Da +8 a -6 in otto minuti. Da un intervallo lungo raggiunto con slancio ed entusiasmo all'orlo di un baratro che avrebbe ingoiato, triturato e disintegrato ogni minima certezza costruita nell'ultimo mese. L'Italia ha barcollato sull'orlo di quel precipizio, ubriacata dai cazzotti di Bojan Bogdanovic, ma ha ritrovato l'equilibrio con un colpo di reni, aggrappandosi a quei concetti intangibili di gruppo e cuore che ripetiamo da tempo. Concetti astratti che possono rischiare di trasformarsi in una cantilena trita e vuota. Ma che, in casi come questi, trovano concretezza anche di fronte agli occhi più ingenui.
Per modalità di maturazione e scarto finale (-11) la sconfitta di lunedì con l'Ucraina sembrava destinata ad aprire crepe quasi insanabili. La testa di coach Gianmarco Pozzecco stava già rotolando sul banco degli imputati. Unico, grave, colpevole. O meglio, capro espiatorio del gioco meschino dello scarica-barile. Invece, il Poz si è tolto da quella posizione scomoda girando e vincendo la partita con cambio notevole di uno spartito considerato troppo lineare nelle prime tre gare del torneo.
L'esperienza vissuta nella scorsa stagione al fianco di coach Ettore Messina gli ha sussurrato un vecchio adagio delle grandi sfide internazionali. Sono partite che si vincono nella metacampo difensiva, tremendamente mancata contro l'Ucraina, e con la capacità di pescare nel torbido qualcosa in più delle sicurezze del quintetto-base. Pozzecco ha svoltato l'inerzia con il quintetto difensivo, esaltando le qualità caratteriali di Pippo Ricci e Alessandro Pajola, i veri game-changer nascosti nel sottobosco dei 19 punti a testa di Simone Fontecchio e Nik Melli. Due scommesse azzardate, ma necessarie e vincenti.
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L'abbraccio tra Gianmarco Pozzecco, Pippo Ricci e Alessandro Pajola, Italia-Croazia, Eurobasket 2022

Credit Foto Ciamillo-Castoria

Fino a quel momento, Ricci aveva faticato a concretizzare i minuti ricevuti come primo cambio nel front-court. Ma, riaffiancato a Nik Melli in un contesto di puro stampo messiniano, sul suo parquet, ha ritrovato la garra da Eurolega. Pajola, reduce da un doloroso NE contro l'Ucraina, era stato declassato in un ruolo marginale, da garbage-time, nelle prime due uscite. Ma la difesa perimetrale, porosissima nella sconfitta di lunedì, aveva tremendo bisogno di essere puntellata, anche a costo di rinunciare a qualcosa in fluidità e qualità offensiva. Pajola ha fornito quello che Marco Spissu e Nico Mannion non erano riusciti a dare. Fisicità rispetto al primo. Ordine e costrutto rispetto al secondo, guizzante sì, ma lontano dal vero concetto di playmaker necessario a questa squadra. Pajola ha spazzato via un califfo come Bojan Bogdanovic, togliendo alla Croazia il suo grande vantaggio sul perimetro, e ha restituito ordine all'attacco azzurro: i 26 punti del quarto periodo valgono la seconda miglior prestazione collettiva del torneo dopo i 31 sparati nel secondo quarto della gara d'esordio contro l'Estonia.
Trovata la quadra, Pozzecco ha cavalcato il quintetto vincente, anche a costo di spremerlo fino all'ultima goccia energetica. Rischiando il collasso, vero, ma conscio di non avere alternative ugualmente efficaci in panchina. Il tempo, e l'inerzia, gli hanno dato ragione. Fino all'ultima intuizione. La small-ball esperta con l'ingresso di Gigi Datome nel finale. Il canestro decisivo? Arrivato proprio dalle mani di Gigione a rimbalzo d'attacco. Perfect.

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