I vincitori

Daniil Medvedev. Ha chiuso con un'esultanza da videogame, lui che come un personaggio di un videogame aveva giocato. Freccette rosse tutte su, stamina al massimo e via a comandare colui che era a un passo dalla storia. Come se fosse normale, come se Daniil Medvedev non stesse aspettando nient'altro che questa partita qui. Probabilmente allo US Open era in credito, con quella finale lì quasi rimontata a Nadal due anni fa. O forse, più semplicemente, ha giocato una partita più bella del suo avversario. Ecco, il dettaglio è che quell'avversario era Novak Djokovic a 3 set dal grande slam. Voto 10. Leggenda. L2+sinistra

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Emma Raducanu. Fare le pagelle diventa persino banale. Scegliete voi il superlativo assoluto. Clamorosa? Incredibile? Pazzesca? Straordinaria? Magnifica? Un po’ di tutto questo e forse anche dell’altro. Quando tutte le altre stavano ancora scegliendo la data di arrivo, lei era già in campo a giocare il primo turno delle qualificazioni. E da lì non ha lasciato un set. Un tennis brillantissimo, un attitudine straordinaria, una storia unica. Raducanu infatti ha già vinto uno slam, ma deve ancora fare le seguenti cose: vincere un match a livello WTA, giocare una partita di circuito maggiore al terzo set, giocare un match sulla terra, entrare direttamente nel tabellone di uno slam. Che voto volte darle? Dieci? Ma anche 11, 12... Fate vobis.

Emma Raducanu festeggia a 18 anni il titolo vinto allo US Open 2021 su Leylah Fernandez

Credit Foto Getty Images

I finalisti

Novak Djokovic. Hanno un che di chiusura, di senso, di qualcosa di magico quelle lacrime lì. Perché non è il pianto di chi l'occasione l'ha vista sfumare, forse per sempre. E' l'emozione di chi per una vita, da quel pubblico, su quasi ogni campo del mondo, ha cercato l'approvazione senza mai trovarla. E percepirla nel momento più duro, nella resa a 3 set dalla storia, ridà all'uomo, più che all'atleta, un senso di giusitiza. Novak Djokovic esce sconfitto sul campo, ma in qualche modo fa pace con sé stesso. Il 'Nole! Nole!" immaginato nella finale di Wimbledon, quanto fuori il pubblico acclamava l'avversario, questa volta era reale, non nella sua proiezione mentale. La macchina si scopre umana, la maschera cade e sotto lascia un uomo fragile, in lacrime; come ognuno di noi con i suoi traumi o debolezze. Senza questa sconfitta, non l'avremmo scoperto. Pur perdendo, insomma, Djokovic ha qualcosa da festeggiare. Voto 10. Al pianto liberatorio.

Il pubblico lo acclama, Djokovic non riesce a trattenere le lacrime

Leylah Fernandez. Non una virgola di differenza rispetto alla Raducanu, perché per mettere su un grande show servono due protagonisti nel tennis. E la Fernandez è stata altrettanto magnifica in questo torneo. E’ venuta fuori da una tabellone impensabile per lei alla viglia giocando un torneo clamoroso e una finale di grande valore. Si è arresa a un’avversaria a tratti ingiocabile. La sensazione, per davvero, è che eventuali guai fisici permettendo, con queste due si sia entrati in una nuova dimensione dopo tanta attesa. Voto 10. Qui per restare.

Non sono exploit, Raducanu e Fernandez sono il futuro del tennis

Gli sconfitti

Bautista-Agut. La partenza di personalità contro Kyrgios, la piallata a Ruusuvuori. Poteva essere davvero una buona occasione per Bautista-Agut, specie con Tsitsipas e Rublev che avevano avuto fretta di tornare in Europa. E invece si è fatto fregare, a tabellone ormai aperto, da Auger-Aliassime, per una semifinale slam sulla sua superficie preferita che era davvero alla portata. Voto 6. Alla dimensione: sempre quella.
Naomi Osaka. Sconfitta. Nel senso delle pressioni, dell’ambiente, di un ruolo che le hanno voluto cucire addosso a tutti i costi e che lei, inevitabilmente, si è dovuta prendere. In questo momento il tennis non le dà felicità. E si vede. Fa bene a prendersi una pausa. Voto 4. A chi le sta intorno.

Le sorprese

Botic van de Zandschulp. Che razza di storia, quella di Botic van de Zandschulp. Incubo dei commentatori e della sala stampa, l’olandese ha giocato un torneo clamoroso, vincendo in rimonta 6 match consecutivi dalle qualificazioni, servendo come Pete Sampras quando sembrava finito nel quinto set con Schwartzman, strappando un set e preoccupando anche Medvedev. A dimostrazione che quella teoria lì che racconta di una differenza non così enorme tra quelli appena fuori dai 100 e tutti gli altri, forse non è del tutto campata in area. Dettagli e lettura dei momenti: van de Zandschulp in effetti ha giocato come un Top20. Voto 9. Alla trasformazione.

Van de Zandschulp, il tormentone: come si pronuncia?

Shelby Rogers. Escludendo le due finaliste, perché più sorpresa di Raducanu e Fernandez non c’è nulla, il nome è quello della Rogers. Per una notte si traveste da Capitan America e spinta dalle urla dell’Ahse trova il modo di battere la n°1 del mondo. Il problema è il risveglio, da comune mortale, la mattina dopo. Con Raducanu fa 3 game. Voto 7. Alla notte di gloria.

Le delusioni

Stefanos Tsitsipas. Un fuoriclasse assoluto e uno che lo diventerà, nei primi 3 turni, non sono certo il miglior tabellone auspicabile. Così come perdere 7 punti a 5 al tie-break del set decisivo non è propriamente una delusione. Il concetto però è più ampio. Dai vari numeri 3 del mondo del recente passato – leggasi Federer, Nadal, Djokovic o Murray – si era abituati a match in cui per quanto andassero in difficoltà, ne venivano sempre fuori. Con Tsitsipas, Zverev, Medvedev o chi che sia – ovvero i numeri 3 del presente e del futuro – ci si dovrà evidentemente abituare ad altro. Voto 6. Alle pause. In tutti i sensi.

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Aryna Sabalenka. Anche questa è una delusione astratta, perché la seconda semifinale slam consecutiva della carriera non si può certo definire come tale. Come tale, però, si possono definire vari aspetti del suo tennis: l’assenza di un piano B, la gestione dei momenti importanti. Perché errore, doppio fallo, doppio fallo ed errore, con l’avversaria che tocca due palline – due di numero – nel game più importante di sempre, che altro sono se non una delusione? Voto 7,5. Ma solo al cammino.

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I giovani

Carlos Alcaraz. Il più giovane di sempre ai quarti di finale dello US Open. Direi che possa bastare per farlo entrare di diritto nella menzione della categoria. Che tigna questo 18enne, che a 13 Roland Garros probabilmente non arriverà mai, ma che alla Spagna, per il dopo-Rafa, potrebbe dare delle discrete soddisfazioni. Le premesse, del resto, sono chiarissime. Voto 9. Al futuro.

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Clara Tauson. Anche in questo caso lo slot di questa categoria è monopolizzato dalle finaliste, ma guardando oltre, qualcosa di buono l’ha fatto intravedere Clara Tauson. La 2003 danese, che due settimane fa a Chicago batteva Raducanu in finale, ha perso un primo set brutale con la Barty ma per buona parte del secondo ha fatto intravedere di avere stoffa e potenza. Potrebbe diventare presto un nome da contrapporre alle due protagoniste arrivate in finale. Voto 7-. Al potenziale.

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Gli italiani

Matteo Berrettini. Ha fatto quello che doveva fare. E questa è una cosa da sottolineare. Perché un contro e scriverlo al momento dei tabelloni, l’altro è dimostrarlo in campo. Specie se da Wimbledon in poi avevi fatto due partite. Ecco, Matteo Berrettini ha rivendicato la sua dimensione: giocando da big, pensando da big, agendo da big. Poi ha incontrato Djokovic. E se ne è uscito parlando da big: “Non importa quanto tu possa alzare il livello, lui troverà un modo per batterti”. Voto 8. Big.

Matteo Berrettini - US Open 2021

Credit Foto Getty Images

Jasmine Paolini. Una bellissima partita quella di Jasmine, al secondo turno, contro Victoria Azarenka. Probabilmente deresponsabilizzata, la Paolini ha fatto vedere momenti di tennis che su questi palcoscenici non avevamo mai visto. La speranza è che si possano trasferire anche altrove, senza il contorno del centrale e contro avversarie minori. Significherebbe vederla in Top50. Voto 7. Alle doti nascoste.

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