Le mode, gli sviluppi e le evoluzioni del calcio passano attraverso molti ruoli. Ma una posizione più di tutte è tanto cruciale quanto esposta ai cambiamenti. Si tratta della zona strategica che passa proprio in mezzo al campo. La mediana, lo spazio di campo che va per vie centrali e sta a metà tra difesa e attacco. Lì dove il gioco si costruisce e si distrugge.
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Tutto nasce da una necessità

Per non scadere nel retorico, vi risparmiamo la citazione di Ligabue. Il succo del discorso, però, è stato delineato in modo onesto dal cantautore. Il ruolo del mediano puro, quello archetipico, racchiude infatti il fascino del giocatore integralmente dedito al sacrificio. Al lavoro per la squadra, alla rottura del gioco avversario e alla corsa instancabile. Un gregario. Se nei primi moduli, Metodo e Sistema, si possono rintracciare soltanto embrioni di quelle caratteristiche negli “halfback” di centrocampo, è indubbio che i primi esempi validi si abbiano dall’introduzione del “catenaccio” in avanti. A seconda delle soluzioni, si affidavano ad almeno un mediano dei compiti di mera copertura. In un calcio ancora basato sulle marcature a uomo e ben poco orientato al movimento collettivo senza palla, era inevitabile giungere a estremizzazioni. E, per coprire le spalle ad attaccanti che pensavano esclusivamente alla fase offensiva, era necessario munirsi di uomini generosi. Come Oriali, direbbe Ligabue.

Rivera Lodetti

Credit Foto Imago

Dietro a un grande trequartista c’è sempre un grande mediano

Ripercorrete le formazioni storiche del nostro calcio e scoprirete che ogni numero dieci ha avuto un fido scudiero alle sue spalle. Si inizia con Lodetti e Benetti per Rivera e si arriva sino a Furino e Bonini per Platini. In fondo, il senso della reciproca fortuna è tutto in una storica battuta del genio francese, che rispose con una stoccatina a Gianni Agnelli, sorpreso di vederlo fumare durante l’intervallo di una partita: “Non si preoccupi, avvocato. L’importante è che non fumi Bonini”. Sintesi perfetta in nemmeno 140 caratteri. Perché per liberare il genio dei Platini, in quel tipo di calcio era necessario un mediano disposto a mettere la museruola all’uomo più geniale degli avversari. Uno almeno per squadra, due per chi sentiva un bisogno maggiore di copertura.
Pian piano, però, i sistemi si evolvono. Anche grazie ad allenatori che preferiscono trequartisti mobili e meno intenti a impostare il gioco da registi puri. Un esempio? L’Italia del Mondiale ’82, con Antognoni a muoversi tra le linee e due centrocampisti centrali a coprirgli le spalle. Il mediano classico Oriali e l’evoluto Tardelli, autentico prototipo del centrale moderno. Capace di giocare con il fisico e mordere sull’avversario, ma anche rilanciare e andare a concludere.

Giuseppe Furino Juventus LaPresse

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Tra evoluzione e balzi indietro

Ai giorni nostri, i mediani alla Furino sono tanto rari quanto i trequartisti alla Platini. La necessità di un gioco maggiormente collettivo in entrambe le fasi ha spinto i tecnici ad affinare le doti dei propri centrocampisti. Il modello a cui tendere, da quindici anni a questa parte, resta Patrick Vieira. Un centrale “box to box” in grado di contenere quanto costruire, cercando sempre di inserirsi in attacco. Modello quasi inarrivabile, se soltanto si pensa a quante volte abbiamo sentito parlare indebitamente di un “centrocampista alla Vieira”. Ma se il top è inaccessibile, restano comunque una selva di ottimi interni di centrocampo capaci di fare tutto. Il pensiero va inevitabilmente a Vidal, fido scudiero del Pirlo juventino. Già, proprio quel Pirlo che nella sua fase milanista è stato il protagonista dell’ultima coppia paragonabile agli esempi del passato, quella composta da lui e da Gattuso. L’ultimo dei mediani e l’ultimo dei nostri trequartisti.

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