Premessa d'obbligo: i confronti fra piloti di epoche diverse non hanno senso, e mai ne avranno. E di conseguenza non ha senso definire chi sia il più grande di sempre, tanto meno in base al numero delle vittorie o dei titoli mondiali, considerando le differenti condizioni fra i Gran Premi del passato e quelli odierni. Ma se il migliore non è definibile, la cerchia dei migliori - il ristretto club dei fuoriclasse - quello sì, è sempre stato ben presente nell'immaginario degli appassionati. E di quel club non può non entrare a far parte Lewis Hamilton, da oggi lassù a condividere il trono dei successi con Michael Schumacher e presto, con tutta probabilità, il pilota più titolato della storia. Perché i numeri non dicono tutto, ma dicono tanto.

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Epoche diverse, numeri diversi

I numeri, come accennato, non dicono tutto: perché nell'epoca contemporanea, e in particolare negli ultimissimi anni, si corrono il doppio delle gare rispetto ai ruggenti anni '50, '60 e '70, e comunque molte di più rispetto agli anni '80 e '90. Dunque molte più pole position e molte più vittorie a disposizione, senza contare l'affidabilità delle macchine odierne, impensabile solo 15 anni fa, e la sicurezza fisica con cui si corre ai tempi dell'Halo rispetto a tempi in cui era normale arrivare a fine stagione con due o tre morti da piangere. È pure impossibile sapere cosa avrebbe fatto Lewis Hamilton sui siluri a quattro ruote degli anni '60 o con le minigonne degli '80, così come è impossibile avere la controprova di un Jim Clark o di un Jackie Stewart sulle turbo ibride di oggi. Esercizio inutile.

Il club dei migliori

Tuttavia i numeri e lo spettacolo offerto in pista hanno sempre saputo designare, più o meno per ogni decade, il migliore o i migliori della loro generazione. Quasi sempre i vincenti per numeri, a parte le eccezioni come Ronnie Petterson e Gilles Villeneuve, entrati a forza nei cuori per altre vie. Certamente sempre i talentuosi in grado di mettere a frutto il proprio talento. Anche per personalità e forza mentale, che poi rimpinguano le casse dei numeri di cui sopra. Motivo per cui Lewis Hamilton è a pieno titolo il più grande della sua generazione, quella degli Alonso e dei Vettel, la generazione post-Schumacher. Che poi oggi non possa dimostrare lo stesso nei confronti di Verstappen e Leclerc, per manifesta superiorità della macchina, è un altro discorso.

Lewis Hamilton festeggia il trionfo al GP Eifel

Credit Foto Getty Images

Forza mentale e continuità nel tempo

Perché è vero che Lewis Hamilton è battibile, e lo hanno dimostrato sia Nico Rosberg che Jenson Button, ed è possibile che un Verstappen o un Leclerc, a parità di macchina, oggi possano metterlo in crisi. Ma quando si fanno questi ragionamenti si tralasciano almeno un paio di elementi: la continuità nel tempo e la capacità di costruirsi la propria carriera. Per batterlo, Button ha messo insieme la sua miglior stagione (anche migliore di quella vincente in BrawnGp), toccando il suo picco più alto mentre Lewis attraversava un periodo burrascoso sul piano personale. Per batterlo, Nico Rosberg ha messo in campo in una stagione tutte le proprie risorse tecniche e psicologiche, uscendone sfinito e lasciando di conseguenza la Formula 1. Lewis Hamilton è andato avanti e ha ripreso a vincere, sempre. E nessuno sano di mente si sognerebbe di dire che, a parità di condizioni, Button o Rosberg avrebbero vinto 91 gare e 7 titoli mondiali. Sebastian Vettel è uscito con le ossa rotte da ogni singolo corpo a corpo con Lewis, Fernando Alonso fu il primo a saggiarne le capacità, uscendone a sua volta sconfitto sul piano nervoso. Fatti, non opinioni.

Capacità di scelta

Vero che oggi Lewis guida un'astronave in modalità comfort, come è vero che la buona sorte aiuta spesso i migliori e lui ne ha goduto in discrete quantità. Ma è pure vero che la propria carriera se l'è costruita con una caparbietà ed una puntualità fuori dal comune, odierna posizione privilegiata compresa. Puntò Ron Dennis quand'era poco più che un bambino ed arrivò a correre per lui, mettendo in crisi fin da subito uno come Fernando Alonso (e non si dica che un manager come Ron Dennis potesse davvero favorire un ragazzino in quanto inglese, rispetto all'investimento da 30 milioni di euro sullo spagnolo per il Mondiale). Fernando divenne impaziente, se la diede a gambe e di lì in avanti non indovinò più una scelta che una (ritorno in Renault, passaggio in Ferrari nel momento sbagliato, uscita dalla Ferrari nel momento sbagliato, dissidi con Honda e quant'altro). Lewis divenne effettivamente il protetto di Dennis e vinse il Mondiale, ma lasciò la McLaren per la Mercedes quando il team di Toto Wolff era tutt'altro che una certezza. E oggi ci ritroviamo davanti all'uomo dei record.

Sarà superabile in futuro?

La summa di tutto ciò sono per l'appunto il record di gare vinte, che presto avrà in esclusiva, e la possibilità di arrivare a 8 titoli Mondiali il prossimo anno, a gerarchie pressoché invariate. E poi chissà. Numeri senz'altro resi possibili dalla dittatura Mercedes nell'era turbo ibrida, che rischiano di ridimensionarne il peso specifico, ma che non cancellano ciò che Lewis ha sempre fatto vedere in pista: quel Lewis che a Montecarlo, da rookie, chiedeva strada via box su Alonso; il Lewis chirurgico nel trovare sempre il tempone al momento giusto; il Lewis difficilmente battibile nei duelli ravvicinati; il Lewis che sul bagnato, prima che arrivasse in F1 Verstappen, non aveva davvero avversari, Mercedes o non Mercedes. Proprio Verstappen, insieme a Leclerc, Norris, Sainz, Russell e via dicendo, guarda oggi a quei quasi 7 titoli Mondiali e probabili 8 come un Everest. L'età gioca a loro favore, ma il traguardo è davvero lontano. E Hamilton non solo è nel club, ma siede a capotavola.

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