da LISBONA - Da Heynckes a Flick, dal 2013 al 2020. Da Triplete a Triplete. Con in mezzo una rivoluzione. La storia si ripete; e spesso si ripete dove si lavora bene. E a Monaco di Baviera la celebrazione pare fin troppo semplice: una squadra forte, un gruppo solido e riposato e voilà, eccovi servita l’ennesima vittoria bavarese. L’hanno fatta sembrare davvero facile, al Bayern Monaco. Una stagione che semplice, per i risvolti globali di una variabile impronosticabile, non è stata proprio per nessuno. Eppure il Bayern, da quando ha ricominciato, è ripartito come se nulla fosse mai accaduto: correre, segnare, vincere. Bundesliga, DFB Pokal, Champions League. Con in panchina colui che doveva essere solo un traghettatore.

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Ma a Monaco di Baviera, che con anticipo (rispetto a quanto visto recentemente anche altrove...) avevano provato a ‘snaturarsi’ dal loro rigore teutonico per scegliere la contemporaneità – o quella che sembrava essere tale – del luminescente calcio made in Catalunya, hanno capito che andare al di là della propria natura è territorio complicato. Non che il passaggio di Guardiola sia stato fallimentare – anzi, il Bayern ha continuato a vincere e l’ha fatto alla grande anche col Pep seduto sulla panchina – ma è in fondo curioso constatare come per ottenere l’oggetto più ambito, anche questa volta, si sia dovuto tornare alle origini.

Jupp Heynckes con il Triplete vinto nel 2013

Credit Foto Eurosport

Così come da un certo punto di vista fu anche 7 anni fa, con Heynckes che prendeva in mano un gruppo di strepitoso talento reduce dalle ceneri del passaggio di un altro rivoluzionario come van Gaal; a Flick che evidentemente dopo gli esotici passaggi di Guardiola, Ancelotti e Kovac, è palesemente riuscito a riportare lo spirito tedesco dentro la più tedesca delle organizzazioni possibili. E non è una questione di retorica, ma basta ascoltare con attenzione le parole dello stesso Flick al termine della partita. A chi gli chiedeva quale fosse stato il segreto, da dove arrivassero questi successi, il tecnico del Bayern rispondeva: "Abbiamo sfruttato anche il lockdown per creare un gruppo ancora più unito e sfruttare le idee del nostro staff, come gli allenamenti da casa (in videoconferenza di gruppo col preparatore ad esempio, ndr)".

Una ricetta che riflette lo spirito di un popolo, di un territorio e di un club che dalle difficoltà – e qui lo dice la storia – ha saputo in qualche modo sempre tornare. Spesso più forte di prima. E quale miglior immagine dunque se non questo Bayern Monaco per farne, di questa capacità germanica di rispondere alle avversità, la rappresentazione calcistica?

Un essere tedesco nello spirito, più che nel campo. Perché calcisticamente di tedesco questo Bayern ha tutto sommato poco, ma è anzi frutto di un passaggio rivoluzionario e di un cambiamento dei tempi che inevitabilmente anche in Baviera ha lasciato il segno. Ma in maniera positiva. Al di là di Neuer ad esempio, portiere globalmente riconosciuto come il simbolo della mutazione di un ruolo, ricordate nella storia del Bayern giocatori pop come il giovane Alphonso Davies? Solitamente presenti in lidi più esotici, questo Bayern, anche per la quantità enorme di gol segnati – a differenza della sua ultima versione campione d’Europa, quella del 2013 di Heynckes appunto, che gol non ne prendeva mai (uno solo su rigore dai quarti di finale al trionfo di Londra) – è sicuramente un prodotto in cui l’influenza della modernità ha lasciato traccia. Per interpretarla in maniera corretta ci sono voluti però i grandi vecchi o i classici prodotti del luogo.

Neuer e Müller: due chiavi del successo di questa stagione 2020

Credit Foto Getty Images

Perché nell’ultima firma vincente di Lisbona e nell’esotica coincidenza di un gol partita siglato da un acquisto 100% guardiolano come Coman, ci sono le presenze evidenti della tradizione bavarese: le parate decisive di Neuer; la duttilità di un giocatore che sa fare tutto come Kimmich; e il genio calcistico di un giocatore anti-estetico ma dotato di una mente superiore come Thomas Muller. Quest’ultimo, in particolare, è stato il lievito dentro un impasto di ingredienti esotici e variegati, di una delizia finale al palato che senza il più tradizionale e invisibile degli ingredienti era rimasto però fino a dicembre un amalgama indigesta a tutti. Tanto da portare alla cacciata dello chef precedente.

Eh già, perché qui si arriva al dunque, si va al merito del cuoco che ha cucinato il tutto: HansiFlick. L’uomo ‘per caso’ ma che 'non a caso' ha capito come il problema fosse tutto lì: rimettere un po’ d’ordine. Perché la ricetta era diventata troppo complicata; perché un po’ di rigore nel processo di scelta degli ingredienti era necessario; perché per accontentare i palati del luogo, evidentemente, serviva qualcuno che quei gusti li conoscesse.

Ecco, Flick è riuscito in tutto questo e il Bayern Monaco si è ritrovato forte pur essendo mutato; non più uno schiacciasassi di solidità 100% germanica, ma una squadra che ammicca palesemente a quella modernità che le platee globali oggi pretendono: gol, gol e ancora gol. Ed eccoli allora i 10 rifilati al Tottenham tra andata e ritorno; i 9 alla Stella Rossa; i 5 all’Olympiacos; i 7 al Chelsea, gli 8 al Barcellona; i 3 al Lione. Quarantadue reti in 10 partite. Quarantatré il conteggio aggiornato dopo la finale. Il Bayern Monaco si è così riscoperto come il più contemporaneo dei mix, dove a prendersi i titoli ci sono le scorribande dei giovani Alphonso Davies o i gol di Lewandowski, ma a tenere insieme il tutto è rimasta la tradizione dei locali, guidati da un locale e in cui a comandare sono quelli passati da quello spogliatoio. Sulla carta pare semplice. Peccato che poi, in Europa, ci riesca con costanza sempre e solo il Bayern Monaco...

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