Il capolavoro di Dunga

Il Brasile vince per l'ottava volta nella sua storia la Copa America umiliando in finale gli eterni rivali dell'Argentina. E il merito, anche se non del tutto, va attribuito al gran burattinaio, Carlos Dunga

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"Preferisco non partecipare alla Copa America e concentrarmi sulla prossima stagione con il Milan". "Ho bisogno di staccare per arrivare al top all'inizio della Liga con il Barcellona". La prima dichiarazione è di Kakà, la seconda è di Ronaldinho ed entrambe si riferiscono al periodo delle convocazioni di Dunga in vista della Copa che, un mese fa, stava per iniziare.
Ora l'edizione 2007 della manifestazione è terminata e sul tetto del Sudamerica c'è, ancora, il Brasile, come nel 2004 e per la quarta volta negli ultimi dieci anni.
Un Brasile dai piedi dolci e dal carattere di ferro. I piedi dolci fanno parte del bagaglio naturale insito nel DNA del brasiliano mentre il carattere, la forza e il temperamento arrivano tutti dal carisma del commissario tecnico.
Dunga ha saputo lavorare un diamante grezzo e trasformarlo in una pietra preziosissima. Ha lavorato sulla testa dei giocatori più che sulla tecnica o la tattica. Mai scelta fu più decisiva perché se c'è una cosa che il Brasile potrebbe anche permettersi di non allenare sono proprio i fondamentali.
E' stata la Copa America di Robinho, capocannoniere della manifestazione con 6 gol ma, forse, è ancor di più la Copa di Dunga, signore nell'accettare i rifiuti dei fuoriclasse, grande maestro nell'assemblaggio di un Brasile perfetto.
La Seleçao gioca a memoria e il merito, va detto perché è giusto dirlo, è tutto dell'ex giocatore della Fiorentina che ha portato sul tetto del sudamerica quella che, forse, è stata la Nazionale verdeoro meno competitiva di tutti i tempi.
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