Se Loris Capirossi ripensa a una larga parte della sua vita e della sua carriera nel Motomondiale, non può che legarla al suo grande amico Fausto Gresini. Il suo modello, la sua guida, un vero e proprio punto di riferimento. Anche se avevano qualche anno di differenza, tra i due il legame, fuori e dentro la pista, era speciale. E non solo perchè erano nati a pochi chilometri di distanza in Romagna. Il rapporto era davvero splendido, ed è stato così sin da subito. E’ sufficiente ripensare alla stagione 1990, quando lo stesso Gresini diede una notevole mano al giovanissimo compagno di team a conquistare il primo titolo nella classe 125. Mille ricordi, aneddoti, racconti e momenti di vita che, purtroppo, il Covid-19 ha interrotto, portandosi via nelle scorse ore proprio l’ex pilota, ed attuale team manager, imolese.
Loris Capirossi, intervistato dalla Gazzetta dello Sport, non può che ribadire come questo momento per lui sia assolutamente durissimo sotto tanti punti di vista: “Fausto era il mio amico. Non posso pensare di non vederlo mai più. A fine gennaio ci eravamo parlati in videochat, prima ci scrivevamo messaggi, al suo compleanno mi aveva risposto. E ogni sera verso le 20.30 chiamavo Nadia, sua moglie, che dopo aver sentito il dottore mi dava le informazioni del giorno. Ho vissuto la situazione da vicino, c’erano momenti in cui andava molto meglio, poi peggiorava… È troppo triste tutto questo”.
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30 anni di vita vissuta insieme, e sempre attorno ai motori. E, come detto, un rapporto nato subito nel migliore dei modi. “Iniziò già nel 1987, quando divenne campione del mondo per la seconda volta. Io non ero che un bambino, abitavo vicino a lui a Imola e la sera andavo a vedere quando tornava a casa, di nascosto perché ero uno timido. Che emozioni. Poi dal 1990 e per due stagioni abbiamo corso assieme in 125, quindi io sono passato in 250 e quando, dopo il suo ritiro, sono salito in 500, lui è diventato il mio coach. E infine nel 1999 sono andato a correre nella sua squadra. Il rapporto tra me e lui è sempre stato fantastico”.
Come spiega Capirossi, stiamo parlando di una persona dal carattere davvero particolare. “Ci volevamo un bene enorme, avevamo la stessa passione, moto, moto vecchie, moto da corsa, ne parlavamo sempre. Aveva cominciato a ricostruire la mia Honda 250 del ‘99, quando ero andato da lui in officina a Faenza mi aveva fatto vedere tutti i pezzi. ‘Adesso la facciamo eh’, mi ripeteva. Aveva un sorriso per tutti, poteva essere duro, ma era buono. Ultimamente non era facile, aveva una sessantina di persone sotto di lui, mi diceva ‘Loris c’è da fare questo e quello, è un casino, cosa succederà?’. Chiedeva consigli, o io chiedevo a lui. C’era un rapporto importante tra noi”.
Per il pilota ex Ducati e Suzuki, questa notizia è ancora troppo fresca da poter digerire. “Non posso pensare di non vederlo mai più, questa cosa mi uccide. Non esiste. Sai, da una persona anziana ti aspetti che da un anno all’altro possa succedere qualcosa. Ma lui, 60 anni… Era pieno di vita, non si fermava un secondo. Ha dedicato tutta la vita, il suo lavoro, al team, ai ragazzi. Ha una famiglia fantastica, quattro figli, Nadia… Le ho parlato, è devastata. Io sono anche il padrino di Lorenzo. Sono tutti brave persone, quando hai un padre così come fai a essere una persona cattiva? Adesso diventa difficile tutto. Il team? Quest’anno è tutto pianificato, Fausto ha lavorato fino a dicembre ed era tutto a posto. Il futuro dipenderà molto da quel che vorrà fare la famiglia”.
Insegnamenti e ricordi che rimarranno indelebili nella mente e nel cuore del pilota romagnolo. “Non c’è un momento più bello, perché quando frequenti una persona e sai che ti puoi fidare ciecamente, è tutto molto facile. Certo, il mio primo Mondiale nel ‘90, quando nel GP decisivo a Phillip Island per aiutarmi prese anche un pugno in testa da Hans Spaan, fu un atto di vera amicizia. Da lì cambiò tutto. Era il mio più grande amico nel paddock e andrò al suo funerale al 100%, non me ne frega niente se non posso muovermi. Voglio vedere chi mi ferma”.

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