Fare la storia, atto II. Due giorni fa Matteo Berrettini era diventato il quinto italiano di sempre così avanti a Wimbledon, interrompendo 23 anni di digiuno da Davide Sanguinetti nel 1998. Aggiornate i calendari: 61 anni dopo, per la prima volta nell’era Open, c’è un azzurro in semifinale a Wimbledon.
Eccezionale Matteo Berrettini nella gestione dei propri nervi, del momento delicato, dell’avversario, del contesto. Di tutto, insomma. Perché la pressione, nel pomeriggio, si era fatta in qualche modo anche più importante. Sul Centrale Hubert Hurkacz batteva infatti Roger Federer in 3 set, costituendosi come avversario alla portata sulla strada dell’eventuale ultimo atto di Wimbledon.
E allora Berrettini ha dovuto sudare. E non poco. Da inizio secondo set fino alla fine del terzo, in particolare. Perché lì dentro, l’azzurro, sembrava aver perso un po’ le proprie sicurezze. Il dritto si era fatto meno incisivo; e Felix Aguer-Aliassime, amico e avversario odierno sulla strada di Matteo, aveva iniziato a leggere meglio quelle traiettorie al servizio che più di una volta, in allenamento insieme, aveva avuto il modo di testare.
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Già perché dall’altra parte della rete c’era anche questa incognita: gestire un rivale sì, ma anche un amico. Il canadese, fidanzato con la cugina di Ajla Tomljanovic (compagna di Matteo Berrettini), è in qualche modo da tempo ‘uno di casa’.
Berrettini però ne è uscito nel momento più delicato, lasciando ad Auger-Aliassime quei fantasmi con cui entrambi, in questo match, hanno dovuto convivere.

Félix Auger-Aliassime et Matteo Berrettini se saluent après leur quart de finale à Wimbledon 2021

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E’ stata una mazzata nel momento decisivo a stendere il canadese, che dopo il primo set perso piuttosto nettamente, si era fatto molto più solido nel proprio gioco. E Berrettini, per rimanere in scia nel terzo, aveva dovuto sudare, dando più volte la sensazione, tra i due, di essere quello in difficoltà.
Il romano non ha però mai perso la calma, rimanendo aggrappato in tutti i momenti più delicati, al proprio servizio. L’arma principale. L’amico più fidato del tennis di Matteo. Poi, certo, per levare il servizio ad Auger-Aliassime nel dodicesimo game del terzo set, è servito ritrovare l’altro alleato: il dritto.
Quel dritto che l’aveva abbandonato nel finale del secondo set e che l’aveva tradito nel momento chiave: quel 3-4 e servizio FAA in cui Berrettini si era ritrovato con due palle break che l’avrebbero mandato a servire per scappare 2 set a 0. Da lì invece gli errori e la costruzione di tutt’altra trama per questa partita: una storia più tesa, più nervosa, più complicata.
Una trama, appunto, interrotta proprio sul più bello per il canadese: un game solido in risposta di Berrettini, con il back di rovescio finalmente meno falloso e il dritto tornato a fare “il proprio dovere”.
Il resto è storia. Sì perché perso il terzo set, ad Auger-Aliassime si è spenta la luce. E a differenza di Matteo, quando ha provato a ritrovarla, si è scoperto già troppo in ritardo. Sotto subito 3-0 a inizio quarto, Berrettini ha gestito, chiudendo così per 6-3 5-7 7-5 6-3 e prenotandosi un posto per la semifinale di venerdì.
Una semifinale storica: mai raggiunta da nessun italiano nell’era Open. Una semifinale alla portata: dall’altro lato, infatti, Hubert Hurkacz e non Roger Federer. Da gestire dunque, più che l’avversario, ci sarà di nuovo l’enorme pressione di una partita in cui Berrettini inizierà da favorito. Matteo però sembra averci fatto il callo: è tutto il torneo che parte davanti. Ed è tutto il torneo che rispetta il pronostico. L’augurio è che riesca a farlo ancora una volta. Per giocarsela magari domenica. Lì, probabilmente contro Djokovic (Shapovalov permettendo), sarebbe finalmente tranquillo: in palio ci sarebbe il titolo di Wimbledon. Un traguardo mai raggiunto da nessun azzurro. Queste però sono viaggi mentali tipici del tifoso e del giornalista. Il motto di Matteo, infatti, ne siamo certi, sarà ancora una volta lo stesso ripetuto all’infinito in conferenza stampa in queste settimane: un punto alla volta. E, visti i risultati, va benissimo così.

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