Una superficie (di 23mila 200 chilometri quadrati) inferiore a quella della Lombardia, 900mila abitanti in totale (che vivono in una situazione di estrema povertà) e ultimo posto nel ranking Fifa. Si può pensare di sviluppare calcio ad alti livelli, in un futuro foss'anche lontano, in queste condizioni? Se arrivano i cinesi, anche se si parla di Gibuti, evidentemente sì.

L'FC Dihkil, squadra sfidante, nella Supercoppa di Gibuti, dell'Asas Telecom

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Gibuti, l'avamposto strategico tra Asia e Africa

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Una dimensione insignificante rispetto alla maestosità dell'Africa, Gibuti, incastrato tra Eritrea, Etiopia e Somalia è - invero - uno degli approdi più strategici del continente. In passato se ne accorse la Francia (di cui è ex colonia), dal 2007 gli Usa (ufficialmente per la lotta contro il terrorismo), da qualche mese anche Giappone e Cina. Se il primo ministro nipponico Abe Shinzo sta ancora facendo la corte all'omologo gibutiano Ismaïl Omar Guelleh, la Cina si è presentata - come secondo prassi - con soldi a palate e promesse mantenute ad ogni costo pur di avere il più classico dell'"occhio di riguardo" per i propri affari, senza darlo troppo a vedere. L'atteggiamento con cui Pechino ha dato vita alla "colonizzazione silenziosa" di mezzo continente africano nel terzo millennio. Ovviamente esiste una motivazione ufficiale se i cinesi hanno costruito una potente base navale e militare permanente a Gibuti: evitare gli attacchi delle navi-pirata, all'ordine del giorno nel Golfo di Aden, senza dubbio. In realtà si va ben oltre a questa motivazione. Oltre perfino alla lotta antiterrorismo (a 40 km ci sono lo Yemen e le sue basi Isis) e al fatto che ai soldati della Marina cinese serva un approdo per riposarsi dalle lunghissime traversate navali, una sorta di "supporto" di ristoro e psicologico. Tutto corretto, ma c'è dell'altro. Molto altro.

Ingegneri cinesi e militari gibutiani al porto mercantile di Gibuti (LaPresse)

Credit Foto LaPresse

La lunga mano cinese nel continente africano

L'approdo di Suning (tra i più grandi produttori mondiali di elettrodomestici) all'Inter o l'avvicinamento di fondi di investimento cinesi al Milan, rappresentano la punta dell'iceberg di un movimento planetario, in realtà, molto più "magmatico" di quanto si possa pensare. Per produrre su così larga scala ed esportare in tutto il pianeta Terra la Cina ha bisogno di un quantitativo inimmaginabile di materie prime: il petrolio - estratto da Nigeria (con un "risarcimento di circa 300 milioni di dollari), Angola (1 miliardo e 200 milioni), Sudan (128 milioni), Congo Francese (280 milioni); la bauxite, in Guinea (1 miliardo di dollari), il ferro in Gabon (3 miliardi di dollari e una Coppa d'Africa in fase organizzativa). Per la produzione dei telefoni cellulari, poi, sono due i paesi chiave: Il Congo (ex Zaire) con il prelevamento di cobalto e rame (motivo delle infinite guerre intestine) con la bellezza di 9 miliardi di dollari (solo ultimamente "ridotti" a 6) e Zimbabwe, con investimenti per impossessarsi del cromo, mai del tutto stimati.

Gli investimenti: strade, ferrovie e... stadi

E Gibuti, l'avamposto perfetto, la porta d'accesso migliore per agevolare tutti gli affari africani. Uno staterello che, di punto in bianco, vede somme così ingenti di denaro non può che accendere la luce verde permanente ad ogni semaforo. E i "risarcimenti cinesi" di cui sopra si traducono in infrastrutture: essenzialmente strade asfaltate e di ultima generazione (bene "di contrasto", inimmaginabile fino a poco tempo fa nella maggior parte del continente), e ferrovie. E' di poco fa l'inaugurazione (in pompa magna) della nuova versione della Gibuti-Addis Abeba, subito ribattezzata "African Orient Express". Sul porto navale sono stati riversati, invece, 185 milioni di dollari. Insomma, Gibuti è interamente in mano ai cinesi. Che, sotto richiesta del presidente federale Souleiman Hassan Waberi, ha riversato denaro liquido anche nel calcio

L'entusiasmo della Supercoppa fuori dalla capitale

Ed ecco che, lo scorso weekend, per la prima volta in assoluto, un evento ufficiale come la 35esima edizione della finale di Supercoppa - disputata quest'anno tra l'Asas Telecom (la formazione più vincente dello staterello del Corno d'Africa) e l'FC Dihkil, si è disputata per la prima volta al di fuori della capitale, ovvero ad Ali Sabeih nel moderno complesso sportivo costruito in quattro e quatr'otto con i finanziamenti asiatici nella cittadina simbolo - a sud del paese - della linea ferroviaria che collega alla capitale etiope. Un evento che ha catturato l'attenzione di tutti Fifa compresa, che si è ufficialmente congratulata con la federcalcio gibutiana, nata nel 1979 ma affiliata alla Fifa solamente nel 1994: "Il fatto di aver portato il calcio al di fuori della capitale è per noi un fatto storico - ha dichiarato prima del calcio d'inizio, di fronte allo stadio gremito, il presidente Souleiman Hassan Waberi -. Faremo di più: apriremo accademie, costruiremo altri impianti, faremo crescere finalmente il calcio nel nostro paese". In modo che Gibuti non verrà più considerata la macchietta del calcio africano.

Obiettivo Coppa d'Africa

"Col tempo abbandoneremo l'ultimo posto del ranking Fifa - spiega ad Eurosport il portiere titolare della nazionale verdazzurra Hassan Guedi Bouh, 22enne in forza al Guelleh Batal / Garde Républicaine, una delle tante squadre statali che gioca nell'impianto della capitale, lo Stade El Hadj Hassan Gouled e nella cui rosa percepisce uno stipendio mensile di 85mila franchi gibutiani, circa 450 dollari -. Gli investimenti cinesi aiuteranno a crescere anche nel mondo del calcio. Avremo più strutture dove far crescere i nostri ragazzi e giocatori, forse, meglio remunerati. Il nostro obiettivo? Centrare per una volta la qualificazione in Coppa d'Africa". Se ne riparlerà dopo (probabilmente, molto dopo) il Gabon, che dopo i soldi cinesi sta affrontando una guerra civile. Tutto secondo copione, quindi.
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