3-0 dal Villarreal. Tre gol in casa. Un addio amaro. La Juventus abbandona la Champions League per la terza stagione consecutiva agli ottavi di finale. Dopo Lione e Porto, anche il submarino amarillo esce dall’Allianz Stadium con il sorriso. Una sconfitta pesante da accettare per i portavoce del "vincere è l’unica cosa che conta": i bianconeri hanno perso da una squadra meno ricca, meno forte e molto meno ambiziosa. Cosa c’è alla base di questo ennesimo tonfo? Proviamo a capirlo insieme.
Opta - La Juventus è stata eliminata negli ottavi di finale in tutte le ultime tre edizioni della Champions League, tante quante in totale nelle precedenti 10 partecipazioni a questa fase nel torneo.

Gerard Moreno (Villarreal)

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Champions League
Juve-Villarreal, 5 verità: poca qualità, centrocampo da horror
17/03/2022 ALLE 08:31

Primo ordine di lettura: il campo

Dopo la partita vinta per 1-0 contro il Chelsea nel gironcino grazie al gol Chiesa, una partita da lacrime e sangue, molti credevano ancora in questa Juve. Molti pensavano che in Europa la favoletta del "corto muso" (o horto muso, chiamatelo come volete) fosse ancora applicabile, anche ad alto livello. Già la partita di ritorno contro i Blues, persa per 4-0, qualche campanello d’allarme l’aveva fatto suonare, ma è stato contro il Villarreal che sono emerse tutte le difficoltà di Allegri.
In 180 minuti di gara, nel doppio confronto, la Juventus ha segnato un solo gol, Con un mezzo miracolo di Vlahovic. Troppo poco per pensare di superare il turno. Nella gara d’andata, messa subito in discesa con la prodezza del serbo, i bianconeri hanno provato a gestire la situazione, salvo incassare il pareggio a pochi minuti dalla fine. Durante il ritorno, invece, hanno aggredito con rabbia, ma la sensazione è che nelle situazioni di open play (ovvero quelle che escludono i calci piazzati) fossero tremendamente porosi.

Juve senza gioco e centrocampo da 4 anni: come ripartire?

In 8 partite di Champions League, tolta la gara casalinga con lo Zenit dove i giocatori sembravano veramente in co-gestione, la Juventus non ha mai giocato un calcio in linea con quello che è il trademark del momento. Ha fatto un calcio tutto suo - stantio, insapore, noioso -, che l’ha portata a subire tre gol in casa da un’avversaria più che modesta. Il primo punto di analisi è questo, perché se la tua idea di gioco, diversa dai vari Guardiola, Nagelsmann, Tuchel, Klopp, ma anche dagli Inzaghi, Pioli e Gasperini di questo mondo, paga dividendi, allora va applaudita in egual misura rispetto agli altri, ma se per caso crolla, allora va condannata. Ieri sera il calcio di Allegri è crollato: una volta per tutte.
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Secondo ordine di lettura: la squadra

C’è stato un momento, dopo il gol di Gerard Moreno su rigore, in cui la Juventus è sembrata slegata. Teste basse, rassegnazione, delusione. L’unico in grado di dare una scossa è stato Carlo Pinsoglio, che di mestiere fa il terzo portiere. Si è alzato dalla panchina ed è sceso in campo per urlare ai compagni, come a voler svegliare l’ambiente. Non c’è riuscito, ma ha fotografato un altro mega-problema dei bianconeri.
Premessa: anche in questa occasione, come nel capitoletto dedicato al campo, va detto che per molti la Juventus aveva ritrovato l’unità di squadra. Aveva fatto gruppo intorno ad Allegri e aveva sposato le idee del mister (questa cosa è vera, infatti ha segnato un solo gol in 180 minuti). Insomma, era compatta e legata.
Ovviamente, come succede sempre quando si costruiscono i castelli di cartapesta, alla prima folata di vento finisce tutto. La Juventus aveva ritrovato sé stessa solo grazie ai risultati (termometro perfetto di una mentalità a breve termine), ma in sei mesi di campo non ha mai trovato una direzione. E senza direzione non c’è soluzione. Da dove nasce questo continuo svirgolare e questa mancanza di leadership in campo? Forse dagli infortuni, ma anche in questo caso bisogna contestualizzare, perché c’è un mondo dietro alla frase "sono sempre rotti".
In un pezzo uscito sul blog di Antonio Corsa il primo giorno di marzo, l’analisi sui tanti KO fisici è precisa e puntuale. Ne cito un passaggio per rendere l’idea: "Finora, stagione 2021-22, il 72% delle gare saltate per infortunio sono state saltate a causa di un infortunio muscolare. Le partite non disputate per infortunio finora sono state 135. Ci sono 11 giocatori che hanno subito almeno un infortunio muscolare da 2 giornate di stop (media entità) e ben 8 hanno avuto più di un infortunio diverso o una ricaduta all’interno della stagione. In media, 2.6 giocatori fermi ai box per un infortunio muscolare ogni partita. Già 13 volte su 37 (ovvero il 35% delle volte), Allegri ha avuto 5 o più giocatori contemporaneamente indisponibili per infortunio. Sono numeri altamente condizionanti".
Tutto questo per dire cosa? Che se l’errore decisivo lo fa Rugani (che peraltro ha giocato una buonissima partita), che se la tua creatività sul lato sinistro è affidata a Rabiot e che se Dybala può stare in campo solo 15’, forse non è nemmeno colpa loro. E che se manca un leaderm è anche colpa di una sorta di controllo ossessivo-compulsivo da parte della vecchia guardia (che ieri sera non ha giocato). In questo senso, la Juventus dovrebbe provare a ricominciare da zero, perché tirare avanti questa carretta non fa altro che disinnescare il potenziale delle nuove leve. L’anno scorso, dopo l’uscita contro il Porto, ai microfoni andarono Chiesa e de Ligt. Forse converrebbe ripartire da loro.

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Terzo ordine di lettura: la società

Massimiliano Allegri è un uomo di Andrea Agnelli. Pavel Nedved, Maurizio Arrivabene e Federico Cherubini sono i collaboratori più fidati del presidente bianconero. La società ruota tutta intorno a lui, ma il suo pensiero qual è? La Juventus è passata dal "vincere è l’unica cosa che conta" al "se arriviamo al quarto posto non è un fallimento", e in questo dietrofront penso siano insiti tutti i veri problemi di una società che si è adagiata sugli allori costruiti nel corso degli anni.
Madama si è semplicemente accontentata di sé stessa, abbandonando il futuro per tornare nel passato. Forse Agnelli è troppo concentrato sulla Superlega per dedicare del tempo alla sua società, ma in questi ultimi due anni non ne ha azzeccata mezza. Forse è solo stanco, e la pancia piena dei nove scudetti ha fatto rilassare anche lui, o forse era convinto che la Serie A fosse ancora il suo parco divertimenti.
Da fuori è molto difficile capire, ma questo continuo delegare ai suoi dipendenti (Allegri in primis, che ormai parla da aziendalista consumato) fotografa qualcosa di molto strano. Come se fosse finita la voglia di lottare, di combattere. Firmare il tecnico livornese per quattro anni vuol dire aver trovato una guida sicura nel medio periodo, ma quanto può essere sicura una guida che fatica ad arrivare tra le prime 4 e ha bisogno di Vlahovic per competere con Napoli, Inter e Milan?
Sinceramente non si capisce, e in questo non capire c’è il riassunto di tutto.

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