L’ultimo ruggito di Linford Christie è stato in difesa del titolo olimpico. Lui che ha corso nel cono d’ombra dei più forti sprinter americani e per batterli s’è allungato la vita in pista, medaglia d’oro ultratrentenne dei Mondiali del 1993, ma soprattutto di Barcellona 1992.
Christie c’è sempre stato: la sua storia olimpica iniziò col brivido a Seul 1988, salvato all’antidoping da un tè ginseng, e per effetto speciale sta finendo ad Atlanta. Ai Mondiali di Tokyo 1991, invece, il record personale non gli valse nemmeno il podio dietro le quinte del più grande spettacolo a stelle e strisce, vissuto nel mito eterno di Carl Lewis. Dai 100 metri piani più grandi di sempre ai più lunghi di Atlanta 1996, questa è la storia dello sciagurato Linford Christie e di un Golden Boy canadese che corre, a modo suo, lontano da un fantasma.
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25/05/2021 A 08:14

Capitolo 1 – Tokyo 1991: i 100 metri più grandi della storia

I Mondiali di Tokyo racchiudono per molti le due gare più belle di tutti i tempi. L’attuale record del mondo di salto in lungo nasce come un sogno il 30 agosto 1991: 8.95 metri stabilito da Mike Powell contro Carl Lewis. Ed è sulla pista dello Stadio Olimpico che il Figlio del vento vince i 100 metri più grandi di sempre (9”86) fissando il nuovo primato mondiale davanti a Leroy Burrell (9”88) e Dennis Mitchell (9”91). Tre statunitensi, che in carriera non avevano mai corso così veloci, racchiusi in 5 centesimi; quarto Linford Christie col personale di 9”92; sei sprinter sotto i 10 secondi con Frank Fredericks in 9”95) e Ray Stewart in 9”96.
I 100 metri mondiali di Tokyo 1991 sono una finale irripetibile per cui Linford Christie, conscio della portata mitica dell’evento, non si dà pace. Non solo il britannico sfiora un podio da libri di storia, ma ha il saldo sospetto che Mitchell abbia lasciato i blocchi dopo 90 millisecondi (0,09) mentre la scienza dimostra che una reazione più veloce di 100 millisecondi (0,1) è umanamente impossibile. Forse Mitchell avrebbe schivato i colpi della pistola più veloce del west, forse una sua falsa partenza avrebbe cancellato i 100 metri più belli di sempre: di fatto Christie, il grande sconfitto, spinse molto per un indurimento della regola ottenendola per ogni tempo di reazione inferiore a 0,1 secondi. Una falsa partenza che lo inchioderà il 27 luglio 1996 ad Atlanta nella notte della sua ultima finale olimpica.
Ai Mondiali di Tokyo, Linford Christie corre nell’ombra della Golden Age degli sprinter americani, ma l’estate seguente, alle Olimpiadi di Barcellona 1992, vincerà la medaglia d’oro a 33 anni, tre mesi e tre giorni e ai Mondiali di Stoccarda avrà l’atletica ai suoi piedi, trionfando ancora nei 100 metri per diventare campione di tutto: olimpico, mondiale, europeo e del Commonwealth britannico. Lo fa proprio davanti a tre statunitensi: Andre Cason, il maledetto Mitchell e l’ultimo Carl Lewis. Intanto, a 25 anni, un broker canadese nato (come Christie) in Giamaica e cresciuto in Ontario fa la riserva della staffetta canadese. Eppure sta diventando l’assoluto protagonista della nostra storia.

Capitolo 2 – Donovan Bailey, The Fastest Man… Of Wall Street

Donovan Bailey, nato nella parrocchia civile di Manchester Giamaica il 16 dicembre 1967, è invero un talento molto precoce dell’atletica malgrado il suo impegno saltuario in pista, più attratto dai titoli azionari della borsa. Bailey fa parte della 4x100 canadese fin dagli inizi degli anni Novanta: argento ai Giochi Panamericani dell’Avana nel 1991, riserva della staffetta di bronzo (Esmie, Gilbert, Surin, Mahorn) ai Mondiali di Stoccarda 1993.
Bailey è nato in Giamaica e la famiglia si trasferisce in Canada nel 1980 per iscrivere Donovan, che ha 13 anni, alla Queen Elizabeth Park High School perché il ragazzo è molto portato per lo studio e non solo. Fin dalle elementari è sempre il primo delle gare veloci e in Giamaica è un dato che conta, così a 16 anni, con i geni caraibici nell’ottima palestra di Oakville, Donovan corre già i 100 metri in 10”65.
Bailey è un diamante grezzo dell’atletica. Si vede che è uno sprinter, gli piace il salto in alto e adora il basket, ma presto deve defilarsi dalle arti verticali perché per l’alto è troppo robusto e per il basket non ha abbastanza centimetri (185). È un vero peccato perché sul parquet, ala grande come il suo idolo Charles Barkley, il giovane Donovan ha la mano calda, ma il padre George ha scelto l’Ontario per un futuro migliore che non implica l’attività sportiva.
Donovan è un salt-of-the-earth kind of guy, un ragazzo con i piedi per terra, e studiare gli piace. Inoltre ha il dono innato della finanza e qui non c’è statura che tenga, ma piuttosto un alto quoziente intellettivo da potenziare. Sognando Wall Street, a ventidue anni Bailey è già un uomo d'affari, lavora come consulente di marketing e investimenti e guida una Porsche 911 cabriolet.
«Avrei potuto lasciare la scuola superiore per diventare un atleta, ma non era ciò che volevo, mi hanno insegnato a lavorare sodo e contare sui miei mezzi», Bailey rivela in una famosa intervista a Sports Illustrated dopo Atlanta 1996:
Volevo fare il broker, guadagnare soldi, avere una bella casa. Volevo anche correre sì… Ma con le auto sportive! E quando, ottenuto ciò che volevo, mi sono dedicato allo sprint, non è stato così semplice. Davvero non capivo gli allenatori che mi dicevano di non avere un'etica del lavoro. Ma come, pensavo, io a ventidue anni mi sono comprato una Porsche, loro a 35 anni guidano delle station wagon!
Le critiche dei suoi istruttori sono invece più che semplici: Bailey frequenta i migliori ristoranti e i più esclusivi club di Toronto, invitando troppo spesso le compagne di allenamento: «Mai visto una ragazza grassa in pista, escluse quelle del lancio del peso!». Era lì per divertirsi, ovvero ciò che non è richiesto a chi vuole diventare un atleta di alto livello.

I destini opposti di Bailey e Christie sulla pista di Atlanta '96

Capitolo 3 – Pfaff 1993: «Comincia a correre»

Certi giorni Donovan Bailey fa più impressione al volante della sua auto che non in pista, dove il ragazzo è bravo ma non si applica. Meglio, ha un talento raro ma non ancora esplorato. I 100 metri sono per lui una bella valvola di sfogo dopo ore di titoli azionari, ma a dieci anni da uno strepitoso 10”65 la sua progressione è ferma a 29 centesimi: troppo poco per colmare il triste vuoto lasciato in Canada da Ben Johnson.
Così, quando ai Mondiali di Stoccarda vede salire i suoi compagni di staffetta sul podio senza aver corso nemmeno in batteria, Bailey sta per compiere 26 anni e già si trova dentro un’altra curva esistenziale: deve sprintarci dentro o rientrare nel suo completo di Armani alla conquista di Wall Street.
A Stoccarda Glenroy Gilbert, con la medaglia di bronzo al collo, gli parla del suo allenatore alla Louisiana State University: Bailey sale su un aereo e si presenta a Dan Pfaff, un coach statunitense che addestra i più veloci wide receiver della NFL. Nothing left to lose, Dan lo guarda negli occhi e gli dice di mettersi a correre: Donovan esce dai blocchi e non si ferma più.
In Louisiana migliorano lo sprint, la forza, la dieta e specialmente i metodi di allenamento di un velocista improvvisamente disposto a fare, per Pfaff, ogni tipo di sacrificio. Bailey è un uomo nuovo in missione e al primo colpo, nel giugno del ’94 al meeting di Duisburg, corre i 100 metri piani in 10”83. Non è un miracolo ma solo nuova padronanza dei propri mezzi, perché il talento è sempre stato lì… E come dice sempre Carl Lewis, la potenza è nulla senza controllo. Quanto allo stile, è bene che l’occhio non voglia la sua parte.
Gli anni Ottanta dell’atletica furono un decennio di contrasto stilistico fra la grazia eterea di Carl Lewis e la forza sovrumana, nel senso di “sovralimentata”, di Ben Johnson. Poi Donovan Bailey ha introdotto un terzo, improbabile, stile di corsa che invero nessuno voleva imitare: «Sono il velocista più brutto da vedere! Lewis è lieve e fresco come il vento, io calpesto l’aria», dirà lo sprinter canadese a margine dei “suoi” Mondiali di Göteborg. E intanto, sul mezzo giro, si ripete la sfida anche visiva tra lo sciagurato Mike Marsh, che a Barcellona 1992 sprecò il record del mondo di Mennea rallentando negli ultimi metri, e quel fenomeno unico e incomparabile di Michael Johnson.
Dalla testa ai piedi, Donovan Bailey sembra fatto strano, con una vita minima di settanta centimetri fra due gambe bislunghe e un busto invece voluminoso, sproporzionato al resto del corpo. Un disordine fisico che si riflette nella sua falcata, più ampia sulla leva destra e faticosa dall’anca sinistra. Donovan vacilla fuori dai blocchi inarcando la schiena mentre batte la pista: «Sembra qualcuno che sfreccia fuori dalla giungla di Saigon per saltare sull’ultimo Huey», dice il sergente Pfaff ripensando ai soldati statunitensi salvati dagli elicotteri in Vietnam.
Sembra davvero che il suo stile voglia sfidare le leggi della fisica ed è ciò che tutti pensano mentre, nell'aprile del 1995, Bailey supera per la prima volta la barriera dei 10 secondi a Baton Rouge, fissando in 9”99 il nuovo record nazionale. Tempo con cui si presenta ai Trials nazionale, dove sfreccia in 9”91 per un’escalation che, finalmente, fa dimenticare l’innominabile ai bisognosi canadesi. Finalmente Bailey e il coetaneo Bruny Surin possono lucidare la foglia d’acero sulla divisa. È la vigilia dei Mondiali di Göteborg.

Donovan Bailey (Göteborg 1995)

Credit Foto Getty Images

Capitolo 4 – Göteborg 1995: fuori in 9:97 secondi

Sette anni dopo lo scandalo di Seul, l'ombra di Ben Johnson si profila ancora sull’atletica. Donovan fu un suo giovane ammiratore, ma ora deve correre lontano da quell’uomo caduto nel fango. Ora che l’ha raggiunto sotto il muro dei 10 secondi, deve spingersi oltre per rimuovere The Dirtiest Race in History - la finale dei 100 metri di Seul 1988 - dalla memoria di un paese ferito.
Non solo, ai Mondiali del 1995 Bailey deve reggere la pressione dei sempre più frequenti controlli antidoping a caccia di streghe: «La paranoia ci circonda, sono stato testato sei volte nelle ultime tre settimane e in Canada è da anni che l’atletica non vede sponsor. Spero di cambiare il corso: io e Bruny stiamo cercando di guadagnare la fiducia di 27 milioni di persone».
Non bastasse, Bailey è “costretto” a vincere i 100 metri all’ombra di Michael Johnson, che dominerà i 200 e 400 iridati, perché Carl Lewis ha lasciato la corsa e Leroy Burrell è detentore del record mondiale (9”85) ma non gareggia a Göteborg, mentre il campione olimpico Linford Christie ha 35 anni e scava a fondo fin dalle batterie per entrare in finale.
Finale in cui Bailey si laurea campione del mondo in 9”97 davanti al connazionale Bruny Surin e alla nuova verve caraibica di Ato Boldon. A scapito degli altri finalisti al passaggio di un testimone praticamente epocale, malgrado il favore dei pronostici, nonostante il peso della nazione, pur uscendo dai blocchi col secondo peggior tempo di reazione, Donovan mantenne la calma. Aveva avuto una vita di successo prima dell’atletica e sapeva che ce ne sarebbe stata una dopo: «Anche se avesse fallito, per lui non sarebbe stata la fine del mondo. Conoscete molti altri atleti per cui possa dirsi la stessa cosa?», disse il suo allenatore Dan Pfaff, l’uomo che ha trasformato Bailey nell’uomo più veloce del mondo.
L’ha fatto senza sconvolgere la corsa illogica di Donovan: un difetto di fabbrica diventato cifra non-stilistica. L’ha fatto entrando nella mente di un ragazzo per cui l’atletica non è tutto, prerogativa irrinunciabile per non prendersi troppo sul serio:
Pattino fuori dai blocchi con la testa all’insù - commenta Bailey rivedendosi in tv da campione del mondo - e ho la schiena arcuata. Meglio fra i 30 e i 70 metri, ma poi perdo ancora la postura! Sprintare è un atto di forza esplosiva: è come il basket. Per me la finale di Göteborg è stata come prendere la rincorsa per una schiacciata a due mani finita al ferro con una!
Che i suoi difetti di corsa provengano da lontano… Che Donovan non pensi di correre sul parquet con le scarpette chiodate.

Capitolo 5 – Fredericks, il più veloce dell’anno olimpico

Nei 100 metri iridati del 1995, il miglior statunitense è stato il campione olimpico dei 200 Mike Marsh, quinto in 10”10: era dai lontani successi del britannico Harold Abrahams e del canadese Percy Williams nel quadriennio 1924/28 che il Team USA non falliva due finali mondiali successive. A Göteborg, Donovan Bailey succede al britannico Christie… E manca meno di un anno alle Olimpiadi di Atlanta. L’età dell’oro di Carl Lewis (nella corsa) è finita e il faro s’è mosso oltre la curva: sbucherà come un missile Michael Johnson, destinato a diventare leggenda olimpica in uno stadio di Star-Spangled Banner.
Nei 100 metri invece, non bastasse Bailey, il miglior tempo dell’anno olimpico è di Frankie Fredericks, che viene dalla Namibia e sfiora due volte il record del mondo di Burrell: 9’87 a Helsinki e 9”86 sulla celebre pista di Losanna. E Donovan non è l’unico a non prendersi sul serio («Sono in molti, anche tra i più esperti, a pensare che la finale di Göteborg sia stata un colpo di fortuna», rivela Dan Pfaff) perché per tutti, alla vigilia di Atlanta 1996, Fredericks è l’uomo più veloce da battere. E il campione olimpico, suo amico e compagno di allenamento Linford Christie? A 36 anni, la sua partecipazione resta avvolta nel mistero.
E Bailey? Dopo aver fallito il nuovo record ai Reno Air Games di inizio anno, cala l’attenzione sul campione del mondo, ma per lui è meglio così: «Anche se vincessi in 11.50 sarebbe fantastico». Con tutto il rispetto, a preoccupare maggiormente Donovan è ancora il vecchio Christie, abituato a certi miracoli sportivi, che non il più veloce Fredericks, high finisher raramente vincente e instancabilmente elegante: «E comunque, se faccio tutto bene, vinco io». Il campione del mondo è pronto al suo debutto olimpico.

Donovan Bailey e Frankie Fredericks (Atlanta 1996)

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Capitolo 6 – La bomba di Atlanta

27 luglio 1996. Non sono ancora le 21, ma la giornata è già trascorsa troppo a lungo. È stato un sabato olimpico oscurato dal segno del terrorismo: dallo scoppio di una bomba al Centennial Park, che ha ucciso due persone ferendone centoundici. Solo dieci giorni prima il boeing del volo TWA 800, diretto a Roma con scalo a Parigi, era esploso dodici minuti dopo il decollo da New York inabissandosi nell’Atlantico con i suoi 230 passeggeri.
L’attentato del Centennial Park fu opera di Eric Rudolph per supportare Christian Identity: una setta ultra-cristiana di suprematismo bianco e militanza terroristica contro l’aborto e l’omosessualità. Quando Rudolph verrà arrestato nel 2003 con una taglia da un milione di dollari sulla testa, dirà di non aver gradito la scelta di Imagine di John Lennon come inno delle Olimpiadi di Atlanta.
Gail Devers, campionessa olimpica dei 100 metri a Barcellona 1992, bissa il titolo in 10”94 per confortare lo spirito della nazione in concorso di merito con Kenny Harrison nel salto triplo: due ori statunitensi nel giorno più buio dei Giochi di Atlanta e una vittoria, quella di Harrison, davvero inattesa contro Jonathan Edwards, che ai Mondiali di Göteborg aveva fissato due record del mondo. Ma quella di Harrison è specialmente un’impresa contro gli ideali distorti di Christian Identity perché Kenny, The Northampton Pope, è un cattolico devoto che salta 18,09 metri: il triplo più lungo di sempre a vento contrario.
Sabato 27 luglio 1996 è anche e soprattutto la sera della finale dei 100 metri maschili e il Centennial Olympic Stadium è una bolgia per la gara che da sempre, più della purezza tecnica dei 200, infiamma il grande pubblico. Gli otto uomini più veloci del mondo fiutano il record di Burrell, assente all’appello, dai secondi ormai contati perché la finale, si dice da tempo, stabilirà un nuovo primato, non un centesimo di più.
È vero. Carl Lewis è stato il più grande e qui ad Atlanta, ma nel salto in lungo, sta per vincere la sua nona immensa medaglia d’oro, ma c’è ormai un netto divario generazionale tra il Figlio del vento (classe 1961) e i nati nel 1967: il detentore del record Leroy Burrell, il campione del mondo Donovan Bailey, gli statunitensi Mike Marsh e Dennis Mitchell, il grande favorito, crono alla mano, Frank Fredericks. Il più giovane è Ato Boldon che, ventiduenne, ha ottenuto il miglior tempo delle semifinali (9”93). E poi c’è il fuori quota Linford Christie che a trentasei anni, uno in più di Lewis, è lì a difendere il suo titolo olimpico con l’ultimo ruggito. Anzi due.
Sarà una finale lunghissima prima di diventare la più veloce. In seconda corsia con Marsh a sinistra e Boldon a destra, il vecchio leone non è il più veloce e forse non lo è mai stato, ma come a Barcellona ’92 e Stoccarda ’93 sta per azzardare una mossa vincente. Bailey lo chiama Mr Stonehenge perché, prima di ogni gara, Christie fissa immobile un breve orizzonte… Che oggi lo separa dall’immortalità sportiva.

Capitolo 7 - What goes around, comes around

1 On your marks, get set, false start. Partenza falsa. Christie esce dai blocchi prima degli altri, alza le braccia a testa bassa, si gratta la nuca e pensa che qualcosa è andato storto, ma non tutto è ancora perduto. Se vuole vincere deve ricorrere, come in semifinale, al miglior tempo di reazione. Gli uomini più veloci del mondo ripassano i movimenti e si rimettono ai loro posti: la tensione adesso si taglia con la spada di Damocle sulla testa del campione olimpico.
2 On your marks, get set, false start. Seconda partenza falsa. Boldon parte come un missile in terza corsia, ma anche lui è decollato prima degli altri: il nigeriano Davidson Ezinwa si prende la testa fra i capelli e ancora Bailey, sarà un segno, fa cinquanta metri di slancio prima di tornare ai blocchi. Chiedi a 85mila persone di osservare in silenzio due partenze e lo faranno, ma non più alla terza. Lo stadio ribolle esalando tutta la pressione ammucchiata in pista. Gli otto uomini più veloci al mondo tornano ai loro consumati rituali: chi si batte le guance, chi le cosce, chi salta sul posto, chi sbarra gli occhi fumando come un toro, chi si ricompone col suo esatto rituale. Christie ha appena lanciato a qualcuno un’occhiataccia. Tutti fingono che niente sia cambiato al cospetto di 100 metri sempre più mentali.
3 On your marks, get set, false start. Terza partenza falsa. Da non credere. Boldon, il più giovane, tira pugni all’aria urlando tutta la sua tensione. Christie, il più vecchio, si mette le mani ai fianchi fingendo di attendere il nome del colpevole, ma il nome lo sa già. A occhio nudo l’infrazione non è rilevabile, il suo tempo di reazione è di 0,086: 14 millisecondi in meno degli 0,1 secondi regolamentari che proprio lui rivendicò dopo i Mondiali di Tokyo, quando si sentì privato del bronzo da Dennis Mitchell.
What was that for? Christie sta fissando proprio lui, il maledetto Mitchell, mentre il monitor lo inchioda: il campione olimpico ha ancora anticipato il colpo di pistola. Lo sciagurato si difende, apre le braccia a occhi sgomenti, stringe i pugni, guarda il replay, torna al blocco levando il cartellino rosso del giudice, incita un pubblico ormai impaziente, scuote la testa, strofina le mani, dice di non averlo fatto, ma Mr Stonehenge si sta già sgretolando e con lui i suoi sogni d'eternità.
Linford Christie si sente responsabile ma non colpevole di un destino crudele. È devastato dal pensiero di aver ceduto il titolo olimpico prima ancora di perderlo in finale, ma adesso sta fallendo anche il suo “terzo tempo” di reazione: «Per la prima volta nella mia lunga carriera reagii male ai flash e alle telecamere, c’erano persone che urlavano, rumori dappertutto, era un caos. Credetti di poter ribaltare il verdetto con la protesta e me andai pensando che avrebbe funzionato se non fossimo stati in America», dirà il vecchio leone di ritorno sul pianeta, però intanto il giudice di gara John Chaplin deve domarlo di frusta gentile: «Mi sono avvicinato a lui e molto educatamente gli ho detto: “Hai due false partenze, ora devi proprio andartene”».
Christie si volta verso gli spalti sfilando il body ma ancora non vuole andarsene, almeno non del tutto, piantato a bordo pista contro il volere dei volontari: vuole vedere l’amico Fredericks vincere al suo posto contro gli americani. Il vecchio leone avrebbe poi corso da solo la sua ultima gara: un triste giro d’onore dimenticato da tutti: «Ero il campione della gente! Sentivo che ero io quel che volevano», ma già le luci stanno tutte puntando il nuovo campione olimpico, Donovan Bailey, che stringe sulle forti spalle una bandiera redenta, con la figlia in braccio e il padre al suo fianco. Il replay della finale oscura per sempre lo spleen del vecchio leone. A rivedere la corsa del nuovo Re del branco, il suo stile non sembra poi così male.

Capitolo 8 - «The most unprofessional race ever»

Tre variazioni sul tema e sette corridori che attendono il trapasso di Christie per rimettersi sui blocchi. Ato Boldon, che ha perso il suo target runner, scalpita di rabbia travolto dall'emozione: «Mi diceva di andarmene - dice il britannico - che stavo rovinando tutto, ma era un ragazzo giovane e facilmente impressionabile. Lo perdono». Non sarà assolto Christie quando, a 39 anni, accecato dal ricordo di una gloria lontana, sarà trovato positivo al nandrolone. Ancora recidivo, stavolta fuori per sempre.
Boldon non è l’unico. A caldo, ai microfoni della NBC, Marsh dice che «È stata una gara al 100% antisportiva» perché l’infelice spettacolo di Christie ha avuto un impatto enorme sulla corsa. Mitchell la chiama «The most unprofessional race ever», lui che invece, anticipando la partenza, salì sul podio della “corsa del secolo” ai Mondiali di Tokyo ’91:
È stata la gara meno professionale a cui abbia mai partecipato. Non mi sono mai sentito così pronto come per questa finale, potevo vincere, ma il ritardo ha rovinato tutto
Vent’anni dopo i Giochi di Montreal, non ci sarà nessun atleta statunitense sul podio olimpico dei 100 metri.
Sono i 100 metri più lunghi delle Olimpiadi e alcuni degli uomini più veloci del mondo sono ormai sovraccarichi di emozioni, ma Bailey ha le spalle larghe: «Concentrati sulle piccole cose, sui tuoi blocchi, non pensare agli altri, non guardare nessuno. Ho pensato per tutto il tempo a ciò che mi disse Dan e più ne passava più mi sentivo calmo. Forse, senza false partenze, non avrei corso così disteso». In fondo la squalifica di Christie è valsa un avversario in meno e Bailey è «Talmente calmo e rilassato che quasi si dimentica di partire», scherzerà Pfaff. Perché la quarta volta, come al solito, Donovan si raddrizza troppo presto ed esce dai blocchi con un tragico tempo di reazione: 0,174 secondi, il peggiore.
4 On your marks, get set… E scatta la finale dei 100 metri piani di Atlanta 1996: fuori in meno di dieci secondi, i 7 uomini più veloci del mondo corrono verso l’Olimpo.
Dopo 30 metri, Donovan sembra fuori dai giochi. Come Fredericks, come in semifinale, i due migliori sono molto indietro a Boldon che, malgrado tutto, sta gettando un cuore di contrasti oltre il traguardo. Ma le lunghe leve di Bailey stanno iniziando un’altra incredibile progressione e chissà se in Giamaica, non lontano dal suo luogo di nascita, un fulmine nascente sta guardando la corsa.
«First, I accelerated. Then I went for it». A metà gara, la falcata di Bailey è implacabile e con lui sta risalendo Fredericks mentre Boldon, dalla testa della corsa, avverte il rischio top speed. Toccando infatti il suo picco di velocità dopo sessanta metri, Bailey ha un lancio più lungo dei quattro avversari da superare in altrettanti secondi: dalla prima corsia Marsh, Boldon, Mitchell e Fredericks.
Negli ultimi quaranta metri i due statunitensi, usciti velocissimi dai blocchi, si ritrovano corti. Ai meno trenta Bailey ha un piede davanti a Fredericks e dopo 8 secondi si volta ancora verso Boldon: l’aveva già fatto al sesto detonando uno scatto a cui nessuno, nemmeno Fredericks incollato in scia, può resistere vicino alla linea traguardo. Polvere di stelle.

Capitolo 9 - Bailey&Johnson: gli uomini più veloci del mondo

Donovan Bailey è il nuovo campione olimpico. Donovan Bailey è l’uomo più veloce del pianeta ma del nuovo record del mondo, 9”84, non s’è nemmeno accorto. Lui che conosce così bene i numeri aleatori della borsa e per cui nemmeno adesso, ora che ha sfondato le barriere del mito, l’atletica significa tutto: «Non ho pensato affatto al record. Ogni volta che ho corso con il record in mente, l’ho fallito». Stavolta no. Come il divo Carl Lewis, Donovan Bailey è campione del mondo, campione olimpico e detentore del nuovo record in 9”84.
Un mese prima, il 23 giugno 1996, Michael Johnson aveva battuto il vecchio primato di Pietro Mennea, correndo i 200 metri in 19”66 diciassette anni dopo il record italiano. Ora, sulla stessa pista olimpica, il record è infranto da un esemplare unico di uomo-papero che corre a petto in fuori, con il busto eretto e le ginocchia basse, il passo corto e le zampe dorate. Sì, Atlanta sarà anche stata un dramma degli stili nobili e decaduti, eppure Johnson è lì semina gli avversari e ferma il tempo in 19”32 urlando la sua prova superba al vento di uno stadio in tripudio. Solo 48 ore prima aveva stravinto i 400 metri.
Who is The World’s Fastest Man? Qualche tempo dopo a Toronto, per la modica cifra di un milione e mezzo di dollari, i campioni olimpici di Atlanta 1996 si sfideranno a metà strada per offrire all’entertainment il titolo dell’”Uomo più veloce del mondo”: 150 metri non convenzionali come le posture dei loro corpi lanciati in pista. Il re dei 200 si ferma per presunto infortunio oltre la curva di transizione, che avrebbe dovuto favorirlo nettamente. L’oro canadese sfreccia in 15 secondi a 36 chilometri orari per dare l’estrema unzione al ricordo di Ben Johnson.
Donovan Bailey cederà a Maurice Green primato (9”79) e titolo olimpico dei 100 a Sydney 2000, il tempo stampato da Michael Johnson ad Atlanta sembra invece un record destinato all’eternità. È l’estate del 1996 e un ragazzo prodigio sta per compiere dieci anni nella parrocchia giamaicana di Trelawny.
Scitto da Maxime Dupuis, tradotto da Fabio Disingrini
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