La misura dell'intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario (Albert Einstein)
Ieri sera Pep Guardiola ha raggiunto la sua terza finale di Champions League da allenatore. Lo ha fatto in Inghilterra, dove nel 2011 giocò e vinse la sua seconda coppa con il Barcellona contro il Manchester United. Lo ha fatto guidando il Manchester City, che non aveva mai raggiunto un traguardo simile. Lo ha fatto meritando, perché in 180 minuti di eliminatoria è stato superiore per almeno 135. E lo ha fatto cambiando pelle, perché nella gara di ritorno ha saputo accettare una partita diversa rispetto a quelle che prepara abitualmente.
Sì, perché la sensazione più chiara guardando la partita è che il Manchester City, per quanto fedele ai propri principi tattici, abbia fatto una partita molto più difensiva rispetto al solito. Non è solo il dettaglio del possesso palla a spiegarcelo (56% per il PSG), ma proprio l’andamento del match. Un vantaggio arrivato presto - al minuto 11 e attraverso una giocata codificata - e poi una sorta di speculazione passivo-aggressiva che ha tolto ritmo a tutte le fonti di gioco del Paris (Neymar, Verratti, Di Maria). Per certi versi, è sembrata una partita dell’Inter di Antonio Conte.
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Provo a essere più preciso

Prendendo in esame i dati di Sofascore, si nota come la difesa del City abbia messo a segno più salvataggi di tutto l’11 titolare del PSG (13 contro 10). Se allarghiamo il dato a tutta la squadra, scopriamo che gli inglesi ne hanno siglati un totale di 23 - contro i 15 dell’andata. Qualcosa di anomalo rispetto al naturale leitmotiv di un match dei Citizens, ma niente di strano se pensiamo all’evoluzione equilibrata del Guardiola targato 2021.
In un pezzo che analizzava le 21 vittorie consecutive degli Skyblues avevo sottolineato come Pep Guardiola avesse ristrutturato la squadra cercando di garantire un maggiore equilibrio in tutte le fasi di gioco. Con una formazione più compatta senza la palla, e una disposizione ordinata su tutto il rettangolo di gioco, il nativo di Santpedor aveva trovato la soluzione per evitare di soffrire le transizioni negative in campo aperto.
La formula aveva funzionato (e sta funzionando perché i Citizens hanno preso solo 24 gol in campionato), e probabilmente ieri sera l'allenatore spagnolo ha deciso di esasperare ancora di più questo concetto alternando le fasi di pressing ad una perfetta disposizione 4-4-2 che ha permesso alla difesa (Rúben Dias su tutti) di arginare ogni possibile pericolo verso la porta di Ederson. Il dato emblematico in casa parigina è quello sui cross - 23 -, che fa a pugni con quello prodotto nel match d’andata - 14. Il City è riuscito a fare una partita precisa e ordinata, disinnescando la formazione di Pochettino e creando i presupposti per recuperare palla e partire in transizione - aka la situazione del secondo gol.

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Quasi certamente, mentre guardava la partita in salotto, Antonio Contesarà rimasto soddisfatto nel vedere una buona parte dei suoi principi di gioco applicati in una semifinale di Champions League. Logico, la formazione nerazzurra parte parecchi gradini sotto rispetto allo sviluppo verticale Guardiolesco, ma la partita di ieri sera ha aperto una sorta di raggio di sole verso la prossima campagna europea dei meneghini. Il mister dei campioni d'Italia ha un "conto" in sospeso con l’Europa, ma dopo quello che ha visto tra City e PSG può dirsi decisamente fiducioso per il futuro.

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