 vittorie e 16 sconfitte. Una franchigia disfunzionale, la cui carenza tecnica del roster mascherava le ben più gravi voragini a livello manageriale e organizzativo. Una franchigia sulla quale, per non farsi mancare proprio nulla, pesava quella che sembrava una vera e propria maledizione: nel 1958, il quarterback dei Lions Bobby Layne, venne venduto ai Pittsburgh Steelers. Stizzito dalla decisione di Detroit, Layne avrebbe dichiarato che i Lions non avrebbero vinto per altri 50 anni. Nel 2009, 51 anni dopo quella presunta frase, Stafford si affacciò per la prima volta alla città-culla della Ford. La maledizione non era ancora stata sollevata. I Lions non si erano nemmeno avvicinati a vincere qualcosa, in quei 50 anni. E nonostante il tempo avesse fatto scadere la macumba per cause naturali, Detroit era lontana dal vedere la luce.
La città stessa era diventata, negli anni, una vera e propria polveriera. Saccheggiata, abbandonata, impoverita. Tra le ruggini di una città da salvare, Stafford si elevò a messia. La sua connessione con Calvin "Megatron” Johnson raggiunse la gente di Detroit come una boccata d’aria fresca. Sul disastrato vascello azzurro, Stafford riuscì a riscrivere numerosi record: divenne il più giovane giocatore di sempre a raggiungere 20.000, 30.000 e 40.000 yards passate, il giocatore con più passing yards nei suoi primi 100 match e il più giovane di sempre a infilare almeno 5 touchdown in una partita (Nel 2009, nella sua rookie season, contro i Cleveland Browns).
Nonostante la tombale e sistematica regressione del roster attorno a lui, Stafford si mise in mostra come uno dei quarterback più talentuosi sul palcoscenico NFL. Ma non è mai stato abbastanza. Nei 12 anni spesi nella Motor City, Stafford riuscì a condurre i Lions ai playoff in sole 3 occasioni. Vennero eliminati al primo match in tutte e tre le occasioni. Il suo talento usurato poco a poco, da incompetenze e culture sportive cancerogene. Ma allora perché restare così a lungo? Perché dedicare un’intera carriera a Detroit?

Schiena rotta e il tumore della moglie: la resistenza di Stafford

Evidentemente, ciò che ha ricevuto in cambio dalla città, non si può spiegare a livello sportivo. Bisogna indagare il livello umano. Perché la città di Detroit ha sempre sorretto Stafford e la sua famiglia, soprattutto nei momenti più bui. Nel 2018, Stafford disputò il finale di stagione con multiple micro-fratture alla spina dorsale. Letteralmente, una schiena rotta. Fu il tifo incondizionato dei tifosi dei Lions a tenerlo in piedi, durante gli ultimi match. I cori per Stafford non si spensero nemmeno all’ultima partita, quando i Lions uscirono di scena con un magro 6-10. L’infortunio alla spina era solo uno dei tanti infortuni sopportati da Stafford nel corso di 12 stagioni tremende, a livello fisico e psicologico.

Matthew Stafford

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A complicare il tutto, come un fulmine a ciel sereno, le condizioni della moglie Kelly. Nel 2019, Kelly Stafford venne diagnosticata con un tumore al cervello. Improvvisamente, la madre delle sue 4 figlie era in pericolo di vita. I due si erano conosciuti ai tempi dei Georgia Bulldogs: al college, Matthew era un quarterback a cinque stelle, Kelly una cheerleader. Si sposarono nel 2015 e costruirono, pezzo dopo pezzo, una famiglia tra le macerie di Detroit. Nemmeno la notizia del tumore riuscì a rompere quell’amalgama tenace che gli Stafford dimostravano dentro e fuori da campo. Kelly uscì dalla sala operatoria dopo 12 ore, cominciando un lungo periodo di riabilitazione.
Ad accompagnare Stafford durante i mesi più lunghi e fragili della propria esistenza, c’era anche il popolo dei Lions. Striscioni, cori, affetto diffuso. Una città intera prese in carico la vicenda famigliare del proprio quarterback. Kelly guarì in tempi record.

Non è mai troppo tardi

A 33 anni, ripagato dal calore ritrovato di una città, Stafford decide di cambiare finalmente aria, alla caccia del coronamento sportivo. Decisiva fu una vacanza presso il promontorio di Cabo San Lucas, Messico. Lì, Matthew e Kelly incontrarono Sean McVay, cervellotico head coach dei Rams. Tra Sean e Matthew fu intesa istantanea. Avevano un modo particolarmente cerebrale, maniacale per processare il football. Entrambi sono dei registratori umani di giocate, schemi, e statistiche. E i Rams cercavano un quarterback. Pochi giorni dopo, fu finalizzata la trade decisiva: Stafford ai Rams in cambio del quarterback Goff e due scelte al primo turno del draft.
Los Angeles, dopo uno scialbo Super Bowl perso 13-3 contro i Patriots di Tom Brady nel 2019, decidono di fare all-in. Stafford, per la prima volta in carriera, è attorniato da un roster di livello elite, sia a livello offensivo che difensivo.
I Rams chiudono la regular season con un record di 12-5: Matthew lancia per 4.886 e 41 touchdown, con un passer rating di 102.9. McVay ha trovato la sua arma perfetta, e il percorso che porta al Lombardi Trophy è trionfale: Los Angeles elimina in sequenza i Cardinals di Kyler Murray 34-11, archiviano la carriera di Tom Brady eliminando Tampa Bay 30-27, poi blindano la end-zone nei successivi due match contro San Francisco (20-17) e infine contro i Bengals di Joe Burrow e Ja’Marr Chase (23-20).

Rams al Super Bowl

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Nel Super Bowl contro le tigri dell’Ohio, Stafford comanda il drive vincente dal primo all’ultimo snap, con un minuto e 25 secondi rimasti sul cronometro. Il passaggio per Cooper Kupp manda a segno l’all-in dei Rams. E cristallizza la carriera di Stafford nell’olimpo dei migliori di sempre, all’alba dei suoi 34 anni.
L’abbraccio con la moglie Kelly, in mezzo a tripudio impastato da sudore e coriandoli del SoFi Stadium, è il capolinea di un’avventura sofferta, vissuta a pieni polmoni, bagnata inevitabilmente da lacrime di gratitudine e fatica. E bagnata dalle acque importate di Los Angeles, che dal 2009 fecero imbarcare incosapevolmente un uomo per un’Odissea durata più di 10 anni, verso un trionfo capace di annullare finalmente, la sete di un'intera città.

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