Da una parte il n°1 del mondo, fresco di ritorno al successo. Dall’altro il padrone assoluto dell’impianto, con 13 titoli. E poi l’uomo del momento, o meglio, il ragazzo, che tra l’inverno americano e la primavera sulla terra rossa europea si è palesato al mondo della racchetta come la novità più dirompente dai tempi in cui i primi due, ormai quasi vent’anni fa, fecero la stessa cosa. Novak Djokovic, Rafael Nadal e Carlos Alcaraz. E’ questo il lotto principale su cui andare a pescare a Parigi. Altri, con tutto il rispetto per i vari Tsitsipas, Zverev, Ruud, Sinner o chi preferite, partono in qualche modo dietro. Chi più, chi meno. La viglia, l’avvicinamento al secondo slam stagionale, è quasi a carte scoperte: sono solo lì, da leggere.

Novak Djokovic: il poleman?

Il ritorno non è stato semplice. Dopo un inverno da emarginato – dalle regole di alcuni e dalle conseguenti scelte personali – il n°1 del mondo ha faticato a ritrovare il proprio smalto. A Monte Carlo il rientro nel circuito è stato quasi uno shock; e questo al di là del fatto che il suo giustiziere Davidovich Fokina abbia poi fatto finale. Nella sua Belgrado il serbatoio scarico nel terzo set della finale con Rublev è stato un altro grosso segnale d’allarme. Da Madrid in poi però il serbo è ritornato sulla propria rotta. La semifinale con Alacarz in Spagna e il successivo titolo agli Internazionali su Tsitsipas, giustiziato nuovamente proprio dopo il Roland Garros dello scorso anno, ci hanno detto chiaramente che Djokovic è tornato. Ma non solo: che è fresco, che ha fame, che ha voglia di riprendere subito Nadal. Poche partine nelle gambe in stagione erano paradossalmente un problema, ma il rodaggio tra Madrid e Roma è stato convincente e la situazione adesso è mutata. Tra i tre qui dentro, se il tennis fosse la Formula 1 e i tornei precedenti le qualifiche ufficiali, Djokovic sarebbe in prima fila. Scegliete voi dove.
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Novak Djokovic

Credit Foto Getty Images

Carlos Alcaraz: prima fila

Un concetto che trasliamo per introdurre l’altro protagonista. Perché vicino al serbo – udite-udite – non c’è il solito spagnolo. Ce n’è un altro. Che dall’Australian Open in poi è stato il dominatore del circuito senza se e senza ma: Carlos Alcarz. Anzitutto i numeri, che tornano utili. Alcaraz quest’anno ha perso 3 partite: la prima, in un tie-break tiratissimo in Australia dopo 4 ore e 10 minuti di lotta con Berrettini. La seconda a Indian Wells, in una semifinali altrettanto tirata che ha di fatto ‘rotto’ il fisico di Nadal, 3 ore e 12 minuti. La terza, al primo turno di Monte Carlo da Sebastian Korda. Arrivava però fresco del titolo sul cemento di Miami, non esattamente le stesse condizioni e lo stesso tennis. E’ stato il torneo di Madrid però, con il clamoroso trittico Nadal-Djokovic-Zverev a porre il 19enne Alacarz in una prima fila impensabile fino a pochi mesi fa. Delle qualità tennistiche e non, del personaggio, della forza, ne abbiamo già parlato. Da aggiungere non resta che la saggia scelta fatta dal team: anziché a Roma, Alcaraz si è preso due settimane per mettere a posto i disordini alla caviglia – che non gli ha impedito comunque di vincere Madrid – e volare a Parigi per iniziare a testare le condizioni. E’ il 2 della Race. E’ l’uomo da battere in questo momento. E ad affermare questo non siamo noi, sono proprio i diretti interessati, Djokovic in primis.

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Rafael Nadal: lì, ma quante incognite

Può esistere un Roland Garros senza Nadal in prima fila? Evidentemente sì. Nella scorsa edizione la semifinale con Djokovic fu la partita dell’anno, ma anche un punto di svolta definitivo nella narrazione di Rafa al Roland Garros: con qualcosa di straordinario, Nadal, anche a Parigi, è diventato battibile. Cosa che non si è sostanzialmente mai potuta affermare prima in carriera, Soderling escluso. Rafa però a questa edizione ci arriva davvero con troppe incognite per finire davanti i due sopracitati. Perché va bene l’impresa australiana, ma al Roland Garros il 13 volte vincitore ha troppi punti di domanda legati al suo fisico. Il dolore al piede, confessato dopo la sconfitta con Shapovalov a Roma; e una vita ormai dipendente dagli antidolorifici. Già prima, dopo la corsa a Indian Wells, era arrivato uno stop per i problemi al costato. Rafa si presenta insomma al suo torneo senza certezze e senza titoli sul rosso, assoluta novità anche in questo caso. La prima ed unica volta, se escludiamo l’anomala annata covid 2020, fu nel 2015, quando i tanti problemi fisici guarda caso portarono alla prima sconfitta al Roland Garros (dopo quella subita da Soderling) nei quarti, contro Djokovic. Quell’anno Rafa perse a Monte Carlo dal serbo, perse a Barcellona da Fognini, perse a Madrid da Murray, perse a Roma da Wawrinka e non a caso si dovette fermare anche al Roland Garros. Quello di un Nadal privo di titoli sul rosso prima di Parigi è dunque un segnaletroppo evidente per non essere riportato. Certo, poi, piazzarlo più indietro della prima fila resta impossibile. Il perché è presto detto: Rafael - Nadal - Roland - Garros. Bastano queste quattro parole.

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E gli altri?

Dietro non c’è un vero outsider. Tsitsipas difende la finale dello scorso anno, ci ha confermato di essere forte su questa superficie, ma non è al livello dei tre della prima fila. O per lo meno non dà la sensazione di essere in grado di batterli. Non a caso con Alcaraz è già sotto 0-3 nei precedenti. Con Djokovic è 2-7 (con striscia aperta del serbo sul 6-0); così come sul 2-7 è con Nadal. Zverev resta forse la mia vagante più insidiosa per tutti, ma la storia anche in questo caso ci dà delle indicazioni chiare. Prima o poi il tedesco, nel tre su cinque e nell’arco delle due settimane, incappa in quella partita no dove si perde il servizio e insieme a quello la testa. Medvedev è al rientro, ma per quanto le motivazioni saranno a mille visto l’impossibilità di giocare Wimbledon, la terra rossa non è cosa sua. Rublev non ha ciò che serve per impensierire realmente i 3 grandi favoriti a meno di “suicidi” tennistici contemporanei; così come il terraiolo Ruud, per giunta in più in difficoltà quest'anno rispetto alla stagione passata. E Sinner? Beh, Jannik non è evidentemente ancora pronto. Il suo 2022 ci sta dicendo che batte tutti quelli sotto – cosa non scontata – ma non vince mai con quelli sopra. Sinner è 1-5 vs i Top10 quest’anno. Troppo, troppo poco per considerarlo, almeno alla vigilia, pronto per un exploit contro i più forti del mondo.

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