Scegliere la squadra più forte nella storia della Serie A è un’impresa tutt’altro che semplice. Ma se dovessimo presentare una lista delle formazioni più rivoluzionarie nel primo secolo del nostro movimento pallonaro, sarebbe molto difficile schiodare il Milan di Arrigo Sacchi, che oggi giovedì 1 aprile compie 75 anni, da una delle primissime posizioni. Il motivo è fin troppo facile. L'enorme mole di successi ottenuta, il trabordante talento di una squadra che fondeva classe e fisico. Ma, soprattutto, i concetti di club e di gioco. Inutile girarci attorno, nel passato più recente del calcio italiano c’è un pre e un post. E tutto ruota intorno a quell’estate del 1987, nella quale Silvio Berlusconi puntò deciso su un allenatore reduce da una doppia promozione sfiorata con il Parma.
L’uomo che si presentò a Milanello con lo sguardo spiritato che ci avrebbe portato a un soffio dal trionfo mondiale sette anni dopo, il tecnico che avrebbe stravolto il corso del Milan e della Serie A in quattro anni di lavoro. Stagioni nelle quali i rossoneri passeranno dall’anonima mezza classifica al vertice europeo. Vincendo due Coppe dei Campioni consecutive (1989 e 1990), due Coppe Intercontinentali (1989, 1990), due Supercoppe Europee (1989, 1990), una Supercoppa Italiana (1988) e uno scudetto (1988). Soltanto un tricolore, già. Ma che bastò come trampolino per una rivoluzione copernicana.
Serie A
Sacchi: "Berlusconi mi voleva al Monza. Offriva villa e maggiordomo"
31/03/2021 A 09:36

La rivoluzione milanista

In principio fu l’elicottero di Berlusconi, poi furono i suoi soldi. Il presidente rossonero entra nel mondo del calcio con il piglio del condottiero e nell’estate 1987 costruisce il proprio capolavoro. Se ne vanno Agostino Di Bartolomei, Ray Wilkins e Mark Hateley. Arrivano Carlo Ancelotti dalla Roma, Angelo Colombo dall’Udinese e tre fedelissimi di Sacchi: i terzini Walter Bianchi e Roberto Mussi, il centrocampista centrale Mario Bortolazzi. Poi le due ciliegine sulla torta: Marco van Basten (per la miseria di nemmeno 2 miliardi di lire) e Ruud Gullit (pagato 13,5 miliardi al PSV Eindhoven). Il primo di una lunga serie di investimenti faraonici, affidati per l’occasione a un signor nessuno come Sacchi. Che fatica a farsi capire, finisce al centro di episodi leggendari come le VHS di Signorini sottoposte a Baresi. E traballa, perdendo al debutto a San Siro contro la Fiorentina di Roberto Baggio, uscendo di scena dalla Coppa Uefa già al secondo turno e contro l’Espanyol. I giocatori chiedono la testa di Sacchi, ma ottengono un “no” secco di Berlusconi. E le cose cambiano.

Carlo Ancelotti, Frank Rijkaard, Marco Van Basten e Ruud Gullit ai tempi del Milan di Sacchi

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L’intesa tra i giocatori cresce, Pietro Paolo Virdis fa dimenticare l’infortunato van Basten. E tra dicembre e gennaio si accende la luce. L’autorete di Ferri chiude l’anno regalando al Milan il derby, l’anno di grazia 1988 si apre con il 4-1 inflitto al Napoli di Maradona (una prestazione da annali) e prosegue con il successo al Comunale contro la Juve (gol decisivo di Gullit). I rossoneri, quinti in classifica a -5 dal Napoli prima di Natale, arrivano allo scontro diretto del San Paolo (penultima giornata di campionato) con il colpo in canna. E a Napoli, il primo maggio 1988, va in scena una delle partite più belle nella storia della nostra Serie A. Maradona e Careca non bastano, la doppietta di Virdis e la stoccata di van Basten portano il Milan in trionfo: 3-2 per il Diavolo, che torna a casa tra gli applausi del pubblico partenopeo e porta a casa lo scudetto con i pareggi contro Juventus e Como. L’unico scudetto di Sacchi, che conquisterà poi un terzo e due secondi posti (di cui beffardo quello del 1990, l’anno della monetina di Alemao) in Italia, dando il meglio di sé nella Coppa dei Campioni 1988-89 e finendo per terminare il proprio ciclo nella notte dei fari spenti al Velodrome. Il logorio e le estremizzazioni del pensiero sacchiano avevano spremuto il massimo da quel Milan, che sarebbe ripartito in pompa magna con pochi ritocchi nel successivo ciclo di Fabio Capello.
La formazione iniziale di Milan-Steaua Bucarest 4-0, la prima finale vinta dal Milan di Sacchi, uno dei capolavori di quella fantastica era.
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La prima volta della zona totale

Per Sacchi non contava vincere, contava “come” si vinceva. La rivoluzione inizia proprio in quel punto e fonda la grande differenza tra la Juventus di Trapattoni (la squadra da cui ereditò il primato morale sul nostro calcio) e il suo Milan. Vincere in Italia, in Europa e nel mondo. E farlo imponendo il proprio gioco, dominando sempre e comunque. Innovando, sottomettendo il talento allo schema, lavorando giorno dopo giorno con allenamenti estenuanti ma finalizzati alla creazione di movimenti perfettamente sincronizzati. Se Liedholm nel 1983 era divenuto il primo allenatore a vincere uno scudetto giocando a zona, il Milan di Sacchi è la prima formazione a fare suo il tricolore con la difesa in linea. Quel Diavolo gioca con un 4-4-2 nel quale gli unici liberi di muoversi tra le linee sono Roberto Donadoni (preferibilmente tagliando da sinistra) e Ruud Gullit (da seconda punta o anche esterno di centrocampo). A sorreggere il tutto, però, è una difesa guidata all’ultimo grande libero del nostro calcio, il primo difensore moderno prodotto dall’Italia: Franco Baresi. È lui a guidare un reparto leggendario, capace di estremizzare l’applicazione del fuorigioco spostando la linea quasi sul centrocampo. Al suo fianco, uno stopper come Filippo Galli o Alessandro Costacurta. E, sulle fasce, due terzini fluidificanti sempre pronti a supportare i movimenti delle ali: Mauro Tassotti e Paolo Maldini.
Come ricorderà Carlo Ancelotti nel suo “Il mio albero di Natale”, il 4-4-2 nacque grazie a lui. Perché il progetto iniziale di Sacchi era quello di un 4-3-3 con Ancelotti interno di destra. Un modulo fisicamente insostenibile per il centrocampista ex Roma, incapace di sovrapporsi a destra con Ruud Gullit. Così si arrivò al 4-4-2 con Ancelotti reinventato mediano dopo due interventi alle ginocchia, un giocatore perfetto per dare i tempi di gioco alla squadra e garantire gli equilibri alla difesa. Aiutato all’indomani dello scudetto anche dal terzo olandese, Frank Rijkaard. Tutto il resto, era il talento puro di un’ala vecchio stile come Donadoni, la sacchiana “abnegazione” di Alberigo Evani e Angelo Colombo. Ma soprattutto la classe dirompente di Ruud Gullit e Marco van Basten. Piedi da ballerini in fisici da granatieri. Una squadra che si muoveva con una compattezza unica, giocava su ritmi esasperati e faceva di pressing e fuorigioco i canoni fondamentali. Perché vinse soltanto uno scudetto? Proprio per questa necessità di giocare sempre all’estremo, molto difficilmente conciliabile con la realtà di un campionato da vincere settimana dopo settimana. Molto più adatta ai grandi palcoscenici. Alle magiche notti europee del grande Milan.

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