Non c'è mai stato avvicinamento più buio e tormentato a Wimbledon per Roger Federer. Sembra un paradosso per chi ha scritto le pagine più gloriose nella storia dei Championships, per il recordman di successi (otto) sull'erba degli eletti. Eppure, da quel 14 luglio 2019 il tempo, anziché fermarsi, ha iniziato a scorrere velocissimo per lo svizzero come se volesse fargli scontare la tracotanza di essere riuscito a reiventarsi e addirittura a migliorarsi, sotto certi aspetti squisitamente tecnici, dopo lo stop del 2016.

Wimbledon, Finale 2019: dopo aver avuto 2 match-point, Roger Federer esce sconfitto da Djokovic

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In pochi avrebbero scommesso sul ritorno in auge di re Roger che, nel 2017, come d'incanto ha ricominciato a volare a 35 anni suonati. Farlo alle soglie dei 40 anni avrebbe un qualcosa di prodigioso o meglio di soprannaturale che forse è precluso perfino a lui. Sull'8-7 40-15 della finale contro Djokovic, si è spezzato l'incantesimo, una magia che gli avrebbe permesso di completare, con merito, il capolavoro della carriera: battere nello stesso Slam - il suo Slam - gli eterni rivali, Rafa Nadal e il serbo.
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A Federer non è bastato essere il migliore in quella partita e in quel torneo, il tennis è lo sport del diavolo e il resto del carico ce l'ha messo il dannato 2020. Un 2019 da quattro titoli e due finali - tutto fuorché negativo - ha lasciato il posto a una semifinale agli Australian Open (persa contro chi, è quasi superfluo ricordarlo) e all'agonia di una doppia operazione al ginocchio. Il Covid ha cancellato la stagione sull'erba, superficie viva, che evidentemente aspettava il rientro in campo del suo padrone forse per risarcirlo o magari solo per fare pace.
Il presente è estremamente incerto, il 5-3 alla voce partite vinte/perse in stagione lo conferma e nel feudo di Halle il linguaggio del corpo di Federer è stato sorprendente - in negativo - perfino per il 10 volte campione, presentatosi dopo oltre due ore in sala stampa per smaltire la delusione del ko contro Felix Auger-Aliassime e provare a trovare dei perché.
L'orizzonte alla vigilia dei Championships è talmente nebuloso che bisognerebbe tornare all'esordio del 1999 (sconfitta in cinque set con Jiri Novak da wild card) o al 2000 (ko in tre set lottati con Kafelnikov) per misurarne la precarietà. Oggi come allora non esistono pretese per Roger Federer. Occorre cambiare la prospettiva: vederlo giocare sul Centrale sarà un dono, per il resto eventualmente ci vorrà l'allineamento dei pianeti ma non è lecito chiedere.
Ci limitiamo a ringraziarlo e a una preghiera: che nessuno sentenzi sul suo ritiro. Il quando e il come lo deciderà lui e ha tutto il diritto di scegliere liberamente dopo quello che ha fatto per il tennis.

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