Il Sei Nazioni 2021 ha confermato, se mai ce ne fosse bisogno, che il rugby italiano è malato, molto malato. 32 sconfitte di fila al torneo certificano che il lavoro fatto negli ultimi anni non ha portato i frutti sperati: ci si aspettava qualche passo in avanti dopo i vari tentativi di cambiare rotta attuati negli ultmi anni, investendo sulla partecipazione di due franchigie – Benetton e Zebre – alla Celtic League, sui permit player da cedere alle stesse, sull’apertura delle Accademie federali per lo sviluppo dei giovani rugbisti, sulla formazioni di professionisti del settore. Ma i risultati non sono arrivati e ora che un altro Sei Nazioni disastroso è andato in archvio, è in arrivo una fase di grande rinnovamento, richiesta a gran voce da tutte le figure che compongono il movimento. Arriva anche per questo l’elezione del nuovo Presidente Federale: Marzio Innocenti prende il posto occupato per 9 anni da Alfredo Gavazzi. A lui l’arduo compito di invertire una tendenza negativa che purtroppo ha trascinato il rugby italiano sull’orlo del baratro. Proprio insieme a lui abbiamo avuto una lunga chiacchierata su tutti i temi scottanti del momento, provando a capire quali possano essere i modi – se ce ne sono – per risanare la palla ovale azzurra.
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Marzio Innocenti ha 62 anni, è di Livorno ma è ormai a Padova da tanti anni, alla guida del comitato regionale veneto. Giocatore tra gli anni '70 e '80, è stato anche capitano della Nazionale alla Coppa del Mondo in Nuova Zelanda nel 1987. Fa il medico e da pochi giorni è anche il nuovo Presidente FIR.
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10 domande a Marzio Innocenti

1) Quel messaggio scritto domenica mattina alle 6.56 dopo l’ultimo match perso malamente dalla Nazionale al Sei Nazioni (“Tutti insieme siamo una forza inarrestabile, divisi saremo spazzati via”) è stato molto accorato e coraggioso. La cosa più difficile ora è ricreare fiducia ed entusiasmo intorno a questo sport?
“Era presto quando ho scritto il messaggio: sono abituato a svegliarmi molto presto al mattimo, ma da quando sono diventato Presidente mi sveglio ancora prima. Siamo nel momento più difficile della storia del rugby italiano, la formula magica per uscirne non c’è. Non ci sono soluzioni miracolistiche.
Se il rugby si sente un corpo unico, può uscirne. Altrimenti saremo spazzati via
2) Il momento più difficile: il Sei Nazioni peggiore di sempre, in piena pandemia quindi difficoltà anche a fare sport, a fare rugby. Ultima chance. Siamo messi davvero così male, e perché?
“Credo che 32 partite consecutive partite perse parlino da sé. Il nostro compito è doppiamente difficile perché da una parte dobbiamo mettere una toppa alla Nazionale, che non può presentare ovviamente risultati di questo tipo, ma allo stesso tempo dobbiamo lavorare sotto, a livello locale e regionale, perché tutto nasce da lì”.
3) Cosa ha detto o cosa dirà al commissario tecnico Franco Smith quando lo incontrerà?
“Franco ha dato tutto e darà sempre tutto, e naturalmente io non ho nulla da dire ai ragazzi sull’impegno profuso in queste partite. Ricordiamoci che l’Italia gioca sempre contro una squadra più forte, è come se fosse un peso gallo contro un peso massimo”.

Franco Smith prima dell'inizio di Scozia-Italia - Sei Nazioni 2021 - Getty Images

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4) Questa strategia di puntare sui giovani e di mandarli a giocare senza la dovuta esperienza direttamente al Sei Nazioni non ha pagato?
“Io capisco i ragazzi, ma evidetemente l’impegno non basta: ci vuole del sano realismo, dobbiamo riuscire a giocare al livello degli altri partecipanti al Sei Nazioni. E’ difficile, ci vuole tanto coraggio ma so anche che la paura di non riuscire è l’altra parte del coraggio”.
5) "Se tagli le radici la pianta si inaridisce” dice Vittorio Munari. Quanto importante tornare a investire il campionato italiano, da tempo lasciato a se stesso?
“Assolutamente, nella nostra idea il campionato italiano dovrà diventare una super lega, in puro stile NBA: si accede non per merito, ma soddisfacendo criteri: economici, organizzativi e tecnico-sportivi. A capo di questa lega di sarà un commissioner, che organizzerà il campionato e gestirà sponsor e rapporto con i media. Dobbiamo portare il professionismo anche in questo campo”.
6) Esiste un modello a cui potersi ispirare in giro per l’Europa o per il mondo? Qualcuno dice la Scozia...
“Di modelli ce ne sono tanti: certo se avessimo il bacino d’utenza della Nuova Zelanda, con migliaia di giocatori già pronti sarebbe tutto più facile, ma purtroppo non è questo il caso. I modelli sono complicati, noi dobbiamo fare con quello che abbiamo”.
7) Soldi, tanti soldi, da gestire bene. Perché poi nei prossimi anni bisognerà di nuovo fare i conti e vedere come sono stati investiti questi soldi. Andranno anche nella scuola e nella formazione dei formatori?
“Sicuro, il sistema didattico è alla base di tutti i sistemi sportivi: serve una formazioni di tecnici ad alto livello. Il tanto vituperato calcio ad esempio ha una struttura di sistema didattico fantastico e mette i tecnici più bravi a lavorare con i giovani. Serve sia la teoria che la pratica, altrimenti non si va da nessuna parte”.
8) La Nazionale di Rugby Femminile gestita da oltre 10 anni da Andrea Di Giandomenico e il suo staff è un bell’esempio di come le cose possano essere fatte per bene. Certo, parliamo di due mondi molto diversi... (PS. Italia femminile che vedremo all’opera al Sei Nazioni su Eurosport nel mese di aprile)
“Sono due mondi molto diversi, ciò non toglie che Andrea sia uno dei migliori tecnici che abbiamo a disposizione in Italia. Sono molto orgoglioso del lavoro fatto negli ultimi anni, i risultati lo dimostrano: le ragazze hanno avuto qualità e capacità per imporsi nel loro settore, dobbiamo certamente dare loro merito”.

Sei Nazioni femminile: Beatrice Rigoni nel 2019

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Vogliamo che il rugby diventi il secondo sport di squadra nazionale
9) Il “Rugby al sud” è uno dei primi punti sul programma.
“Infatti siamo già partiti e le sto parlando da Benevento! Tra le tante cose che abbiamo in programmata una delle più importanti è cercare di far diventare il rugby più popolare e praticato ovunque. Al momento la distribuzione delle squadre e dunque della possibilità di praticare questo sport non è abbastanza estesa: stiamo lavorando per portare la palla ovale ovunque nello stivale".
10) Vuole lasciare un messaggio da "Capitano di tutto il movimento"?
“Mi piace di più essere chiamato “Capitano del movimento” che "Presidente": dobbiamo stare uniti, perché se ci disuniamo, se non andiamo tutti dalla stessa parte, saremo spazzati via. L’ho già detto nel mio messaggio citato prima, ma è meglio riperterlo, perché il messaggio passi. Io le mie proposte le ho fatte e le sto facendo, ora speriamo che la gente risponda”.

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