Se ci fosse un termometro per misurare il cosiddetto hype, sarebbe già fuori scala. Otto Top10 battuti in 10 incontri nel 2022. Quattro titoli – due 1000, due 500, nessuno più di lui. Miglior record ATP, 28-3. Una scalata, da gennaio, da numero 32 del ranking a numero 6, traguardo ufficiale proprio da questa mattina. Nona finale consecutiva vinta sulle 9 disputate, anche a livello Challenger, da ottobre 2020 a oggi. Secondo tennista della Race, a 70 punti da Rafael Nadal. I numeri di Carlos Alcaraz sono semplicemente devastanti. Come devastante è il suo tennis.
Potremmo già chiuderla qui, non addentrarci ulteriormente in chiacchiere che tali restano. Perché il campo ha parlato e sta continuando a farlo piuttosto chiaramente. Impossibile, anche per occhi ‘meno esperti’, non essersene reso conto. Carlos Alcaraz, Carlitos, come lui stesso ha dichiarato di volersi fare chiamare, nella settimana che l’ha portato a spegnere le sue 19 candeline, ha definitivamente fatto il giro del mondo. Troppo grossa l’impresa di Madrid, dove il trittico Nadal-Djokovic-Zverev – i primi due mai battuti da nessuno consecutivamente sulla terra rossa – ha rappresentato qualcosa in più di un semplice exploit. Più che altro uno statement, una dichiarazione per tutti: sono qui, sono adesso, fateci l’abitudine.
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Sembra volerci dire questo il giovane talentino iberico, incensato – a ben donde – questa mattina da tutti i giornali del suo Paese, che gli dedicano copertine esattamente come più di 15 anni fa le facevano per un connazionale che avrebbe riscritto la storia del tennis. Non sappiamo se Alcaraz avrà la carriera di Nadal. Il primis perché la scalata è un Everest senza ossigeno. In secundis perché in una disciplina fattasi sempre più fisica tutto il talento del mondo non è sufficiente senza una caratteristica di Alcaraz che ancora non possiamo conoscere: la tenuta sul lungo periodo del suo fisico. Quel che è già certo però, mostrato chiaramente da questi clamorosi primi 4 mesi del 2022, è che ad Alcaraz su tutto il resto non manca nulla. Il tennis, per essere un 19enne, è già qualcosa di clamorosamente completo. Dritto devastante, rovescio solidissimo. Sensibilità, con variazioni su palle corte e già buonissimo gioco a rete. Rapidità clamorosa nei piedi. Alcaraz è un pacchetto completo. Difficile trovare a quell’età tennisti con simili caratteristiche anche ripercorrendo i gloriosi tempi recenti. A questo si deve aggiungere un approccio mentale alla disciplina altrettanto unica. La settimana di Madrid ci ha dimostrato come Alcaraz non tema la pressione, ma anzi ci sguazzi con una certa nonchalance. Da questo punto di vista, più che con Nadal, sono stati impressionanti gli scambi finali con Djokovic, dove il ragazzino si è approcciato con l’identica pressione che si ha al primo turno del torneo di Sofia contro Berankis. Con tutto il rispetto per Sofia e Berankis, ovviamente.
E’ per queste ragioni – e non solo, evidentemente – che è impossibile, in questo momento, non porlo almeno in prima fila nell’ottica dei favoriti al Roland Garros. Che pare un’eresia, per uno che ha 19 anni e uno slam non l’ha mai vinto, ma che per quanto appena riassunto ribalta ogni concezione. Specie se consideriamo almeno altri due dettagli. Il primo è su Nadal, padrone di casa a Parigi. Nella settimana di Madrid Rafa ha dimostrato di non essere ancora a pieno regime. Certo, restano due settimane piene per ritrovare la condizione. Ma a oggi questo non è un dettaglio. L’altro è su Djokovic. E come con Nadal, il discorso è simile. Madrid ha messo in luce enormi, clamorosi progressi, almeno se comparati alle settimane precedenti del serbo. Che ancora però non è apparso al suo massimo, specie sulla tenuta fisica alla lunga distanza (nei minuti finali del match con Alcaraz è più volte apparso boccheggiante). Insomma, i due fenomeni che sono stati padroni della racchetta, questa volta hanno trovato sul serio un avversario che ai blocchi di partenza minaccia – senza eccessivo pompaggio di noi della stampa, ma con i risultati reali del campo – di detronizzarli.
Anche perché i numeri da fenomeno, in fondo, Alcaraz li possiede lui stesso. Ed è un paragone statistico proprio con Rafa a volerceli raccontare. Nel 2005, anno in cui Nadal si affacciò per la prima volta a Parigi per iniziare il suo regno dittatoriale, Nadal si presentò con 2 titoli Masters 1000, due titoli 500 e da n°1 del mondo. L’esatta fotocopia oggi di Carlitos Alcaraz, che i due titoli Masters 1000 per giunta li ha già vinti su due superfici diverse, che anche lui si porta due titoli 500 – Rio e Barcellona – e che come Rafa, in sostanza, è già in quella posizione di classifica: 6 del mondo. Un paragone, quello con Nadal, a cui Alcaraz dovrà fare l’abitudine. E questa volta non centrano le suggestioni con nazionalità o la voglia di esaltare qualcuno per il tanto atteso ricambio generazione. Ci sono solo i risultati. E il tennis. I due unici termometri che contano. E che per Carlos Alcaraz sono davvero già fuori scala.

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