Due anni fa, il 25 novembre 2020, moriva Diego Armando Maradona. Abbandonato in un punto lontano di Buenos Aires. Inavvicinabile, forse. Immarcabile, sempre. Scelse, per lasciarci, lo stesso giorno di George Best e Fidel Castro. Ne aveva 60, la maggior parte dei quali dedicati al calcio. Ce lo fece amare al di là della maglia che sta allo sport come la bandiera a un Paese. Eduardo Galeano ne sintetizzò così la tormentata esistenza: «Maradona è diventato una specie di Dio sporco, il più umano degli dei. Questo forse spiega la venerazione universale che ha conquistato, più di ogni altro giocatore. Un Dio sporco che ci assomiglia: donnaiolo, chiacchierone, ubriacone, divoratore, irresponsabile, bugiardo, fanfarone».
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Dal momento che il destino cura sadicamente i dettagli, la ricorrenza cade fra la clamorosa sconfitta dell’Argentina con l’Arabia Saudita (1-2, martedì 22 novembre) e il cruciale appello con il Messico (sabato 26 novembre). Non se lo aspettava, Diego: e neppure le nuvole che gli reggono lo strascico. Non se lo aspettava nessuno. Tanto meno il sottoscritto che, se può interessare, in pole aveva collocato proprio la «selección».
Figuriamoci il Pibe. Prima di entrare nel merito, si scaglierebbe contro Gianni Infantino e la sua cricca per l'ipocrisia canaglia con cui stanno «arbitrando» il dissenso in Qatar. Avessero provato a dirlo a lui, la mano de Dios, che la fascia arcobaleno comportava l’ammonizione automatica. Avrebbe risposto come liquidò, allo stadio Olimpico di Roma, i fischi al suo inno: «hijos de puta». Per uno che le ha suonate a Joao Havelange e Sepp Blatter, e cantate a Pelé e Michel Platini, sculacciare in pubblico l’infantile Infantino sarebbe stato un gioco da ragazzi: come, fra parentesi, è sempre stato il calcio per Diego, fin dai tempi dei campetti-grattugia di Villa Fiorito, quando, palleggiando, cominciò a sollevare un mondo che presto avremmo condiviso.

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Il «barrilete cosmico» - copyright di Victor Hugo Morales, giornalista uruguagio - ha tritato passioni e pressioni. Ha offerto il gollissimo del 1986 alle tombe delle Malvinas. Ci deve essere un motivo se, in suo onore, si sono fermati tutti. Persino gli inglesi. C’è poi il rapporto con Leo Messi, il più vicino agli eredi che madre natura abbia prodotto ed educato. Lo ebbe alle sue dipendenze, da citì, in Sud Africa, nell’edizione che sancì il trionfo della Spagna delle «sartine». Non andò bene. Come bene non è andato il debutto al Lusail Stadium. Un rigorino e poi un lento, inesorabile declino verso la sconfitta. Con la maledizione per il fuorigioco all’alluce a unirli nei moccoli.

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Diego, Leo: li immagino preparare, insieme, lo «spareggio» con il Messico. Non in chiave tattica, ci mancherebbe: per questo provvederà (si spera) Lionel Scaloni. A livello emotivo e sentimentale, piuttosto. A 35 anni, la Pulce non sente il bisogno che qualcuno gli ricordi come dribblare e stupire. Diego, poi, è stato «troppo» per insegnare le magie e i trucchi che gli venivano spontanei. No, non è questa la terapia. Diego lo prenderebbe per un braccio e gli accarezzerebbe l’orgoglio. Parlerebbe al cuore, non al sinistro. All’anima, non ai muscoli. Discuterebbero di emozioni, non di azioni. Perché una vittoria sia grande, servono grandi avversari. Il problema di Messi è che, nel suo caso, più grandi ancora dei rivali sono stati, sono, e sempre saranno i paragoni con Diego.
Per commentare o fare domande potete inviare una e-mail a roberto.beccantini@fastwebnet.it o visitare il suo blog.

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