Sul taraflex della Spodek di Katowice (Polonia), c'è più gusto a essere italiani. Non tanto per la sana rivalità col pubblico polacco, a cui va un plauso per la grande sportività mostrata al momento della premiazione: 13.000 tifosi avversari che restano nell'impianto per scandire, col battimani, l'Inno di Mameli fanno capire quanto la cultura sportiva sia sempre un plus e mai un minus nella storia sociale di uno Stato. Quanto, semmai, per la capacità di esaltarsi di fronte a ostacoli insormontabili per tutti, ma non per l'Italvolley di Fefè De Giorgi.
Celebrare un oro mondiale non è mai impresa semplice, scontata. Si rischia di cadere nelle banalità dettate dal cuore, dalla passione, dall'irrazionalità. Si rischia perfino di paragonare un gruppo giovanissimo, capace di vincere l'oro europeo e quello iridato a distanza di neppure un anno, alla "Generazione di fenomeni" che fece innamorare il Paese della Pallavolo. Mai come in questo caso, il paragone è però tutt'altro che azzardato, per quanto ci siano differenze e il peso specifico di quella Nazionale non sarà forse mai replicabile in alcuno sport di squadra, almeno a livello italiano.
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Gioventù, talento e sana irriverenza

L'oro iridato ha il volto della linea verde voluta da De Giorgi per questo nuovo ciclo dell'Italia. Tutti pallavolisti nati tra il 1995 (Fabio Balaso) e il 2001 (Alessandro Michieletto), con l'unica eccezione rappresentata da Simone Anzani (classe 1992), la "chioccia", nonché vice-capitano, del gruppo Azzurro. Basterebbe cominciare da qui, per comprendere quanto la Pallavolo faccia storia a sé, anche e soprattutto in Italia, uno Stato ormai quasi notoriamente ostile al nuovo che avanza. Un Paese per vecchi, si legge spesso a proposito del nostro. Il problema - per gli altri, s'intende - è che nella Pallavolo le Under italiane dominano, sempre e comunque, sia a livello maschile che a livello femminile; ciò non significa essere sempre da medaglia d'oro, quanto piuttosto portare avanti un progetto comune, incentrato sulla valorizzazione del talento individuale all'interno di un collettivo. La stessa identica soluzione riscontrata in questa Italvolley. La potenza di Romanò, l'estro a 360° di Giannelli, la classe di Lavia, le giocate di Michieletto, la tenuta in ricezione di Balaso rappresentano tutti elementi che si compendiano benissimo nello spartito della Nazionale. Una squadra capace di riemergere dalle difficoltà patite nelle Finals dell'ultima VNL e di affrontare il peso di una pressione mediatica, anch'essa schiava tutta italiana del risultato. L'oro europeo del 2021 avrebbe infatti garantito all'Italia - non si sa per quale logica - la patente di favorita a questi Mondiali, mentre il 4° posto nella Volleyball Nations League sembrava condannarla a non poter lottare per il podio iridato. Il mix di gioventù, talento diffuso e sana irriverenza sportiva ha invece permesso agli Azzurri di centrare un risultato storico, per certi aspetti incredibile, certificando la bontà del lavoro svolto da coach De Giorgi.

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De Giorgi come Velasco: maestri impareggiabili

Per chi è cresciuto con la "cultura degli alibi" e con Julio Velasco quale mentore di vita, prima ancora che di sport, potrebbe essere difficile accettare che un altro allenatore faccia breccia nel proprio cuore di appassionato sportivo. Fefè De Giorgi è però riuscito nell'autentica impresa di plasmare, a sua immagine e somiglianza, un gruppo di 14 pallavolisti in nemmeno un anno, ricostruendo da zero una Nazionale dopo l'esaurimento del precedente ciclo. Attenzione però a considerare il rifacimento dell'Italvolley come una rinascita dalle ceneri dei Giochi Olimpici di Tokyo 2020. Il k.o. contro l'Argentina fu visto come delusione soltanto da chi non ha mai portato rispetto alla Pallavolo e, più in generale, a una cultura sportiva che non può essere sempre e solo ridotta alla differenza tra vittoria e sconfitta. Peraltro, il 6° posto finale alle Olimpiadi 2020 ha soltanto interrotto una striscia di cinque podi nelle precedenti 6 edizioni a Cinque Cerchi: ecco perché parlare di delusione sarebbe ingiusto anche nei confronti dello stesso Chicco Blengini, fautore (certo non unico) di uno splendido e inatteso argento a Rio de Janeiro 2016. De Giorgi ne ha raccolto il testimone con la calma olimpionica tipica dei fenomeni - lo era anche da giocatore - e ha deciso di avviare un nuovo corso Azzurro. Giannelli capitano e trait d'union, tra menti pallavolisticamente eccelse, con la panchina, Romanò scovato in Serie A2 e lanciato quale nuovo opposto, Lavia e Michieletto titolari di posto 4 con licenza di dominare in qualsiasi fondamentale. Mai una parola di troppo, sempre un perfetto bilanciamento. Timeout puntuali ed emotivi, con poche e semplici indicazioni a sistemare dettagli tecnici o solleticare le corde della mente dei suoi giocatori. Richieste di video-challenge da conoscitore del gioco senza eguali, ma anche libertà ai suoi giocatori di chiamarne a loro volta, qualora fossero convinti della bontà delle proprie idee. Estrema fiducia in cambio di disponibilità e attitudine al sacrificio; DNA da vincenti nati e valorizzazione della maglia, prima ancora che del talento individuale. Una ricetta forse semplice, ma vincente come poche altre al mondo.

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Cosa aspettarsi ora dall'Italvolley?

Se coach De Giorgi ha infuso tranquillità e serenità al gruppo, con un'Italia che ieri non ha neanche lontanamente pagato il contraccolpo del break subito dal 21-17 al 22-25 nel 1° set, è altrettanto evidente che questa Nazionale ha margini di miglioramento ancora inesplorati. Il livello di rendimento dei centrali può essere innalzato, Michieletto può diventare ancora più devastante nella manualità di certi colpi e, dai nove metri, si può forzare con ancora più continuità ed efficacia. Per tornare al titolo di questo articolo, speriamo sia assodato che non si vogliono affatto paragonare due generazioni di pallavolisti così lontane tra loro per motivi diversi - anzitutto, l'evoluzione stessa della Pallavolo a livello tecnico, tattico e fisico/atletico - quanto, piuttosto, si desideri ricercare punti in comune in esperienze così distanti. A inizio Mondiali, la Francia sembrava la nazionale contro cui l'Italia avrebbe patito maggiormente, mentre la Polonia aveva le sembianze della squadra pressoché imbattibile. Le sfide contro queste due formazioni ci hanno invece raccontato di un'Italvolley capace di evolvere progressivamente e giocare con una tenuta mentale impressionante: rivedendo la finale di ieri, si ha certezza del fatto che, dopo il 1° set, c'è stato un assolo in crescendo continuo degli Azzurri, con la Polonia costretta ad assistere quasi impotente, anche a causa delle scelte imperfette e scriteriate di coach Grbic. Il focus deve allora necessariamente spostarsi dal "quanto può vincere questa Italia" al "che squadra può diventare questa Nazionale". Ragionando in termini di cultura sportiva e non di mero risultato, siamo pronti a scommettere che gli Azzurri non ci hanno ancora mostrato nemmeno il 75% del loro potenziale e che il tempo sarà, mai come in questo caso, gentiluomo.

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