Quella Europa League che nel 2014, ai tempi della Juventus, Antonio Conte sacrificò sull’altare dello scudetto-record, quella coppa trascurata non meno dell’opportunità di giocarsela in casa torna rumorosamente in ballo nel deserto di Colonia, al termine di una stagione aspra e martoriata. Inter-Siviglia, la gran finale. Proprio la squadra che la alzò allo Stadium dopo aver liquidato ai rigori il Benfica, eversore della Signora distratta.

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21/08/2020 A 15:27

L’Inter cinese di Suning vi giunge dalla Champions, bocciata da Barcellona e Borussia Dortmund. Il Siviglia no: sempre e solo Europa League fin dalla fase a gironi. Già questo è un dettaglio significativo. Gli spagnoli sono il club che ne ha vinte di più, cinque, a conferma di come il calcio del loro campionato non vada letto, esclusivamente, con le lenti di Barça e Real.

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Sono invece tre le coppe dell’Inter, l’ultima nel 1998: 3-0 alla Lazio, quando la serie A stava al centro del villaggio. Non la conquistiamo da ventun anni, dalla sera in cui il Parma di Hernan Crespo sgonfiò il Marsiglia, e sono dieci, ormai, dalla notte del Triplete. La seconda in Italia ha demolito lo Shakhtar; la quarta della Liga, che asfaltò la Roma, ha sofferto e rimontato il Manchester United. Ma proprio contro una iberica, il Getafe, l’Inter patì ben oltre il rigore sciupato da Jorge Molina.

Il calcio divora. Fra la sconfitta interna con il Bologna e il pari di Verona, 5-9 luglio, si parlava di Conte come di un tecnico in crisi aziendale ed esistenziale, schiavo di un passato troppo juventino e di megafoni fin troppo bisbetici. Da Bergamo in poi ecco la riscossa, la svolta, il comizio. Oplà. L’Inter è diventata, per molti, un «orologio perfetto», e Conte è tornato il genio della lampada.

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Se Romelu Lukaku e Lautaro Martinez incarnano la coppia del momento, colui che ha sistemato il centrocampo è stato Roberto Gagliardini, non Christian Eriksen. Come all’epoca del Napoli di Diego Maradona fu Francesco Romano. La fiducia di Conte lo ha trasformato in un cow boy che scorta la carovana e ne protegge i bivacchi. Più utile il suo nerbo del dondolio danese.

Antonio Conte, Inter - Press conference Europa League 2019/2020 - Getty Images

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Julen Lopetegui vola basso. Fallì al Real, ha forgiato un meccanismo veloce, coeso, che impiega le fasce come rampa di lancio: Jesus Navas, Sergio Reguilon e, più avanti, Suso e Lucas Ocampos, acciaccato a un ginocchio. Il radar è un ex, Ever Banega. In porta, il marocchino Bono ha parato addirittura un penalty a Raul Jimenez del Wolverhampton. I problemi coinvolgono Jules Koundé e Diego Carlos, lucchetti non sempre blindati, e Youssef En-Nesyri, «nove» di sponda più che d’area. Fra i jolly, segnalo Franco Vazquez e Luuk De Jong con i quali è facile traslocare dal 4-3-3 di base al 4-1-4-1 d’emergenza.

Conte non deroga dal 3-5-2 e da uno zoccolo italiano che titilla l’amor patrio: Danilo D’Ambrosio, Alessandro Bastoni, Nicolò Barella, arma letale, il Gagliardini di cui sopra e Cristiano Biraghi ossigeno in corsia. Dallo schema Lukaku ai morsi di pressing per sfinire i rivali, ai riflessi di Samir Handanovic: anche se le finali sono senza pronostico, e il Siviglia è un vaso di ferro, l’Inter mi sembra più completa. Qui è la storia e qui bisogna saltare.

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