Non avrebbero potuto scegliere un titolo più imbarazzante. E no, non stiamo parlando dell’intestazione di questo articolo, ma della scritta a caratteri cubitali pubblicata dal Daily Mail il 13 gennaio 2009. Quel giorno, la FIFA aveva eletto Cristiano Ronaldo come Miglior Giocatore dell’anno. Il Daily Mail, riportando una foto con al centro CR7 e gli altri quattro contendenti al premio finale – Leo Messi, Fernando Torres, Kaka e Xavi – titolò così: “I migliori giocatori al mondo (e Xavi): Ronaldo incoronato re del calcio”. Quella scelta editoriale venne presto sbugiardata dal tempo. Le prestazioni di Xavi per il Barcellona e la nazionale spagnola rasentarono la perfezione di lì a poco tempo. A quel titolo mancava certo un briciolo di prospettiva, dato che solo otto mesi prima una rivoluzione aveva attraversato tutta Europa.
"Catartico" sarebbe un bell'aggettivo per descrivere il successo della Spagna ad Euro 2008. L’ultima vittoria del torneo da parte delle Furie Rosse risaliva al 1964, ma quella prima volta era stata accompagnata da ben poca fanfara: allora, la competizione stava attraversando ancora la sua fase embrionale e si componeva di soli due turni composti da quattro squadre. Dopo quel successo, la nazionale spagnola brancolò nell’anonimato per il resto della sua storia calcistica. Le Furie Rosse attraversarono persino uno strappo di 14 anni sena qualificarsi a una principale coppa internazionale. Il flop della nazionale continuò anche quando la Spagna ospitò la Coppa del Mondo nel 1982. Solo all’Europeo 1984 la Spagna riuscì a superare gli ottavi di finale in una competizione internazionale: quell’anno, le Furie Rosse si trascinarono fino alla finale.
Il percorso che la Spagna ha percorso per abbandonare questi decenni di mediocrità risale agli anni '70. Durante il suo soggiorno a Barcellona, ​​Johan Cruyff suggerì al club un approccio basato sullo stesso modello accademico che aveva avuto così tanto successo alla sua Ajax. Di conseguenza fiorì La Masia, una fabbrica catalana convertita, utilizzata per sviluppare giovani del Barcellona provenienti da fuori città a partire dal 1979.
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Xavier Hernandez, o Xavi in ​​breve, è nato a Terrassa, una città catalana a quaranta chilometri da Barcellona. Entrò a far parte della Masia all'età di 11 anni. Nel 1992 il club vinse la sua prima Coppa dei Campioni sotto la guida di Cruyff e con un ex studente della Masia, Josep Guardiola, dominando a centrocampo. Sei anni dopo si era laureato anche Xavi: aveva esordito con il Barcellona in una semifinale di Copa Catalunya contro l'Unio Esportiva Lleida.

Il modello Barça

Xavi, Euro 2004

Credit Foto Imago

La crescita di Xavi fu rapida. Fu il giocatore rivelazione dell'anno della Liga nel 1999 e giocò nella compagine spagnola che vinse il Mondiale giovanile in Nigeria proprio quell'anno. Nella stagione 1999-2000 si applicò spesso come centrocampista offensivo, sostituendo un Guardiola braccato da infortuni. A inizio anni 2000 Xavi tornò in una posizione più difensiva, mentre il Barcellona attraversava anni turbolenti sia dentro che fuori dal campo. Fu un’altra grande influenza olandese, quella di Frank Rijkaard, a plasmare la successiva grande armata blaugrana: il Barcellona vinse la Liga nella stagione 2004-05. Quell’anno Xavi fu eletto miglior giocatore del campionato. Il Barcellona confermò il titolo l’anno seguente, ma quando i blaugrana alzarono la Champions League del 2006 a Parigi, Xavi dovette guardare i suoi compagni dalla panchina a causa di un infortunio e parecchi mali fisici susseguitisi nel corso della stagione.
Xavi era una presenza meravigliosamente composta a centrocampo, baciata da un tocco leggero e dall'innata capacità di orchestrare gioco. Sebbene potesse servire i propri compagni anche dalla media o lunga distanza, i suoi fraseggi corti e veloci stavano alla base del suo insepugnabile controllo strategico. Gli era stato inculcato tutto da piccolo. “Il nostro modello è stato importato da Cruyff; è il modello dell'Ajax", spiegò Xavi in ​​un'intervista al Guardian con Sid Lowe nel 2011. "Si tratta di rondò [il classico “torello”]. Rondò, Rondò, Rondò. Ogni. Singolo. Giorno. È il miglior esercizio che ci sia. Impari il senso della responsabilità e a non perdere la palla. Se perdi palla vai in mezzo”.
Questo tormentone stava conquistando la Spagna. Ai Mondiali del 2006 in Germania, la loro fitta ed elettrica trama fu battezzata tiki-taka - un'espressione basca a indicare dei passi veloci e leggeri. Nella fase a gironi di quel torneo la squadra spagnola giocò con grazia e precisione chirurgica, vincendo tutte e tre le partite. Eppure il loro blocco mentale nei turni ad eliminazione diretta persisteva. Le Furie Rosse crollarono nel finale di gara contro la Francia, uscendo ancora una volta agli ottavi di finale con un sonoro 3-1.
Il manager spagnolo, Luis Aragonés, decise di puntare tutte le sue chips su quello stile di gioco “alla Xavi”, ​​che riusciva a sopraffare soprattutto quelle squadre fisicamente più potenti. Un altro allievo della Masia, il 22enne Andres Iniesta, divenne presto un riferimento centrale di quella squadra. Come Xavi, era alto 1 metro e 70; e proprio come Xavi, la sua tecnica e la sua visione periferica erano impeccabili. In tandem, svilupparono una delle più sofisticate forme di telepatia mai viste su un campo di calcio. "Ricevi, passa, servi, ricevi, passa, servi", era il conciso riassunto dell’educazione assorbita da Iniesta nel suo periodo alla Masia. E quel sermone valeva anche per Xavi. Grazie a quello spartito, rifondarono le speranze del calcio spagnolo.

Vendetta e rigori

Ad Euro 2008 in Austria e Svizzera, la Spagna rottamò ogni forma di concorrenza sin dai gironi. Sbriciolarono Russia, Svezia e Grecia in tre vittorie consecutive nel Gruppo D, con il centravanti del Valencia David Villa a firmare quattro dei loro otto gol. Agli ottavi pescarono l’Italia.

Luis Aragones, Xavi

Credit Foto Imago

Allora, l’Italia era campione del mondo; gli Azzurri avevano battuto la Spagna in un controverso quarto di finale a Boston ai Mondiali del 1994. Ma con la vecchia guardia italiana ormai decaduta, la Spagna godeva del giusto margine per fare veramente male. La Spagna in realtà non batteva l'Italia in un torneo dalle Olimpiadi del 1920; per quanto i quarti di finale di Euro 2008 offrissero una possibilità di rivincita, riversarono in scena anche uno scenario fin troppo familiare: quella maledetta traiettoria che vedeva gli spagnoli uscire dalla competizione non appena l’asticella dell'ostacolo si innalzava.
In quel di Vienna, dominarono il possesso palla sia nei tempi regolamentari che nei supplementari pur non riuscendo mai a creare chiare occasioni da rete. Lo schieramento azzurro si compattava nella propria metà campo e non faceva penetrare nemmeno uno spiffero. La partita si risolse ai rigori, un altro incubo per la Spagna. Le Furie Rosse avevano perso i quarti di finale ai rigori contro Belgio e Corea del Sud rispettivamente ai Mondiali 1986 e 2002, e contro l'Inghilterra a Euro 96. Per gli inguaribili superstiziosi, le sconfitte di Belgio e Inghilterra erano arrivate il 22 giugno, la stessa data in cui si giocò la partita contro l’Italia.
Gli Azzurri erano già guariti dai propri demoni dagli undici metri. L'Italia era stata esclusa da tutti i Mondiali degli anni '90 ai rigori, ma aveva ottenuto il riscatto battendo la Francia ai rigori nel 2006. Ogni ricorso storico sembrava tramare contro la Spagna, che tuttavia non cedette; Iker Casillas parò i rigori di De Rossi e Di Natale, e Cesc Fabregas insaccò il penalty decisivo per avanzare ai quarti.
Boston era stata finalmente vendicata, avevano finalmente battuto l'Italia, avevano vinto una partita a eliminazione diretta e il miracolo si era consumato ai rigori. Questo senso di liberazione raggiunse una profondità d’animo inaudita e alimentò la loro discesa verso la finale.

Rottamazione russa

Spagna-Russia Euro 2008

Credit Foto Imago

In semifinale la Spagna sfiancò la Russia con una brillante prestazione nel secondo tempo. Xavi inaugurò il tabellino, con il suo unico gol del torneo. A Euro 2008 Iniesta stanziava nella zona sinistra di un centrocampo a quattro, con Marcos Senna e Xavi al centro, e con David Silva dall'altro lato. L'etica "ricevi, passa, servi" si applicò a meraviglia specialmente sulla fascia sinistra, in occasione del primo gol. Xavi imbeccò Iniesta, che restituì il favore con un cross perfetto per il compagno, che aveva continuato la sua corsa ed era passato inosservato nell'area russa. Xavi tirò al volo attraverso le gambe del portiere Igor Akinfeev per portare la Spagna in vantaggio.
I gol di Dani Güiza e Silva chiusero i conti. Con cinque centrocampisti, tutti telecomandati da Xavi, la Spagna aveva semplicemente prosciugato le gambe dei giocatori russi monopolizzando il controllo della palla. "Hanno meritato loro", disse l'allenatore della Russia Guus Hiddink. "Se continuano a toccare la palla, gli avversari si stancheranno e sanno che segneranno".
In finale si sarebbero scontrati con un avversario storico. Dopo due eliminazioni nella fase a gironi degli Europei del 2000 e del 2004, la Germania era risorta dalle sue ceneri. Avevano superato i quarti e le semifinali battendo Portogallo e Turchia, ed era alimentata da una manciata di giovani giocatori del calibro di Bastian Schweinsteiger, Lukas Podolski e Philipp Lahm.

"La morte per un migliaio di passaggi"

La Spagna aveva inflitto uno dei più grandi upsets nella storia degli Europei quando aveva affondato la Germania Ovest 1-0 nel 1984, escludendola dal girone. In quel 2008, con il bomber Villa assente, la Spagna si schierò con un centrocampo a cinque e una punta solitaria, Fernando Torres. Al 33' Xavi pescò El Niño con un passaggio filtrante. Torres evitò Lahm e con freddezza concluse sopra la testa di Jens Lehmann. Quello fu, per due anni, il gol più acclamato nella storia del calcio spagnolo.

Spagna Euro 2008

Credit Foto Imago

Fu anche l'unico gol della partita, una statistica che lusingò immensamente gli avversari. Dalla sconfitta contro l'Italia ai Mondiali del 1982, una squadra tedesca non era mai stata così ampiamente surclassata in una finale. La Spagna scheggiò due volte il palo e Lehmann tolse le castagne dal fuoco per la Germania in diverse occasioni. Al di fuori di ciò, Xavi orchestrò qualsiasi manovra, assicurandosi che il pressing tedesco si sfilacciasse dietro al laborioso e reticolare tiki taka. La stampa tedesca, l’indomani, non aveva riguardo a come battezzare quella disfatta: era andata in scena una “morte per mille passaggi".
Quella sera la Spagna vinse molto di più che un Europeo. Dopo 44 annidi delusioni, il loro calcio si legittimò ai massimi livelli. "Hanno sempre apprezzato l'eccellenza tecnica e l'espressione immaginativa sopra ogni altra cosa, hanno sostenuto la fantasia al di sopra del pragmatismo", ha scritto Paul Doyle su The Guardian. “Hanno sempre saputo di avere ragione. E ora possono crogiolarsi in una dolcissima vendetta".
Xavi, la vera matrice sottesa a quel trionfo, fu votato come Giocatore del Torneo. "Pensiamo che abbia incarnato lo stile di gioco spagnolo", dichiarò il direttore tecnico UEFA Andy Roxburgh.
Cinque mesi dopo che il Daily Mail si era preso gioco della credibilità di Xavi, il regista spagnolo stava guidando il Barcellona alla vittoria della finale di Champions League a Roma sul Manchester United. Il suo preciso cross fece decollare Messi, che segnò di testa il 2-0. E sebbene Messi sarebbe diventato il più grande giocatore nella storia del Barcellona e avrebbe rivendicato il suo primo Pallone d'Oro grazie a quell’impresa, il tecnico dello United Sir Alex Ferguson non aveva dubbi su chi avesse costretto ad inchinarsi. "Non era davvero Messi il problema", dichiarò mestamente. “Erano Iniesta e Xavi. Possono tenere la palla tutta la notte”.
Quello stesso asse consentì alla Spagna di mantenere il titolo di Campioni d’Europa quattro anni dopo.
Scritto da: Mike Gibbons (Eurosport UK)
Tradotto da: Lorenzo Rigamonti (Eurosport IT)

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