Danilo Gallinari si è preso la nazionale. Ci si aspettava che lo facesse, ma era tutto fuorché scontato. E non soltanto per le scorie di quel pugno che gli è costato gli scorsi Europei e una grossa spaccatura con la maglia azzurra. Era fermo da aprile, ha ripreso seriamente soltanto una settimana prima dell'inizio dei Mondiali per l'operazione di appendicite di inizio agosto, eppure, al primo vero momento di bisogno, ha risposto "presente". Anzi, "presentissimo". I 26 punti con 8 rimbalzi messi a referto contro la Serbia e incanalati in un substrato di leadership purissima sono l'espressione totale del valore di un giocatore che raramente riusciamo ad apprezzare in pieno anche dall'altra parte dell'Oceano, dove, per altre situazioni e contingenze varie, al Gallo viene richiesto più un lavoro da specialista che da all-around player. Con l'Italia, invece, ecco il Gallinari nella sua versione migliore, anche in difesa e anche in un ruolo (quello di centro) che sborda dal classico seminato.

Danilo Gallinari in un'azione difensiva contro Nikola Jokic nella partita tra Italia e Serbia, Mondiali 2019

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Sacchetti: "Serbia squadra di altissimo livello, ha giocato al 99%", Datome: "Restiamo concentrati"
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Gli scontri con Jokic, Raduljica e l'immensa batteria dei lunghi di Sasha Djordjevic sono stati eccitanti, vinti sì alla lunga dai serbi (com'era naturale che fosse...), ma anche la base che ha permesso all'Italia di restare pienamente in partita per due quarti e mezzo, arrivando addirittura a tirare per due volte per il sorpasso al 25'. E chissà se il finale sarebbe stato lo stesso se quelle due triple di Gallinari e Belinelli fossero entrate nel bel mezzo di un momento psicologico che vedeva le due squadre agli opposti.

Uno spirito battagliero ritrovato

Contro la Serbia, l'Italia ha combattuto, ritrovando quella compattezza di gruppo e quello spirito battagliero sbiadito nel torneo dell'Acropolis, e dimostrato di essere mentalmente molto più solida delle previsioni, capace di reggere per oltre tre quarti a livelli di concentrazione e intensità massimi. E si è dimostrata anche squadra, almeno tra i primi 7 elementi della rotazione, confermando sul banco di prova più difficile la bontà della chimica di uno starting-five costruito e testato solamente negli ultimi dieci giorni pre-Mondiali. Al di là dei soliti noti, Daniel Hackett ha ormai raggiunto un livello di maturazione tecnico-tattica di altissima fascia d'Eurolega, e anche Alessandro Gentile, utilizzato come arma tattica in uscita dalla panchina, è tornato a calcare i sentieri dell'efficacia e dell'efficienza, pienamente calato nel suo ruolo.

Il punto debole: la panchina

Contro una Serbia che può schierare almeno 10 giocatori su 12 con grande esperienza in NBA o Eurolega di alto livello, l'Italia ha mostrato il fianco con la scarsa competitività della panchina. La differenza tra i primi 6 (Hackett, Belinelli, Gallinari, Datome, Brooks e Gentile) e gli altri 6 è grossa, profonda, ma più in termini mentali che tecnici, per l'abitudine a giocare partite con un livello di durezza superiore. Quella con la Serbia non poteva essere la partita di Biligha ma nemmeno quella di Abass, sguinzagliato come specialista sulle tracce di Bogdan Bogdanovic: certo, hanno lottato, tenuto degnamente il campo in difesa, ma era difficile immaginare che potessero dare di più. E alle spalle della stretta rotazione a otto gestita da Sacchetti non c'è molto altro cui attingere: Vitali si è auto-condannato alla panchina dopo due errori grossolani, Della Valle e Tessitori hanno sorvolato la partita come vento a primavera e Filloy, da quella panchina, non s'è nemmeno alzato.

#7 Luca Vitali and #16 Amedeo Tessitori of the Italy National Team celebrate during the match against the Serbia National Team during the 1st round of 2019 FIBA World Cup

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Ora una Spagna che si può battere

Ma allungare le rotazioni e trovare produttività esterna alle nostre punte sarà un fattore decisivo nelle prossime due partite della seconda fase, contro Spagna e Portorico. Sulla carta sono abbordabili entrambe, ovviamente molto più la seconda che la prima, ma battere la Spagna è un must per non rendere ininfluente l'appuntamento successivo. Non è la solita Spagna di Scariolo che ci siamo abituati a veder dominare nell'ultima dozzina di anni, a partire da quell'oro vinto ai Mondiali del 2006, ora invischiata in un processo di ricostruzione che non ha nelle nuove leve lo stesso livello di quel gruppo storico che si giocò le finali olimpiche del 2008 e 2012 alla pari con il Team USA in versione vera, non le terze linee portate a questo Mondiale. È stata tenuta per due quarti al guinzaglio da Tunisia e Portorico e ha chiuso il terzo quarto in svantaggio contro l'Iran. No, non è la solita Spagna. E allora, forza Italia.

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