2 marzo 1962, Hershey (Pennsylvania). In una foto in bianco e nero che ha fatto la storia della pallacanestro NBA, Wilt Chamberlain mostra un foglio bianco, con il numero 100 scritto a penna. È appena diventato leggenda.
Quella serata è stata raccontata migliaia di volte, ma mai rivista: non esistono, infatti, immagini televisive di quella partita, ma soltanto qualche spezzone di radiocronaca che, mischiata con i ricordi dei 6.000 testimoni oculari, ci aiuta a tratteggiare un'impresa che, molto probabilmente, resterà unica nella storia di questo sport. L'unico ad avvicinarsi alla mitica quota 100, infatti, è stato soltanto Kobe Bryant, con quell'exploit da 81 punti del 22 gennaio 2006 contro i Toronto Raptors. 81, già, tantissimi, ma pur sempre 19 in meno di Wilt, che, oltretutto, gioca in un'epoca in cui non esiste il tiro da tre punti, adottato diversi anni dopo (1979) proprio per porre un limite allo strapotere dei grandi centri.

Wilt Chamberlain 100 points night, box score

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Tra grande impresa e grande farsa

È una serata che gli storici della pallacanestro hanno interpretato in maniera duplice: da un lato l'esaltazione totale per quello che è stato, molto probabilmente, il centro più dominante di sempre nella NBA, dall'altro, invece, l'incastro un po' fortunoso e un po' forzato di un assolo che, in realtà, ha lasciato un ricordo più amaro che dolce nei ricordi del suo protagonista. Vediamo perché.
Quella sera, i Philadelphia Warriors, poi trasferitisi l'anno successivo a San Francisco, giocano nella palestra di Hershey, un cliché utilizzato da diverse squadre dell'epoca per allargare la sfera di interesse e attrarre nuovo pubblico. Mancano cinque gare al termine della regular-season e Phila, con un record di 46-29, è al secondo posto nella Eastern Division. I New York Knicks, di contro, con un modesto 27-45 sono ultimi a Est e già da tempo esclusi dalla lotta playoff. Per di più, sono costretti a rinunciare al loro centro titolare, Phil Jordon, ufficialmente indisponibile per influenza ma in realtà a letto a smaltire una sbronza colossale presa la sera precedente. New York, in campo già con scarsissima motivazione, deve quindi schierare su Chamberlain la coppia composta da Darrall Imhoff e Cleveland Buckner, un rookie undersized appena uscito da Jackson State, che avrà tantissimo spazio per i repentini problemi di falli del suo compagno di reparto.

Wilt Chamberlain, Philadelphia Warriors-New York Knicks

Credit Foto Getty Images

Giunti al palazzetto con largo anticipo rispetto alla palla a due, i giocatori di Philadelphia ammazzano il tempo tirando al bersaglio. Chamberlain non sbaglia un colpo. Un chiaro segnale - come dirà poi - che quella serata avrebbe avuto qualcosa di speciale. Di fronte a una concorrenza così disastrata, Chamberlain, un gigante di 216 cm per 125 kg ma dotato di una mobilità e un bagaglio tecnico impressionanti per un centro degli anni '60, va letteralmente a nozze. Segna 23 punti nel primo quarto, 18 nel secondo e 28 nel terzo, raggiungendo quota 79 poco dopo l'ultimo intervallo, nuovo record che eclissa il precedente realizzato proprio da lui stesso tre mesi prima contro i Los Angeles Lakers (78). E, in quel momento, intuendo qualcosa di potenzialmente storico nell'aria, il pubblico di Hershey comincia a cantare, martellante e incessante: "Datela a Wilt, datela a Wilt".

Un quarto periodo inverosimile

Ho tirato troppo spesso in quella partita, specialmente nel quarto periodo, quando tutti mi spingevano verso i 100 punti. Ma i miei compagni volevano che li segnassi, e mi passavano la palla ogni volta che potevano - Wilt Chamberlain.
Il quarto periodo si gioca esclusivamente per lui, per rifornirlo di palloni e permettergli di raggiungere la mitica quota 100. Per sottrarsi all'umiliazione a risultato comunque già acquisito, i Knicks giocano lunghi possessi ai 24" e spendono falli sugli altri giocatori di Phila per evitare che il pallone arrivi a Chamberlain. Di contro, gli Warriors rispondono con la stessa moneta, commettendo altri falli per riottenere il possesso del pallone il prima possibile e tornare a servire Chamberlain a centro-area. Si arriva a un finale-farsa, dove coach Frank McGuire arriva addirittura a svuotare la panchina per avere sul campo a disposizione giocatori con falli da spendere.
PuntiTiri dal campoTiri liberi
1° quarto237/149/9
2° quarto187/124/5
3° quarto2810/168/8
4° quarto3112/217/10
Totale10036/6328/32
A 46 secondi dalla sirena, Chamberlain riceve un assist di Joe Ruklick e segna, finalmente, il suo 100esimo punto, quello che stabilisce il definitivo 169-147 per Philadelphia, tirando 14, 12, 16 e 21 volte per quarto. Il secondo miglior marcatore dei suoi è Al Attles, con 17 punti. Chamberlain chiude con 36/63 dal campo e 28/32 dalla lunetta, un dato impressionante per un giocatore che, in carriera, ha tirato con il 51.1% complessivo dalla linea della carità. A tutto questo, aggiunge anche 25 rimbalzi e 2 assist, ma, se questi numeri vi sembrano assurdi, considerate che, in quella stagione, Wilt viaggia a 50.4 punti e 25.7 rimbalzi di media, unico giocatore nella storia della NBA a superare quota 4.000 punti in un singolo campionato (4.029, per l'esattezza). Il tutto raccolto in 48.5 minuti giocati a partita, perché Chamberlain, in panchina, non si siede mai, ma proprio mai: gioca 3.882 minuti su 3.890 possibili, scollinando oltre i 48 di media (minutaggio standard ufficiale di una singola gara) perché Philadelphia gioca 10 overtime in 7 gare.
Alla fine di quella partita, Harvey Pollack, allora tuttofare statistico di Philadelphia e unico giornalista presente alla partita, gli mette in mano quel foglio col numero 100 scritto a mano per testimoniare quell'impresa. Il volto di Chamberlain, però, ha un'espressione strana, un misto tra stanchezza e rimorso. Ha appena segnato 100 punti ma, probabilmente, è stato l'unico a non volerlo fare.
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