Vento di passioni è uno dei tanti soprannomi che i tifosi rossoneri hanno affibbiato ad Andriy Shevchenko, un attaccante che ha regalato gioie immense al Diavolo e proprio con la maglia del Milan ha vinto tutto e si è tolto immense gioie personali, arrivando fino al Pallone d’Oro. Oggi che è ct dell’Ucraina e, fra poco più di un mese, si appresta a guidare la selezione del suo paese all’Europeo itinerante: Sheva non dimentica Milano e la sua storia d’amore con il club rossonero, raccontata approfonditamente in un libro (“Forza Gentile” scritto insieme ad Alessandro Alciato e pubblicato per Baldini & Castoldi) uscito da pochi giorni e in una lunga intervista per il Magazine del Corriere della Sera, Sette, in cui ha parlato anche di altro l’infanzia in Ucraina, gli insegnamenti di Lobanovskyi, Istanbul e tanto altro.

"La previsione di Braida e quel contratto firmato senza guardare ai soldi..."

Avevo fame. Non di soldi, tutto sommato non stavamo male, ma di successo. Io volevo avere successo in quel che amavo fare. La prima volta che firmai con il Milan, il mio primo contratto vero, mi rifiutai di guardare la cifra che c’era scritta sopra. Al Milan ci arrivai grazie ad Ariedo Braida. Lui vide qualcosa in me che non sapevo neppure di avere. Quando portò Galliani in Ucraina per vedermi, giocai una partita orrenda, ma lui mi difese. E quando venne a casa mia per convincermi a firmare, mi diede una maglia rossonera con sopra il mio nome. “Ci vincerai il Pallone d’oro, con questa” mi disse. Io e mio padre ci mettemmo a ridere. Aveva ragione lui. Il nostro successo non era dovuto al talento ma alla qualità umana dei singoli individui. Era un gruppo di persone intelligenti. Infatti siamo finiti tutti a fare gli allenatori o i dirigenti”.
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27/04/2021 A 16:20

Andriy Shevchenko col Pallone d'Oro

Credit Foto Imago

"Manchester, Milan-Juve, il rigore contro Buffon e il riscaldamento di Inzaghi sul campo da golf..."

La mattina della finale di Manchester mi sveglio presto e alzo le tapparelle. Eravamo in un albergo che dava su un campo da golf. Mi affaccio e vedo una persona che corre da sola, mima i movimenti di attacco, si gira a vedere se un arbitro invisibile ha fischiato il fuorigioco, si incita, indica una porta immaginaria. Era Pippo Inzaghi, lui è ossessionato dal calcio. Cosa ricordo dell’ultimo rigore ad Old Trafford? Dal cerchio di centrocampo al dischetto mi è venuto in mente di tutto. L’infanzia, Chernobyl, gli amici morti, tutto. Ma sopra ogni cosa mi dicevo di non avere dubbi. Una volta che hai deciso dove tirare, non importa cosa fa Buffon, non importa niente, basta non cambiare idea. Ricordo che mi sono passato la lingua sul labbro, e mi sono reso conto che avevo la bocca completamente secca. Ho fissato l’arbitro, perché il rumore dei tifosi copriva tutto e non avevo sentito il fischio. Lui mi ha fatto un cenno. E allora sono partito. A metà del tiro, con la palla ancora per aria, vedo Buffon che va giù dall’altra parte e capisco prima degli altri che è fatta, che quell’istante rimarrà per sempre. Il primo che abbracciai fu Dida, e tutti pensano ancora oggi che fosse un ringraziamento per le sue parate decisive. Non è vero. Manco me ne ero reso conto che era lui, correvo e basta, me lo trovai davanti”.

Shevchenko, Buffon - Juventus-Milan - Champions League 2002-2003 - Imago pub not in UK

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"Istanbul, una ferita che sanguina ancora..."

"Sono passati 16 anni ma la ferita sanguina ancora. Scrissero che tra il primo e il secondo tempo ci lasciammo andare a festeggiamenti anticipati. Tutte balle. Anzi. Paolo Maldini fu il primo a dire di fare attenzione, che il Liverpool non avrebbe mollato, anche se era sotto 0-3. Ce lo ripetemmo l’uno con l’altro Nei primi tre mesi dopo quella sconfitta in finale di Champions così acida mi svegliavo gridando nella notte e cominciavo a pensarci. Ancora oggi mi capita di pensarci. Tanti miei compagni non hanno più voluto rivedere quella partita. Io la so a memoria. Perché perdemmo? Ancora la sto cercando la causa. Eravamo la squadra migliore. Stavamo giocando benissimo. Mi viene in mente il loro capitano, Jamie Carragher. Alla fine dei tempi regolamentari gli vado via, sono più giovane e veloce di lui. Mi rincorre, sbuffa, non ce la fa più, ha i crampi. Ma non so come, arriva a toccarmi la palla. Avevano una sola chance su 100, ci si sono aggrappati con tutte le forze che avevano. Adesso che sono allenatore, penso che forse avremmo dovuto spezzare quei maledetti sei minuti in cui ci fecero tre gol. Fermare il gioco, cambiare qualcuno. Ma non è una critica a Carlo Ancelotti, che ci aveva preparato benissimo. So che qualche mio tifoso mi manderà a quel Paese, ma quel Liverpool-Milan è una prova della bellezza del calcio. Certe volte, è una bellezza crudele”.

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"L’addio al Milan? Non mi sono mai pentito"

"Galliani e Berlusconi provarono a tenermi in ogni modo. Milano era casa mia, ancora oggi sento un legame fortissimo con la città, anche se vivo lontano. Ma io avevo scelto, erano tre anni che Roman Abramovicˇ mi corteggiava. Avevo trent’anni, era il momento giusto per fare una nuova esperienza. Mi sono perso la rivincita con il Liverpool. E al Chelsea non è andata bene, troppi problemi fisici. Ma non è stato un errore. Si ricorda il rigore di Manchester. Quando hai preso una decisione, non cambiare idea. È tutta la vita che faccio così. E non mi è andata poi così male”.

Andriy Shevchenko in maglia Chelsea

Credit Foto PA Sport

"Quando risi in faccia a Materazzi in un derby... "

Nel sottopassaggio di San Siro, prima di un derby di Champions League dove provavo a giocare con cinque placche di acciaio nello zigomo che mi ero fratturato due mesi prima, Materazzi mi disse cose poco carine su quel che sarebbe accaduto in campo alla mia faccia. Io gli risi in faccia. Non per fare lo sbruffone, ma perché sapevo che nella vita lui non era e non è così, è solo che facciamo parte di uno spettacolo, e ognuno ha la sua parte. La sua era quella del cattivo. E poi, la gente che cercava di intimorirmi dimenticava spesso da dove vengo”.

"Chernobyl e gli insegnamenti di Lobanovskyi"

"Com’è stato crescere a 200 km da Chernobyl? Spero di non scandalizzare nessuno se dico che mi sembrava tutto normale. Avevo dieci anni. Mi divertivo come un pazzo giocando a calcio ovunque, facendo qualunque sport. Mi avevano preso all’accademia della Dinamo Kiev, mi sembrava di cominciare a vivere un sogno. Poi saltò in aria il reattore 4, e ci portarono via, tutti. Chiusero subito le scuole. Arrivavano pullman da tutta l’Urss, caricavano i giovani tra i 6 e i 15 anni e li portavano via. Io mi ritrovai da solo al Mar d’Azov, sul Mar Nero, lontano 1.500 chilometri da casa. Eppure ancora oggi non provo angoscia. Mi sentivo come in un film, vissi quell’esperienza come una gita. Ero un bambino... Nel mio quartiere cominciavo ad avere sempre meno amici coetanei. Sono morti tutti. Non per le radiazioni, ma per l’alcol, la droga, le armi. Le crepe nel muro dell’Urss erano sempre più evidenti. Stava venendo giù tutto, il mondo dove eravamo nati si stava disfacendo. I miei amici, come tutta la mia gente, hanno smesso di credere in qualcosa, e si sono persi. Io mi sono salvato con l’amore per il calcio e la dedizione di mia mamma e mio padre. Il colonnello Lobanovski? Fa parte della mia vita. Mi è stato vicino nel periodo tra i 18 e i 21 anni, che per me è il momento più difficile e importante nella vita di un calciatore. Ci faceva fare decine e decine di ripetute su quella che chiamavamo la salita della morte. Pendenza del sedici per cento. Chi non vomitava, giocava da titolare. Se vomitavamo tutti, giocava chi lo aveva fatto di meno. La mia resistenza durante la corsa veloce viene da quella sofferenza che ci imponeva. Era un uomo durissimo, ma di una integrità che ti metteva alla prova”.

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