Sartor; Soria, Melendez, Chumpitaz, Diaz; Rojas, Quesada, Ojeda; Cubillas, Sotil, Oblitas. Commissario tecnico: Marcos Calderon. Questo undici, in Perù, è sinonimo di gloria e successo. È la formazione della Bicolor che, il 28 ottobre del 1975, dopo una vittoria a testa nelle due finali di andata e ritorno, superava la Colombia sul neutro di Caracas mettendosi in bacheca la seconda Copa America della propria storia. Seconda e ultima, per la precisione, dopo quella del 1939. Fino a oggi, fino al giorno della possibile rinascita: solo la sagoma del Brasile, padrone di casa e di conseguenza strafavorito, si staglia tra il sogno di un popolo intero e la realtà, ancora un po' vaga e indefinita, di un terzo e inatteso trionfo.

Un cammino pieno di ostacoli

Copa America
Storico Perù, è in finale di Copa America! 3-0 al Cile, ora sfiderà il Brasile
04/07/2019 A 02:33

Da Porto Alegre a Rio de Janeiro, il cammino del Perù nella Copa 2019 è stato accidentato. Due soli successi in cinque uscite, due pareggi, un ko per 5-0 e lo spettro dell'eliminazione scacciato per due volte: prima ai gironi, superati da miglior terza solo grazie ai risultati favorevoli provenienti dagli altri raggruppamenti, e poi ai quarti di finale, contro un Uruguay che si è visto annullare tre reti venendo incredibilmente (e ingiustamente) superato ai calci di rigore. La miglior prestazione, la nazionale di Ricardo Gareca l'ha sciorinata quando nessuno pareva credere all'impresa: la lezione impartita al Cile in semifinale ha messo in mostra la coralità e la resistenza fisica dei peruviani, capaci di sottomettere per buona parte della gara i due volte campioni in carica. È lì che il Perù ha lanciato un messaggio, chiaro e lampante, al mondo sudamericano: "siamo questi", giusto per riutilizzare uno slogan tanto caro alla pallacanestro nostrana. Non quelli dei gironi. E nemmeno quelli che in Russia ci sono stati solo di passaggio, eliminati già alla prima fase dopo due ko in altrettante giornate contro Danimarca e Francia.

Andre Carrillo #18 of Peru celebrate after winning during the Copa America Brazil 2019 Semi Final match between Chile and Peru at Arena do Gremio on July 03, 2019 in Porto Alegre, Brazil.

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Semifinali e Mondiali: un'ascesa che dura da 8 anni

Già, perché fino alla grande serata - o nottata, per noi italiani - contro il Cile si era vista soltanto l'ombra del vero Perù. Che non è una schiacciasassi, per carità, ma non è nemmeno la pallida e balbettante rappresentazione di sé fermata dal Venezuela in 10 contro 11, messa in difficoltà dalla modestissima Bolivia, travolta dal Brasile e presa a pugni - epilogo felice a parte - dall'Uruguay. Nossignori: il Perù, negli ultimi anni, si è gradualmente preso il palcoscenico del Sudamerica. Il biglietto da visita sono le due semifinali di Copa America del 2011 e 2015, quella sfiorata nel 2016 (ko solo ai rigori ai quarti contro la Colombia) e il viaggio mondiale del 2018. E ora, il grande sogno di zittire il Maracanã. Un'ascesa costante ascrivibile non tanto alla crescita generale di un movimento che resta invero piuttosto povero, sia livello economico che di appeal, quanto alla costruzione di una squadra base e a meccanismi tattici destinati a durare nel tempo. Con un protagonista su tutti: Ricardo Gareca, il ct della svolta.

La zampata del Tigre

Argentino di 61 anni, ex centravanti del Boca di Maradona, soprannominato el Flaco (il magro) o el Tigre, Gareca da queste parti è un'istituzione nonostante proprio un suo gol, nel 1985, abbia negato alla Bicolor l'approdo al Mondiale messicano. Prima di accettare la panchina della nazionale nel marzo del 2015, in Perù aveva già conquistato il campionato nel 2008 alla guida dell'Universitario. Guadagnandosi la chiamata del Velez Sarsfield, la cui maglia aveva vestito anche da giocatore, e trionfando anche lì. Aveva toppato solo al Palmeiras, durando appena quattro mesi. Tornato a Lima, ha trovato un Perù in lenta ricostruzione tra l'inserimento di elementi promettenti, il canto del cigno di alcuni vecchi saggi (l'ex viola Vargas, la leggenda Claudio Pizarro) e la conferma di colonne come Jefferson Farfan e Paolo Guerrero. In Brasile Gareca ha iniziato con un 4-3-3, passando rapidamente a un 4-2-3-1. La sua filosofia è semplice: primo, non prenderle. E poi, una volta rientrati in possesso del pallone, sono i tre della trequarti a dover azionare il più rapidamente possibile il centravanti Guerrero. Importante il gioco sulle fasce, attualmente presidiate da Carrillo e Flores con gli inserimenti costanti dei due terzini, speedy Advincula e Trauco. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. E ora, in Argentina, non sono pochi a volere Gareca alla guida dell'Albiceleste al posto di Scaloni.

Da Gallese a Guerrero: la spina dorsale del Perù

Il giocatore più rappresentativo è proprio Paolo Guerrero, la punta più avanzata: 35 anni, un passato al Bayern dove però non ha sfondato, ha trovato la propria dimensione in Brasile, regalando un Mondiale per Club al Corinthians e indossando poi le maglie di Flamengo e Internacional. Ha piede e potenza, sa calciare da fermo e in movimento ed è un punto di riferimento imprescindibile, anche dal punto di vista caratteriale, per l'intera squadra. Reduce da una squalifica per doping, mercoledì è diventato il massimo cannoniere in attività della Copa (13 gol). Dietro di lui agisce il raffinato Cristian Cueva, pure lui in azione nel Brasileirão col Santos. Dà sicurezze la cerniera difensiva, formata da Zambrano (Basilea) e Abram (Velez). Cuce e costruisce il centrocampo, con Tapia (Willem II) e Yotun, che di nome fa Yoshimar in onore di Josimar, ex terzino del Brasile negli anni Ottanta. E in porta vola san Pedro Gallese, che nel match perso 5-0 con la Seleção nei gironi ha vissuto una serata da incubo, ma si è rifatto con gli interessi parando tre rigori in serie: a Gabriel Jesus, a Suarez e a Edu Vargas.

Guerrero esulta dopo il gol in Bolivia-Perù, Copa America

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Quel precedente col Brasile

Ecco, l'ultimo precedente col Brasile non è esattamente beneaugurante: il 22 giugno, all'Arena Corinthians, il Perù si è sciolto come neve al sole ancor prima di scendere in campo, venendo travolto sotto il peso di cinque reti. Un paio, come detto, le ha regalate Gallese, in serata eccezionalmente negativa. La Seleção parte con i gradi di ovvia favorita anche questa sera, sorretta da una fase difensiva impeccabile (zero gol subiti), dalla presenza di Alisson e pure da un po' di sana fortuna, testimoniata dai due pali colpiti in semifinale da Agüero e Messi e, ancor prima, dallo spavento dei calci di rigore poi superati contro il Paraguay. Per il Brasile si tratterebbe del nono titolo, il primo dal 2007; per il Perù del terzo, il primo dal 1975, edizione in cui la Blanquirroja era riuscito a batterlo, il Brasile (1-0). Erano i tempi di Teofilo Cubillas, miglior peruviano di tutti i tempi, e del "Cholo" Sotil, al Barcellona con Crujiff. Oggi, a rispolverare la storia calcistica andina sono Gallese, Cueva, Advincula, Guerrero. Tanti buoni o ottimi elementi, nessun campione. È con loro che il Perù tenta di organizzare il secondo maracanazo della storia del calcio.

Le probabili formazioni di Brasile-Perù:

Brasile (4-3-3): Alisson; Dani Alves, Marquinhos, Thiago Silva, Alex Sandro (Filipe Luis); Arthur, Casemiro, Coutinho; Gabriel Jesus, Firmino, Everton. Ct: Tite

Perù (4-2-3-1): Gallese; Advincula, Zambrano, Abram, Trauco; Tapia, Yotun; Carrillo, Cueva, Flores; Guerrero. Ct: Gareca

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