Sono state sei, prima di quella che si giocherà stanotte tra Jannik Sinner e Stefano Travaglia, le finali tutte italiane nei circuiti professionistici maschili. Andiamo a riscoprire questi incontri, tutti giocati sulla terra rossa e prima che il tour degli uomini si unisse nell'ATP, cosa che ha fatto dal 1990. Ai tempi in cui ci si divideva tra WCT (World Championship Tennis) e Grand Prix, tutte queste finali sono state disputate proprio all’interno del secondo, che ha avuto anche più lunga stabilità rispetto al primo. La prima di esse si è avuta nel 1971, tra Adriano Panatta e Martin Mulligan. Non sorprenda il nome di quest’ultimo: australiano di nascita, e prima vittima in finale di Rod Laver nel primo Grande Slam, quello del 1962, ha sposato un’italiana ed è diventato cittadino italiano nel 1968, cosa che non andò giù alla stampa di lingua inglese. E fu proprio da italiano che giocò incontri in Coppa Davis (nove) e questa finale con l’allora emergente romano. Si giocò a Senigallia, in agosto. Vinse Panatta per 6-3 7-5 6-1. Il torneo faceva allora parte del gruppo cosiddetto D, quello di minor livello del Grand Prix: vi arrivò in semifinale Paolo Bertolucci e altri tre azzurri, tra cui il futuro direttore degli Internazionali d’Italia Sergio Palmieri, disputarono i quarti.

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Tre anni dopo, la scena si spostò a Firenze, in maggio. A Panatta toccò in sorte proprio l’amico fraterno Bertolucci, uno con cui ha diviso carriera e non solo. I due, che vinsero fra l’altro in doppio, si sfidarono nell’ultimo atto con vittoria del futuro trionfatore al Roland Garros con un netto 6-3 6-1 (a differenza del precedente caso, infatti, stavolta si giocava al meglio dei due set su tre). Adriano ancora non lo sapeva, ma sarebbe stata l’ultima volta in cui avrebbe affrontato un connazionale in finale, ma lo stesso destino non si sarebbe ripetuto per Bertolucci, come vedremo.
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Nell’anno di grazia 1976, il tennis italiano vide anche una finale tricolore. Furono Antonio Zugarelli, per tutti affettuosamente, e per sempre, Tonino, e Corrado Barazzutti a giocarla. Furono gli unici due rappresentanti del Bel Paese a scegliere la trasferta di Bastad, in Svezia, e furono proprio i due che si ritrovarono in finale, con Zugarelli che dovette più volte faticare in tre set, e fu proprio su questa distanza che sconfisse Barazzutti, accreditato della prima testa di serie (con la seconda, il celebrato polacco Wojciech Fibak, che uscì al secondo turno): 4-6 7-5 6-2 il punteggio finale per l’unica affermazione del romano che, l’anno dopo, si spinse fino alla finale degli Internazionali d’Italia, persa con l’americano Vitas Gerulaitis, che il mondo ha perso troppo presto nel 1994.

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Nel 1980, al Cairo, si giocò il quarto capitolo tutto azzurro in una finale maggiore. In un torneo dominato dalle presenze francesi, con loro furono anche gli unici due italiani presenti, Corrado Barazzutti e Paolo Bertolucci, a farsi largo (il futuro capitano di Coppa Davis e Fed Cup incontrò anche il ceco Pavel Hutka, l’uomo del match point fallito al primo turno con Panatta al Roland Garros 1976). Barazzutti sconfisse Patrice Dominguez e Bertolucci fece lo stesso con Christophe Freyss (punteggi simili: 6-4 6-1 e 6-4 6-3), poi fu il friulano a battere il toscano per 6-4 6-0. Sarebbe stato anche l’ultimo torneo da lui vinto.
Sette anni dopo, nel 1987, fu la volta di Claudio Pistolesi, in futuro affermato allenatore e (per breve tempo) marito dell’israeliana ex numero 15 del mondo Anna Smashnova, e Francesco Cancellotti, ottimo giocatore che sul rosso ebbe la sua miglior annata nel 1984. I due, a Bari, chiusero i tornei delle prime quattro teste di serie. In particolare, il romano eliminò il numero 2 del seeding, l’americano Aaron Krickstein (due semifinali Slam e numero 6 del mondo nel 1990, nonché, al tempo, più giovane di sempre in top ten), e il numero 4, lo svedese Ulf Stenlund. Il perugino, invece, sconfisse in sequenza il numero 1, il francese Thierry Tulasne, e il numero 3, l’argentino Horacio de la Peña. La battaglia finale fu incerta, ma alla fine vinta da Pistolesi per 6-7 7-5 6-3. Fu il suo unico successo da pro.
Il 1988, infine, segnò l’ultima volta prima di stanotte di una finale del circuito più alto con due italiani in campo. A giocarla furono Massimiliano Narducci, ascolano come Travaglia e noto anche per aver portato al quinto Jonas Svensson in Coppa Davis nel 1989, e Claudio Panatta, fratello minore di Adriano che fu nei primi 50 nel 1984. Torneo particolare perché in calendario la settimana precedente il Roland Garros (dominato da Mats Wilander), quello di Firenze vide Panatta eliminare ai quarti il numero 3 del seeding, il cileno Pedro Rebolledo, mentre Narducci fece di meglio, battendo il numero 2, il peruviano Jaime Yzaga, alla vigilia degli anni migliori di una bella carriera, in cui avrebbe poi collezionato anche lo scalpo di Pete Sampras. La finale fu vinta da Narducci per 3-6 6-1 6-4: anche in questo caso fu il suo unico titolo tra i grandi della sua carriera.

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