7 aprile 1988. Per la prima volta nella sua storia, la Coppa dei campioni viene assegnata tramite Final Four. La sede prescelta dal board FIBA è quella del Flander Expo Pavillion di Gand, cittadina del Belgio capoluogo delle Fiandre Orientali. La Tracer Milano, detentrice del trofeo, è chiamata a confermarsi nonostante la rivoluzione in panchina e nel roster. Dan Peterson ha chiuso la sua epopea alla guida dell’Olimpia, con un triplete che pare irripetibile, lasciando a Franco Casalini il ruolo di head coach dopo tantissime stagioni da fido vice-allenatore. Mike D’Antoni, Bob McAdoo e Dino Meneghin sono ormai considerati sul viale del tramonto, Ken Barlow ha svestito il biancorosso, per andare al Maccabi Tel Aviv (che strana, a volte, la storia, specie quella dello sport) e i pesanti k.o. nel girone dei quarti di finale non sembrano far presagire nulla di buono.
In semifinale l’avversaria è quella giusta per scrivere un’altra pagina nel libro di una rivalità cestistica che, l’anno precedente, si è arricchita dell’epica rimonta dal -31 dell’andata al +34 del ritorno, ovvero l’Aris Salonicco. Nikos Galis per una volta non sforna i classici 40-50 punti quando vede Milano, fermandosi a “soli” 28, mentre McAdoo (39), ben spalleggiato da Rickey Brown (28), domina in lungo e in largo, spalancando la via del successo meneghino. A 370 giorni dalla finale di Losanna, Olimpia e Maccabi sono così di nuovo protagoniste dell’ultimo atto della Coppa dei campioni. Doron Jamchy vuole vendicare l’ultimo possesso dell’anno precedente, Ken Barlow cerca di far valere la legge dell’ex e Miki Berkowitz, all’ultima apparizione europea, fa di tutto per suggellare una carriera sfavillante con un ultimo assolo. Milano è però lanciata come un treno in corsa e non fa sconti. Nelle fasi cruciali del match, Brown rifila una stoppatona proprio a Jamchy e McAdoo sigilla la vittoria biancorossa con un canestro che gli vale anche il titolo di MVP delle Final Four. Finisce 90-84. A oggi, l’ultima volta che l’Olimpia ha alzato al cielo il più importante trofeo europeo per club. A distanza di circa 33 anni, che fine hanno fatto i leggendari protagonisti di quella Tracer?

Mike D’Antoni

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08/07/2021 ALLE 17:53
"Arsenio Lupin", leader non solo tecnico-tattico, ma anche emotivo, dell’Olimpia per oltre 13 anni consecutivi, nel 1990 iniziò la carriera da head coach proprio sulla panchina biancorossa. Fautore del “seven seconds or less”, ha trovato in Steve Nash il suo alter-ego durante le 5 stagioni da allenatore dei Phoenix Suns. Attualmente è assistente proprio di Nash ai Brooklyn Nets, una delle franchigie più accreditate per la vittoria del titolo NBA 2021. A oggi vanta 1.199 panchine da capo-allenatore in NBA, col 56% di vittorie ed è stato coach of the year nel 2004-05 e nel 2016-17. Il 13 marzo 2015 l’Olimpia decise di ritirare il numero 8 per consegnare all’immortalità cestistica uno dei più grandi playmaker mai visti in Italia (e in Europa).

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Roberto Premier

"L’ariete di Spresiano" rimase in biancorosso fino al 1989, per poi passare alla Virtus Roma. Fino al 2000 ha giocato tra A2 e B e vestendo anche le maglie di Vigevano e Pavia, ma ancora l’anno scorso era in ottima attività, nella Pallacanestro UISP Udine. La leggenda cestistica narra che sia arrivato a vestire la maglia di Milano dopo una trattativa in cui Toni Cappellari, allora d.s. della Billy, si ritrovò in pieno centro di Gorizia a trattare l’acquisto del giocatore in un pranzo-fiume a suon di tajut e grappe. Protagonista peraltro di uno dei grandi scambi mancati nella storia del basket italiano: quando sembrava ormai fatto lo scambio tra lui e Antonello Riva nell'estate 1990, i tifosi canturini si opposero ad accogliere uno dei rivali di sempre e Milano dovette ripiegare sul prestito di Davide Pessina per concludere l'affare.

Dino Meneghin

Da acerrimo rivale a bandiera di Milano e chissà come sarebbe andata la storia dell’Olimpia se, nell’estate 1981, non si fosse concretizzato uno dei trasferimenti più iconici del basket italiano. Dopo Gand, il triennio a Trieste e gli ultimi “giochi L” con Milano, Meneghin si è diviso tra Olimpia e Nazionale come team manager. Dal 2009 al 2013 è stato presidente della FIP, mentre nel dicembre 2016 è stato nominato presidente onorario della stessa Federazione da Gianni Petrucci. Si è sempre ritenuto incapace di allenatore, perché impossibilitato a non guardare ogni partita con gli occhi del tifoso. Ci piace pensare, più semplicemente, che non potesse sacrificare il suo immenso valore di uomo-immagine del basket al servizio della singola panchina.

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Riccardo Pittis

"Acchiughino" rimase all’Olimpia fino al 1993, sfiorando la top-10 all-time di presenze (guidata ovviamente da D’Antoni, con 455), per poi costruirsi una seconda, fortunatissima carriera, a Treviso, pur dovendo cambiare la mano con cui tirava per problemi ai tendini. 708 presenze in Serie A, 1.811 recuperi (record di sempre per la massima serie), 7 Scudetti, 6 Coppe Italia e 3 Supercoppe Italiane, ma anche 2 Coppe dei campioni, 2 Korac, 2 Saporta e 1 Intercontinentale. Dopo il ritiro è stato protagonista della rinascita della grande pallacanestro a Treviso, prima col Consorzio Universo Treviso e poi col Treviso Basket 2012, ma anche commentatore tecnico e telecronista per varie emittenti televisive. Oggi svolge anche le professioni di consulente motivazionale e mental coach.

Bob McAdoo

3.800 punti complessivi, 26 a gara, in 146 presenze in biancorosso, dopo una carriera invidiabile in NBA, vantando peraltro vari riconoscimenti: ROY nel 1973, MVP nel 1975, miglior marcatore dal 1974 al 1976, tutto coi Buffalo Braves, ma anche 2 anelli coi Los Angeles Lakers. Dopo aver chiuso la carriera in Serie A, tra Forlì e Fabriano, inizia una seconda vita nel coaching staff dei Miami Heat. Voluto fortemente da Pat Riley, per 19 stagioni è stato assistant coach, poi scout, contribuendo alla conquista di 3 anelli da parte degli Heat e potendo allenare anche giocatori del calibro di LeBron James, Shaquille O'Neal e Dwayne Wade.

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Rickey Brown

Quella 1987-88 fu l’unica stagione in biancorosso per il debordante big-man statunitense. In Italia lo si è comunque rivisto tra Venezia (1990-91) e Libertas Livorno (1993-94), esperienze inframezzate da quella coi Blancos di Madrid. Ha chiuso la carriera in Spagna, tra Andorra e Saski-Baskonia, ma la parentesi in biancorosso resta quella più redditizia, anche a livello personale.

Piero Montecchi

Il “papero”, arrivato a Milano dopo aver impressionato coach Peterson nelle varie sfide di campionato contro la Cantine Riunite Reggio Emilia. Diventato playmaker sotto la guida di Dado Lombardi, sbarcò a Milano – in cambio di circa 800 milioni e il cartellino di Marco Lamperti – per essere prima il vice D’Antoni e poi raccoglierne l’eredità nel ruolo. Dopo Milano, Cantù, Varese, il ritorno a Reggio Emilia e tante minors nel reggiano. Finita la carriera da cestista, si è trasferito a Miami per lavorare nel settore immobiliare, oltre ad avere attività legate ai servizi del turismo in Messico. Nel 2016, a 54 anni, è tornato sul parquet per una partita di Promozione col Basketreggio, club presieduto allora da suo nipote.

Fausto Bargna

Probabilmente uno dei pochi canturini che a Milano è ricordato con affetto, considerando anche che era a Grenobile in quel derby di fine marzo 1983, che valse la seconda Coppa dei campioni consecutiva per i biancoblu. Boutade a parte, la carriera di Bargna è durata fino al 1995-96, sua ultima stagione in Serie A con la Pallacanestro Reggiana. Fino al 2017 si è divertito comunque a giocare nelle minors brianzole ed è stato perno del MaxiBasket insieme, tra gli altri, a Mario Boni e Flavio Carera.

Mario Governa

Dal 1984 al 1990 a Milano, con una breve parentesi all’Auxilium Torino. Ha vinto praticamente tutto, compreso il Grande Slam nel 1986-87 e lo ha fatto da protagonista, ben più di quanto la mente dei tifosi non possa ricordare. Sparring partner cestistico di Meneghin e McAdoo negli allenamenti, Governa è stato un giocatore ben più importante di quanto non voglia ammettere (lui, che spesso si è definito uno «scarso panchinaro»). Nel 31 marzo 2017 è stato nominato d.s. di Social OSA Basket Milano, realtà in cui anche Franco Casalini ha mosso i primi passi come allenatore. Governa è oggi anche stimato imprenditore nel settore della gastronomia.

Massimiliano Aldi

Il “sindaco”, come venne soprannominato durante i festeggiamenti in Piazza Maggiore per la promozione in Serie A1 della Fortitudo Bologna nel 1993, rimase a Milano fino al 1991. Poi un girovagare per l’Italia, giocando anche con le maglie di Pavia, Reggio Emilia e Sassari. Oggi è un importante procuratore sportivo all’interno del Basketball International Group. Coi soldi derivanti dalla sua cessione alla Pielle Livorno, sul Monte Argentario venne costruito il primo campo da pallacanestro, all’interno di quella struttura conosciuta come “Siluripedio”.

Fabrizio Ambrassa

Il “principe” ritornò a Milano dal 1990 al 1994 e successivamente vestì anche le prestigiose maglie di Virtus Roma, Treviso, Virtus Bologna (club con cui vinse la prima Eurolega moderna nel 2000-01), chiudendo la carriera a metà anni ‘2000 tra Serie B2 e C1. Nel 2007 ha iniziato la carriera da allenatore nelle giovanili del Crabs Rimini, arrivando poi sulla panchina della prima squadra e facendo anche il vice in alcune Under Nazionali. Dal 2014 è responsabile generale della sezione basket della Polisportiva Compagnia dell’Albero Ravenna, continuando contestualmente a gestire uno storico stabilimento balneare a Marina di Ravenna.
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