Lui era sempre da noi. Veniva, ci chiamava, stava con noi mentre montavamo il telaio. Se no era sempre in ufficio a scrivere lettere a sua mamma e ai suoi amici. Scriveva, scriveva, scriveva...
Aveva 19 anni, Ayrton Senna, quando è sbarcato in Italia. “Eravamo a Ponte Sesto, Rozzano. In via Ariosto. Prima eravamo in viale Lucania, in zona Corvetto a Milano”. Ce lo racconta Paolo Amoruso, allora meccanico della Dap. L’azienda che ha accolto il giovane Ayrton: “Noi vendevamo del materiale in Brasile a un concessionario. Lui conosceva questo pilota che voleva venire in Italia a gareggiare: nel nostro Paese eravamo molto avanti rispetto agli altri. Gli abbiamo detto ‘Va bene, fallo venire’. Ma avevamo già un pilota ufficiale: Terry Fullerton. E quando Senna è arrivato non lo conoscevamo più di tanto”.
Formula 1
Niente Turchia, l'Austria raddoppia: il nuovo calendario
IERI A 14:24
Sconosciuto, sì. Ma ancora per poco. "Avevamo in ballo delle gare importanti da fare: c’era tanto lavoro e non avevamo modo di preparare i motori e rodarli per andare in pista. Il capo, Achille Parrilla, andò a Parma con Fullerton e Ayrton. Senna per tre giorni ha rodato i motori, poi Fullerton tirava per fare il tempo. Ayrton rodava un motore per 20/30 minuti, poi un altro e un altro ancora… Tutto il giorno così. Il terzo giorno Achille gli disse: ‘Quando hai finito questo rodaggio, tira’. Lui ha tirato e sai cos’ha fatto? Ha abbassato il tempo di Fullerton di 2,5/3 decimi. Questo dopo poco tempo che era con noi e con un telaio montato come veniva”.

Un fenomeno vero

Da lì è cambiato tutto: questo giovane brasiliano era un fenomeno. Di quelli veri: “Quando Parrilla è tornato in ditta ha detto: ‘Questo qua è nato seduto sul Kart’”, confessa Amoruso. Che lavorava con Ayrton durante la settimana ma non voleva perdersi le sue gare: “Prendevo il treno da qua e andavo a Parma a vederlo. Era una cosa micidiale: ormai sapevamo tutti che questo brasiliano era fortissimo”.

Aytyon Senna

Credit Foto Getty Images

Le lacrime e la ricerca del miglior tempo... a tutti i costi

Il giovane Ayrton era ormai di casa: abitava con i Parrilla, non in albergo. Ma era come se vivesse in ditta: al mattino arrivava presto e andava a correre a Ponte Sesto per tenersi in allenamento. Poi ci si preparava per il sabato e la domenica: “Si andava in pista a rodare, a provare. E quando andava su lui, tutti i meccanici come me mollavano tutto per vedere come girava”.
Pranzava e cenava lì: adorava la cucina italiana, anche se non mangiava molto. Era un bravo ragazzo: molto tranquillo, sembrava vivesse in un mondo tutto suo. Ma quando indossava il casco… Si trasformava:
Quando andavamo a provare, capitava che qualcosa non andasse o che ci fosse qualcuno che andava più forte. Se non riusciva a mettersi a posto, sai cosa faceva? Piangeva. Si metteva seduto mentre Achille gli preparava il Kart per girare ancora e piangeva. Era disperato
La testa di Ayrton era tutta sul Kart. E sapeva bene quello che faceva: “Una volta stava girando in una pista in cui c’era una buca vicino a un cordolo. E ci andava sempre dentro: il fusello della ruota si piegava. Achille gli urlava: ‘Non passarci sopra, vai qualche centimetro più in là!’. Niente da fare: bum, bum. Passava sempre in quella buca. Perché? Perché così veniva fuori il tempo migliore. Guidava così: era diverso dagli altri. Quando faceva le staccate per curvare si sentiva il motore urlare. Impazziva. Poi scendeva e ti diceva cosa avesse il Kart che non andava. Adesso chi va su dice: ‘Non sta in strada, non funziona niente’. Lui invece scendeva e guardava tutto: le circonferenze delle gomme, la pressione, quale motore ci fosse… Poi diceva: ‘Metti questo così’. Tu magari avevi le tue teorie, ma si faceva come diceva lui. E aveva ragione”.

Suzuka '88, quando Senna vinse il mondiale con meno punti di Prost

E la sua guida aggressiva lasciava le tracce: “Dopo che lui guidava una volta, sembrava che il telaio avesse fatto un anno di gara. Lo consumava. Con il piede spingeva al punto da tirare via la vernice. Gli altri quando vanno su adesso appoggiano a malapena il piede. Con lui si vedevano i segni del tallone”. Il giovane Ayrton iniziò a farsi conoscere in giro per il mondo e lottò per vincere il titolo mondiale sia nei 1979 che nel 1980, le due stagioni che trascorse con la Dap. Non ce la fece per un pelo. E gli avversari erano ben consapevoli del talento che avevano di fronte: “Gli avversari sapevano che era forte e che non lo avrebbero più preso se fosse passato davanti. Cercavano di buttarlo fuori. Mi ricordo una gara a Jesolo. Il sabato andò a sbattere contro le reti, era pieno di ematomi… un casino. In pronto soccorso gli dissero: ‘Tu domani non puoi assolutamente gareggiare’. Lui cosa ha fatto? Ha corso”.

L'addio alla Dap e quel legame che resta indissolubile

Dopo due anni, nel 1981, Senna passò in Formula Ford. Nel giorno dell’addio aveva due valigie da preparare: si mise sulla panca dove c’erano gli armadietti per cambiarsi e iniziò a riempirle. Solo che non ci stava tutto. Rimasero fuori tre tute (di cui due da pioggia) e un paio di guanti. “Mi ha chiamato e le ha date a me”, racconta Amoruso.
Ma il legame con la Dap restò vivo nel cuore di Ayrton. Tanto che, pochi anni dopo, il brasiliano si fece vedere dalle parti di Ponte Sesto. E lo fece a modo suo… “Aveva un problema al motore. Sapeva come metterlo a posto, ma il suo team di allora non lo ascoltava. Sai cosa fece? Affittò un’auto, caricò il motore in macchina e venne da noi in ditta perché doveva andare a Bologna a farlo sistemare. Si fermò da noi a dormire e il giorno dopo lo fece mettere a posto. A spese sue”.
Quando nel 1984 Senna sbarcò in Formula 1, per la Dap fu un enorme motivo di orgoglio. Il talento cresciuto a Ponte Sesto era definitivamente esploso. Con quella furia agonistica, quella fame, quella “follia” di sempre. Senza paura di niente e di nessuno: la testa era sempre e solo sulle corse. Il ragazzino era cresciuto, era diventato grande. Ma nulla era cambiato. Già sui Kart “quando pioveva eri sicuro che vinceva lui. L’acqua era suo pane”. Perché con la pioggia “tutti si spaventano. Anche in Formula 1. Capitava che partisse sesto o settimo con la pioggia, ma al primo giro era secondo. Passava da tutte le parti. Era matto”. Talmente sicuro di sé da non agitarsi mai prima di abbassare la visiera. Da quel momento in poi però non vedeva più nulla e metteva tutto se stesso in pista. In occasione di un Gran Premio in Italia, Ayrton passò a trovare la sua vecchia scuderia. Tutti notarono un’enorme vescica sul palmo della mano destra. Quando gli chiesero cosa avesse, lui, con il suo accento brasiliano, rispose tranquillamente: “Ѐ il cambio …”.
“Quando parlo di Ayrton…”. Silenzio. Raccontare e testimoniare è un bene prezioso. E per fortuna viene anche facile: il cassetto dei ricordi è sempre lì, pronto a essere aperto. Per il bene di molti. Poi però gli episodi, gli aneddoti e le esperienze diventano emozioni che riaffiorano di colpo. Forti e intense come la prima volta. Come quando, davanti allo schermo, ci si rese conto che no, Ayrton non ce l’avrebbe fatta. Torna tutto in mente, d’improvviso. E allora viene naturale mollare la presa e chiudere il cassetto. Tanto ora è tutto dentro di noi. E viene naturale non riuscire a dare un nome a tutto quello che è stato e che avrebbe potuto essere. Si rompe il silenzio. “Ѐ una cosa micidiale”.

Ayrton Senna, ci manchi! Quell'amicizia mai nata con Schumi

Formula 1
Ronaldo a Fiorano: in pista con una Ferrari di serie
IERI A 13:00
Gran Premio di Turchia
Gp Turchia a rischio: si pensa al "doppio turno" in Austria
IERI A 08:11