“The burden”. Il fardello. Michael Jordan, in uno dei suoi discorsi più iconici, nel giorno dell’insediamento ufficiale del suo nome nella Hall of Fame dell’NBA, l’aveva definitivo così. Quel peso del nome, della storia, che avrebbero dovuto portare sulle spalle per tutta la vita i suoi figli. Un concetto se volete piuttosto simile a quello con cui Pep Guardiola, oggi, deve convivere ogni giorno. Perché ci sono oneri e onori nell’aver cambiato irrimediabilmente non solo la percezione, ma il modo di giocare a pallone in ogni angolo del globo. Perché sì, deve fare un certo effetto andare su un qualsiasi campo di periferia e vedere che spesso il difensore prova a giocare, o che dalla Nuova Zelanda al Canada, dal Ghana alla Norvegia il portiere ha smesso di rinviare. Ma quando ciò succede e quando la tua squadra va in campo, da te, la gente, evidentemente, si aspetta ormai sempre, con costanza, qualcosa di straordinario. C’è un calcio pre-Guardiola e c’è un calcio post-Guardiola. Esattamente come c’è stato un calcio pre-Sacchi e post-Sacchi. E a sua volta un calcio pre-Olanda e post-Olanda. Scissioni della storia, rivoluzioni copernicane con cui tutti hanno dovuto fare i conti, estimatori o no, perché troppo evidenti le pratiche introdotte da cui tutti hanno preso ispirazione, oppure hanno dovuto adottare contromisure.
Nel day after però dell’ennesima eliminazione in Champions League del rivoluzionario tecnico catalano, alla sua sesta stagione sulla panchina del Manchester City, dietro il solito gusto beffardo lasciato dalla sensazione di aver dominato ma doversi accomodare in poltrona per veder qualcun’altro giocare la finale, c’è nascosta un’anomalia di sistema piuttosto interessante. E che merita di essere raccontata.

Tanti gol incassati in pochi minuti: il dato nascosto

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Che fosse il magico Barcellona con cui Guardiola ha riscritto la storia del calcio, il potentissimo Bayern Monaco rivoluzionato dalle teorie catalane – (decisive, quelle sì, per il successivo trionfo mondiale della Germania di Loew) – o l’attuale macchina da guerra Manchester City, in corsa per il quarto titolo in Premier League negli ultimi 5 anni – c’è un dato nascosto davvero curioso nelle cadute europee di Pep Guardiola. OTTO delle undici eliminazioni di Guardiola in Champions League sono infatti arrivate con una squadra in grado di imbarcare gol in pochissimi minuti. Una storia iniziata nel 2010 a San Siro e ripresentatasi, forse nella sua veste più clamorosa, ieri sera al Bernanbeu.
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Quale interpretazione?

Quale interpretazione dare a un dato statistico in grado di ripresentarsi così costante è forse l’esercizio più complicato. Ma anche quello più interessante. In primis come approcciarsi alla cosa? La si può definire un caso, oppure una statistica di 8 eliminazioni su 11 arrivate con una sorta di mini-blackout sono effettivamente qualcosa in più di un’anomalia di sistema? Chi vi scrive queste righe propende per la seconda delle opzioni, e prova a offrirvi un’interpretazione: l’ossessività del controllo totale, nel calcio, ha un rovescio della medaglia.
E’ da sempre quello il filo conduttore dell’idea filosofica alla base del calcio di Guardiola. Che nei suoi primi giorni si è palesata in campo come il controllo costante del pallone attraverso il possesso palla e nel corso degli anni si è dovuta tramutare, anche per necessità, in qualcosa di più evoluto. Non è sbagliato però continuare a riconoscere nel calcio del catalano questo tratto distintivo. Per quando Guardiola non sia più il tiki-taka dei primi giorni, nella sua idea di gioco è la sua squadra a restare protagonista del proprio destino dentro il rettangolo di gioco. E questo succede in ogni circostanza. Controllare significa dominare il gioco; e dominare il gioco è l’esercizio con cui Guardiola entra nella testa dei suoi calciatori. Da questo punto di vista, al di là della bibliografia più varia a riguardo, un buon esempio concreto ne sono stati gli estratti di vita calcistica riproposti nella serie All or Nothing dedicata al Manchester City. Ma è nella psicologia collettiva che l’interpretazione all’apparente anomalia trova una spiegazione. L’efficacia della teoria di Guardiola passa attraverso la ripetizione ossessiva dell’idea di controllo. Che nel calcio però si presenta come teoria utopistica. O almeno lo è per quanto riguarda una competizione dalla connotazione fortemente episodica come la Champions League nella sua fase a eliminazione diretta, dove il controllo totale di ogni singolo aspetto, di ogni singolo minuto, contro squadre tendenzialmente di pari livello o simili, diventa sul serio materia più utopistica di quanto non sia lo sviluppo su un lungo periodo di 38 giornate di un campionato, dove rimediare a un passaggio a vuoto è assai più semplice.
ANNOGOL SUBITI IN MINUTIPARTITA E MARCATORI
20102 in 13'Inter-Barca 3-1, andata semi: 48° Maicon, 61° Milito
20143 in 18'Bayern-Real 0-4, ritorno semi: 16° e 20° Ramos, 34° Ronaldo
20153 in 17' Barca-Bayern 3-0, andata semi: 77° e 80° Messi, 94° Neymar
20172 in 8'City-Monaco 5-3, andata ottavi: 32° Falcao, 40° Mbappé
20183 in 19'Liverpool-City 3-0, andata quarti: 12° Salah, 20° Chamberlain, 31° Mané
20192 in 3'City-Tottenham 4-3, ritorno quarti: 7° e 10° Son
20202 in 8'City-Lione 1-3, quarti secchi: 79° e 87° Dembele
20223 in 6' (12' effettivi)Real-City 3-1, ritorno semi: 90° e 91° Rodrygo, 96° Benzema
E così, quel filo conduttore iniziato da quei 13 minuti di San Siro nel maggio del 2010, proseguito in quel primo tempo della semifinale di ritorno del 2014 contro il Real Madrid di Ancelotti, ri-palesatosi l’anno successivo nei minuti finali dell’andata del Camp Nou contro il Barca di Messi, rivisto ad Anfield nel primo tempo dei quarti di finale del 2018, pizzicato in avvio nel 2019 col Tottenham di Son, riproposto nel clamoroso ko col Lione del 2020 e ben impresso nella memoria collettiva di noi tutti con i 6 minuti da tabellino – 12 sul campo – di ieri sera, sembrano raccontarci in qualche modo la natura del genere umano: quando un indottrinamento ossessivo solitamente funzionante vede crollare le proprie certezze, la risposta all’anomalia di sistema non è immediata. Vedetela come un balckout collettivo cui la caduta di un’idea intrinseca, fatta propria, comporta uno shock a cui non è automatica la risposta. In tutte le partite sottolineate, o nei successivi ritorni, a eccezione forse della lezione del 2014, le squadre di Guardiola sono riuscite poi a riprendere il proprio filo conduttore, pur non trovando il risultato. Ma il passaggio a vuoto, con quel crollo delle certezze che evidentemente porta la squadra in shock e a incassare gol rapidamente, appare come un baco di sistema con cui far saltare con costanza la filosofia guardiolista. Una sorta di rovescio della medaglia che comporta la programmazione ossessiva delle menti dei suoi calciatori.

Pep Guardiola si porta le mani alla testa durante Real-City, semi di Champions League 2021/22: il suo City incassa 3 gol in 12 minuti effettivi

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E’ un aspetto psicologico, che si ripropone poi sul calcio, più che una vera e propria spiegazione di campo. E proprio per questo l’unica spiegazione teorica traslabile su squadre così diverse in spazi temporali così dilatati: è una questione di funzionamento delle menti umane, più che di spiegazione calcistica. Insomma, per dirla con linguaggio informatico: il bug nella programmazione delle menti dell’ingegner Guardiola.
Questo, almeno, per provare a cercare del senso. Oppure ci si può arrendere alla banalità delle sensazioni. Come quella che, tra andata e ritorno, per quanto prodotto, se Real e City rigiocassero 100 volte, in 99 dei casi passerebbero gli inglesi.
Eppure le varie Inter, Barcellona, Monaco, Liverpool, Tottenham, Lione e Real Madrid sembrano lì per raccontarci qualcosa; per dirci che sì, in fondo, non può essere solo un caso.

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