Da quando si sedette sulla panchina della Juventus, Antonio Conte, ha condotto un totale di 7 stagioni come allenatore in carica di un club professionistico.
Tre alla Juventus. Due al Chelsea. Due all’Inter.
Ha vinto il campionato in 5 occasioni.
Serie A
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03/05/2021 A 13:03
Se c’è una definizione di “vincente seriale”, nel calcio contemporaneo, questa si applica senza dubbio ad Antonio Conte. In Italia, poi, è quasi una teoria matematica. Contro la Sampdoria, il tecnico salentino, potrà festeggiare la sua 200esima panchina in Serie A. Con il quarto Scudetto in bacheca, la proporzione è una sentenza: campione d’Italia ogni 50 partite. Insomma, se c’è lui in panchina, tendenzialmente, saprete già dove andrà a finire quel campionato.
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Sì perché quella di Antonio Conte per la vittoria è un’autentica ossessione. In psicologia ve la definirebbero probabilmente come una patologia, un disturbo clinico; tratto distintivo per altro comune alle più grandi leggende della storia dello sport. Basta guardare una qualsiasi intervista al termine di una partita in cui non siano arrivati i 3 punti per capirlo; e non serve un percorso medico di laurea: c’è una versione di Antonio Conte dopo una vittoria; e c’è una versione, decisamente meno affabile, dopo una sconfitta. Se questo è il tratto distintivo della persona dentro il mondo del calcio e per cui servirebbe più la penna di un professionista che quella di un umile cronista sportivo, l’approfondimento che ci compete è più che altro nella ricetta. O meglio, nella risposta alla domanda: “come ci riesce, come fa a vincere sempre?”.

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Che poi, anche qui, a dirla tutta, è piuttosto semplice: “trasmettendo, quasi sempre, ai suoi calciatori, la sua stessa ossessione”. Facile il concetto, un po’ meno l’applicazione. Eppure il segreto del Conte allenatore è sempre quello, siano state queste Torino, Coverciano, Londra o Milano. Una filosofia di fondo che lo stesso tecnico riassume in un credo: “il compito di un allenatore è migliorare i propri calciatori”. L’unicità è che Conte, fin qui, nella sua carriera, è riuscito a farlo ovunque. E’ su questi presupposti che la sua prima Juventus fu in grado con una squadra modesta di finire il campionato da imbattuta dopo il settimo posto dell’anno precedente; è con questa ricetta che la sua Italia arrivò a tanto così dall’eliminare la Germania campione del mondo con un undici titolare che visto oggi viene da dire “ma come ha fatto”; è così che in Inghilterra è arrivato al primo anno davanti ai vari Mourinho, Pochettino, Klopp e Guardiola. Ed è così che si è imposto anche all’Inter. Perché per l’intera rosa, salvo qualche eccezione, questa è stata la miglior stagione della carriera.
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E’ un moltiplicatore, Antonio Conte. Di forze e di rendimento. E ad eccezione del caso Eriksen, a cui comunque è stata messa una pezza, sotto di lui ogni giocatori dà la sensazione di essere più forte di prima. Succede con i talentuosi, come si è visto nel rendimento di Lukaku, costoso panchinaro a Manchester e a Milano trasformatosi in uno dei ‘9’ più forti al mondo. Ma succede soprattutto ai modesti o coloro che per qualche ragione non avevano espresso tutto il potenziale. Ed è forse quella la vera forza di Conte: attingere il massimo, indistintamente, da tutto il gruppo. I Giaccherini, Pepe, Lichtsteiner e Vucinic di epoca juventina; i De Sciglio, Sturaro, Eder e Pellé in Nazionale; i Moses e Christensen a Londra; i Darmian, Gagliardini, Brozovic e Perisic all’Inter. Conte prende, centrifuga, strizza ed estrae l’essenza. Concentra. E dunque, per definizione, moltiplica gli effetti, ottenendo in tempo minore ciò che alcuni ottengono solo nel corso di anni, o altri – molti – inseguono invece invano per una carriera.
ALLENATOREMEDIA PUNTI
Mancini 2006/072,55
Trapattoni 1988/892,47
Conte 2020/212,41*
Mancini 2007/082,23
Mourinho 2008/092,21
Mourinho 2009/102,15
* Stagione ancora da completare
Attenzione, è un processo pericoloso, quello di Antonio Conte. E’ al tempo stesso un dogma e un regime militare: servono fiducia incondizionata e sacrificio; dedizione ed eliminazione del superfluo. Componenti per cui quasi ogni essere umano, anche il più portato nello spirito, non può resistere sul lungo periodo. Ecco perché Conte è molto ‘mourinhiano’ da questo punto di vista: i suoi cicli vincenti, difficilmente, possono andare oltre i 3 anni. E’ quella la scadenza naturale di un gruppo a cui viene richiesto sempre di andare a tutta. E l’Inter di Conte a tutta sta andando dal giorno 1. Un primo anno a -1 dalla Juventus e con una finale di Europa League. Un secondo anno con l’inevitabile Scudetto, arrivato in scioltezza dopo essersi levato il peso del doppio impegno settimanale. Già, perché il limite di Conte, anche in questa sua stagione di successo, è restato quello: esportare questa ricetta anche in Champions League; terreno in cui il tecnico nerazzurro non si è mai trovato a suo agio (in carriera ha solo un quarto di finale, raggiunto con la Juventus alla sua prima partecipazione alle coppe europee).
Nel terzo anno, l’Inter, gli chiederà soprattutto questo. Anche perché la missione più difficile, ovvero riportare i nerazzurri a vincere qualcosa, è stata completata. Conte è riuscito laddove persino un guru come Marcello Lippi aveva fallito: trasferire e far funzionare anche a Milano la ricetta di successo messa in scena a Torino. Chi vi scrive queste righe, personalmente, non ha mai avuto dubbi. Del resto, quella di Conte, è quasi matematica: non emozionerà i più, ma è incontestabile.

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