Le vie dei signori proprio infinite non sono. Antonio Conte lascia l’Inter in anticipo di un anno con una mancia di sette milioni e la formula della «risoluzione consensuale», la vaselina che si usa per mascherare vittime o colpevoli. La Juventus esonera Andrea Pirlo e ritorna a Massimiliano Allegri. Quattro mister dal 2019 al 2021: Allegri, Maurizio Sarri, Pirlo, Allegri. Con l’aggravante che l’ultimo era il primo.

Inter, esce Conte entra Inzaghi

Papa Wojtyla ammoniva: «In un viale senza uscita, l’unica uscita è nel viale stesso». D'accordo. Ma qual è il viale? Sono tutti geni, questi tecnici, con un «però»: vorrebbero allenare «solo» undici Einstein. Conte ne incarna il simbolo più attuale, più tranciante, più controverso. Tre anni e tre scudetti alla Juventus e poi via, perché con dieci euro non si può mangiare nei ristoranti da cento. Due stagioni e un titolo al Chelsea e poi stop, perché non è tutto oro il Diego Costa che luccica. Due all’Inter, un secondo posto, lo «scudo» che mancava dal 2010 e arrivederci. Non ne poteva più di Steven Zhang e del progetto «abortito». Temeva un mercato minimalista; sospettava, fra stipendi sospesi ed elemosine assortite, poderose sforbiciate alla rosa. Si sentiva tradito. Il Covid e gli appelli di Beppe Marotta a «un calcio più sostenibile» non l’hanno commosso. Hanno commosso, in compenso, Simone Inzaghi. Le «ultime cene» sono sempre pericolose: anche per Claudio Lotito. Sembrava fatta, sulla parola. Non proprio: e così, ciao Lazio. Simone, fra parentesi, applica il 3-5-2 assurto a manifesto dell’Inter. Non chiede la luna, si accontenta di esserci sbarcato.
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Il ritorno di Allegri

Diverso il caso di Allegri. La madre di tutti gli errori rimane la cacciata di Sarri, nonostante il nono titolo. Pirlo fu un azzardo di Andrea Agnelli. La Champions persa sul campo già negli ottavi e la Champions rimediata in extremis con il quarto posto (in attesa delle saette di Nyon) hanno reso futili sia la Supercoppa sia la Coppa Italia. «Qualunquemente», due trofei. Come avrei tenuto Sarri, così avrei confermato Pirlo: se davvero intendi cambiare stile e passare dai risultati al «giuoco», devi avere pazienza. Non puoi pretendere tutto e subito. Conte, all’Inter, aveva creato una bolla di guerrieri. Allegri, alla Juventus, dovrà ricomporla. Con Cristiano Ronaldo o no, lo deciderà il marziano. Non la società. Il Gestore faticherà a riconoscerla: arrivò, nell’estate del 2014, ricevuto da Marotta e Fabio Paratici. Scomparsi: il primo, poco dopo l’avvento di Cierre; il secondo, è notizia di mercoledì. Bravo, Paratici, sui mercati (tranne gli ultimi); un disastro (non solo lui, ma soprattutto lui), nella farsa dell’esame perugino di Luis Suarez.

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Allegri veniva segnalato da tempo in orbita Real. Non è escluso, viceversa, che ci vada Conte. Un biennio senza calcio, Max. Trovò la pappa fatta, portò cinque scudetti, quattro Coppe Italia, due Supercoppe e due finali di Champions. Alternò partite splendide ad altre inguardabili. Scrissi che con quella squadra avrebbe potuto unire un po' più di dilettevole al bieco utile. Sono sincero: qualche dubbio mi è venuto. E’ l’usato sicuro, come lo furono Giovanni Trapattoni (voto alla seconda rata: sei) e Marcello Lippi (voto al mandato bis: otto). E’ il tappo che sa di champagne di una bottiglia che sapeva di tappo. E’ una sconfitta. La storia dirà se necessaria per vincere, «comunque», la pace.
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