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Maledetti rigori
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Pubblicato 12/07/2007 alle 10:53 GMT+2
Come nel 2004 la Celeste esce dalla Copa America ai rigori contro il Brasile
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Ha giocato l'Uruguay. Lo ha fatto mettendoci l'anima. Ha perso ancora ai rigori. E adesso, a testa alta, va a giocare per il terzo posto. La sconfitta con il Brasile non ha intaccato lo spirito di una nazione che si è sempre contraddistinta per dignità e fierezza. C'è qualcosa di particolare nel carattere di questi uomini. Chi ha avuto l'opportunità calcistica di affrontare un uruguayano sa bene di cosa stiamo parlando. Chi non l'ha avuta, magari, capirebbe qualcosa di più leggendo Osvaldo Soriano che racconta Obdulio Varela, leader dell’Uruguay campione del Mondo 1950.
La Celeste mette alle corde il Brasile, lo tiene in ansia fino all'ultimo ma subisce - titolo del quotidiano di Montevideo "El Observador" - la legge dei "maledetti rigori". Ancora una volta, come nel 2004 in Perù, in finale ci vanno i Verdeoro e la Celeste si deve accontentare di quella per il terzo e quarto posto. Eppure la rabbia si è già trasformata in orgoglio, sentimento che rimbalza da una parte all'altra del paese, per una nazionale che dopo aver iniziato malissimo la Copa America è stata capace di convincere, partita dopo partita. Contro il Brasile Oscar Tabarez fa capire perché lo chiamano "El Maestro". Il suo modulo è elastico, l'Uruguay passa senza soffrire dal 3-5-2 al 4-4-2 e se la gioca alla pari contro i favoriti verdeoro.
Il muscolo della coscia sinistra che blocca Recoba negli spogliatoi dopo quarantacinque minuti ben giocati non blocca il resto della squadra. Cristian Rodriguez non si arrende mai, neppure a verdetto acquisito, Forlan, Pablo Garcia e Lugano danno tutto e anche di più e, forse, proprio per questo, quando si presentano sul cerchietto bianco non ne hanno più. Obdulio, racconta sempre Soriano, rinunciò alla festa per condividere coi brasiliani quella sofferenza che proprio lui aveva inferto. 57 anni dopo il "Maracanazo", l'Uruguay non ripete l'impresa ma non vuole soffrire. Guarda avanti, a nuove rivincite, magari, ai prossimi undici metri. Per vincere il demone servirà fortuna, tanta, e un pizzico di continuità in più. Il carattere e l'orgoglio no, quelli non sono mai mancati.
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