Il concetto di squadra rognosa, ostica, indecifrabile e difficile da affrontare ha trovato un'applicazione molto concreta durante i Mondiali di Italia '90. A possedere quei requisiti in dosi massicce era senza ombra di dubbio l'Argentina di Diego Armando Maradona, Claudio Caniggia e Sergio Goycochea. Attenzione, non abbiamo scelto tre nomi a caso. Abbiamo selezionato i tre giocatori che, a conti fatti, hanno rappresentato in tutto e per tutto quella Seleccion guidata da Carlos Bilardo. Degli altri rimane qualche traccia nei tabellini, ma di sicuro non nella memoria collettiva di chi quel Mondiale l'ha vissuto e analizzato. Quell'Argentina, che non è affatto esagerato né offensivo etichettare come sporca, brutta e cattiva, era un gruppo composto per la maggior parte da gregari e onesti mestieranti, ed è andata a un passo dal suo terzo titolo mondiale principalmente grazie a quei tre. A Maradona, Caniggia e Goycochea.
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Maradona e la seconda mano de Dios

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Davvero romanzesco il Mondiale italiano di Diego Armando Maradona, che meno di due mesi prima aveva festeggiato il secondo scudetto con il Napoli. Il Mondiale italiano per la sua Argentina campione del mondo in carica inizia come peggio non potrebbe. L'8 giugno a San Siro i Leoni Indomabili del Camerun firmano l'impresa: 1-0 e la prima sorpresona del torneo è servita. Cinque giorni dopo, al San Paolo, è evidente che la partita contro l'URSS rappresenti per la Seleccion una sfida da dentro o fuori. Anche i sovietici hanno perso all'esordio e quindi in 90 minuti ci si gioca tutto o quasi. E Maradona, come quattro anni prima in Messico, rispolvera la mano de Dios. La versione light (diciamo così), quella che in pochi ricordano ma altrettanto efficace e pesante. Siamo al 20' e, con il risultato ancora fermo sullo 0-0, il Pibe de Oro respinge intenzionalmente con il braccio destro una girata di testa di Kuznetsov destinata a finire in fondo al sacco. L'arbitro non vede nulla. L'Argentina vincerà quella partita 2-0 e passerà il turno grazie a un risicatissimo 1-1 contro la Romania.
Maradona non è al top della condizione in quel Mondiale, ma quando serve c'è sempre. E anche un Maradona a mezzo servizio, acciaccato e stanco, fa la differenza, eccome se la fa. Come agli ottavi col Brasile, con quella progressione da urlo palla al piede ad aprire in due la difesa della Seleçao. Assist geniale per Caniggia, dribbling secco a Taffarel, gol e Argentina avanti ancora, ai quarti di finale. Senza mai incantare, senza mai dominare. Senza mai convincere. Ed è a questo punto che entra in scena l'eroe per caso: Sergio Goycochea.

Sergio Goycochea, il portiere pararigori

Il Mondiale di Goychocea inizia in panchina: è la riserva di Nery Pumpido che, dopo lo scioccante esordio contro il Camerun, si infortuna nel secondo match contro l'URSS (quello della mano de Dios). Il destino gli offre l'occasione della vita e lui, fino a quel momento protagonista di una carriera del tutto ordinaria, si fa trovare pronto e si prende la Seleccion sulle spalle. Ai quarti contro la Jugoslavia e in semifinale contro l'Italia di Azeglio Vicini, il portiere para 4 rigori (a Brnovic, Hadzibegic, Donadoni e Serena) facendo passare in secondo piano persino l'errore dal dischetto di Maradona contro gli slavi. Da panchinaro a eroe nazionale, da panchinaro a volto copertina dell'Argentina finalista a Italia '90. Un portiere di ghiaccio, Goychocea, dai nervi saldi ma senza particolari doti tecniche, che è riuscito a entrare nella storia del calcio dalla porta di servizio. Storia che sarebbe diventata leggenda se fosse riuscito a fare suo anche il rigore calciato in finale da Brehme, intuito ma troppo preciso per essere preso.

Claudio Caniggia, l'arma letale

Mi dà fastidio il fatto che in questa occasione si chieda aiuto ai napoletani che per 364 giorni all'anno non sono considerati italiani [Diego Armando Maradona alla vigilia della semifinale Italia-Argentina al San Paolo]
Il gol contro il Brasile ha segnato la svolta del Mondiale argentino. Battere la Seleçao in quel modo, con un guizzo così a dieci minuti dal termine dopo avere subito il gioco dei verdeoro di Lazaroni, non può che significare solo una cosa: una squadra che soffre e vince così è destinata ad andare lontano, e al diavolo l'estetica. Claudio Caniggia, che la Serie A conosce bene perché gioca con la maglia dell'Atalanta, non si accontenta. Fa piangere il Brasile e - in semifinale - zittisce il San Paolo segnando l'1-1 con una capocciata all'indietro che trova Zenga impreparato e fuori tempo.
È il primo gol subito dagli azzurri di Vicini in tutto il Mondiale, quel che basta per spezzare il loro sogno e quello di un intero Paese. Il figlio del vento (così lo soprannominava qualcuno per la sua velocità) è stato lo spietato killer di una Nazionale che, quasi contro ogni logica, è arrivata fino alla finale di Roma. Una squadra senza grossi talenti, ma che aveva la fortuna di contare su tre uomini baciati dal destino.
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